da
"Il
Sole
24 Ore", 20
gennaio 2001
Professor
Rifkin, la corsa alla lettura del genoma umano si è recentemente conclusa con
un testa a testa delle due cordate, quella privata gestita dalla Celera Genomics
e quella internazionale dello Human Genome Project gestita da Francis Collins.
Completata la lettura della sequenza del Dna, si aprono ora nuove frontiere per
la biologia ma anche per l'impatto economico e sociale della scoperta . La
"proprietà intellettuale" del genoma deve essere di tutti o si possono
concedere brevetti e licenze di sfruttamento commerciale? Esistono a suo avviso
diversità di posizione tra le due cordate?
La
corsa alla decrittazione del genoma si è svolta sì in competizione ma anche in
collaborazione tra le due cordate, quella che potremmo definire
"privata" e quella "pubblica", internazionale, finanziata
dai Governi. I due team hanno preso a prestito informazioni l'uno dall'altro. La
posizione che è stata espressa rispetto alla disponibilità della sola
"mappa" è diversa: i Governi hanno annunciato che intendono concedere
libero accesso alle informazioni decrittate, mentre Celera ha reso noto che
chiederà un canone di accesso all'informazione.
Ma questa apparente diversità di posizioni non deve trarre in inganno. La vera
caccia al tesoro della genetica comincia solo ora: il valore della scoperta sta
nell'individuare i singoli geni (sono circa 30mila, Ndr ) presenti nella mappa e
soprattutto nel determinare quali sono le proteine che questi esprimono. Da
questo punto di vista non va dimenticato che il Governo Usa è il maggiore
"azionista" del progetto Genoma. Quando si arriva alla tutela del vero
valore aggiunto, l'individuazione dei geni e il collegamento con le proteine, a
mio avviso non ci sono differenze tra il privato e il pubblico: entrambi i team
ritengono che vadano brevettati. Io non sono d'accordo con loro.
A
suo avviso, allora, esiste uno strumento legale per garantire l'accesso
all'informazione del genoma?
Il
21esimo secolo potrebbe essere il secolo della lotta e delle guerre per
l'informazione genetica, tra Paesi diversi e tra grandi corporation all'interno
di ciascun Paese.
Per
evitare questo rischio, per i geni e le società di genetica devono valere le
stesse regole che valgono per gli elementi della tavola periodica e le società
chimiche: le società chimiche possono garantirsi i diritti di sfruttamento
intellettuale dei processi riguardanti l'utilizzo degli elementi chimici, ma non
possono chiedere di ottenere brevetti e licenze sulla tavola periodica.
Lo afferma lo stesso diritto commerciale quando sancisce la differenza tra la
scoperta, ad esempio quella di un elemento chimico, che in quanto tale non può
essere brevettata, e l'invenzione, che invece riguarda elementi tecnici di novità
di un processo e può essere brevettata. Quando una impresa isola un gene altro
non ripete che ciò che fecerò i chimici del secolo scorso quando individuavano
un nuovo elemento. Una impresa
biotech ha il diritto a garantirsi il brevetto di un processo tecnologico o di
un prodotto derivato da una tecnologia biotech, ma non di una scoperta di un
gene non più di quanto alcun chimico si sia mai garantito, ad esempio, il
brevetto sull'uranio. Credo che occorra fare un passo più in là.
Quale?
Va
stabilito il concetto che l'intero genoma, quello dei microorganismi, dei
vegetali, degli animali e dell'uomo è un bene comune su cui tutti hanno
diritti. La scoperta e la conoscenza dei meccanismi del genoma è non solo una
questione politica ma anche l'obiettivo scientifico numero uno. Il genoma deve
avere le caratteristiche di un campo aperto e condiviso.
Tutti i Governi dovrebbero accordarsi per sottoscrivere
un trattato internazionale che dia mandato a un'Autorità internazionale di
gestire la ricerca e i diritti sull'intero genoma della materia vivente
nell'interesse di tutti, un documento simile a quello che garantisce libero
accesso all'Antartide.
Un accordo di questo tipo dovrebbe poi istituire una tassa globale di accesso
all'informazione genetica. Il meccanismo economico dovrebbe garantire libertà
di informazione e di ricerca e i suoi ricavi dovrebbero venire redistribuiti tra
i Governi, per compensare i Paesi da cui proviene la biodiversità e quindi il
genoma, e tra le imprese, per garantire quella possibilità di remunerazione
della ricerca che consenta di dare impulso al progresso della scienza.
Recentemente
una società di assicurazioni britannica ha ammesso di
avere effettuato test genici non ammessi dalla legge sui clienti che volevano
sottoscrivere polizze vita , per individuare le predisposizioni a gravi
malattie. Qual è la sua opinione?
La
vera definizione del business delle assicurazioni è prevedibilità. Le società
di assicurazione vogliono ottenere informazioni sul genotipo delle persone, per
cercare di determinare la possibilità che queste hanno di contrarre alcuni tipi
di malattie croniche come il cancro e le malattie cardiovascolari o di essere
predisposte all'abuso di farmaci, di alcol e di droghe.
Non va dimenticato che l'informazione genetica consente di stabilire solo delle
predisposizioni riguardo, ad esempio, alla possibilità di contrarre alcune
malattie. Il resto è determinato dall'ambiente e dall'impatto sulla funzionalità
dei geni che assumono i comportamenti. Ma se alle società di assicurazione
fosse consentito l'accesso alle informazioni contenute nei database delle società
che gestiscono le carte di credito, in modo da poter stabilire gli stili di
vita, ad esempio sul fronte alimentare o sul tipo di farmaci che una persona
utilizza, si avrebbe un quadro informativo di tale profondità, sul singolo
individuo, da annullare l'esigenza di studiare la prevedibilità. Col che,
credo, avrebbe fine il business stesso dell'assicurazione.
Mi
è capitato di leggere qualche mese fa un"fanta giallo" che riguardava
proprio una storia futuribile di una compagnia di assicurazioni che utilizzava
informazioni sul dna per fare soldi! E' una lettura appassionante, ve lo
consiglio.
Il
libro è: La polizza, di Patrick Linch, edito da Garzanti, prezzo 16.000 in
economica (nota di R. Fioribello).
Ma
il problema non si pone anche per i datori di lavoro?
Certo,
ma in questo caso la situazione cambia drasticamente. Negli
Usa sono sempre di più le istituzioni, pubbliche e private, che cercano di
assumere informazioni personali sui candidati alle assunzioni. Immaginiamoci
un manager delle risorse umane che abbia di fronte a sé tre aspiranti a un
posto di lavoro, con la stessa qualifica ed esperienza, ma che di essi abbia
sottomano anche informazioni geniche riguardo alla possibilità del primo di
ammalarsi di malattie cardiovascolari in giovane età, della seconda di
contrarre un tumore al seno e, per il terzo, di non avere problemi parentali con
la predisposizione a malattie croniche. Quale crede assumerebbe?
Si arriverebbe a una discriminazione sulla pura base di una predisposizione
genetica. Una discriminazione che, tra l'altro, è tanto prevedibile quanto
abbastanza inutile: la semplice predisposizione non è detto debba portare alla
malattia, così come uno stile di vita salutista, con attenzione alla dieta ed
eliminazione dei fattori di rischio, non garantisce però automaticamente una
esistenza sana.
In
Italia nei prossimi mesi sarà tradotto in italiano un suo libro, dal titolo
inglese "Beyond beef" (una possibile traduzione è "Oltre la
carne", Ndr ). Qual è la sua tesi?
Si
tratta di un vecchio testo al quale ho aggiunto una nuova introduzione. Io sono
un vegetariano convinto e mia moglie è un'attivista per i movimenti dei diritti
degli animali. La crisi della Bse, che è un'emergenza mondiale, è un punto di
svolta storico rispetto a quella che io chiamo "la cultura
dell'allevamento". Sin dal 1993, sostenuta da un pool di legali, la
Fondazione per i trend economici che presiedo, aveva inviato petizioni al
Governo di Washington per chiedere il bando dell'utilizzo delle farine animali
nell'alimentazione zootecnica, bando poi emesso solo nel 1997. Siamo arrivati a
un punto in cui le logiche del mercato e dell'allevamento intensivo stanno
mettendo a rischio l'intero ecosistema, a partire dalla necessità di mantenere
sempre più vaste estensioni di terreno occupate con coltivazioni di vegetali da
destinare all'alimentazione animale per arrivare sino alle emergenze alimentari
in sempre più rapida espansione. Il che accresce il carico ambientale delle
attività umane, porta a un maggior uso di diserbanti e pesticidi,
all'inquinamento delle acque, all'impoverimento dei suoli, al disboscamento e
alla progressiva desertificazione di estensioni di terreno sempre più grandi. Ciò
dimostra la necessità di ripensare la dieta umana, il che significa rimettere
mano alle regole di sanità sia per l'uomo che per gli animali. Perché quello
che facciamo all'ambiente, ai vegetali, agli animali, ci ricade addosso.
di
Nicola Borzi
RIFERIMENTI
BIBLIOGRAFICI
RIFKIN
J.,"Il
secolo Biotech" - Baldini e Castoldi
RIFKIN
J., "L'era dell'accesso" - Mondadori