Come molti rivoluzionari,
ha occhi e sorriso da bambino il Marx dell'era globale ("beh,
semmai io sarei Engels", rettifica, ridacchiando). Nel suo piccolo
appartamento poco lontano dall'Hudson, racconta il mondo nuovo che ha in
testa usando un italiano brillante, sfoderando parole come
"isomorfismo". E, sempre con una risata lieve, spiega:
"Ho imparato la lingua a Parigi, con quei matti di italiani".
Si riferisce ai fuorusciti degli anni Settanta? "Appunto. Sono
stato lì dall'86 al '91". E che ci faceva a Parigi? "Volevo
incontrare Toni. Toni Negri. Ero senza un soldo, dormivo in una
libreria. Avevo letto tutto quello che lui aveva scritto e avevo
tradotto il suo lavoro su Spinoza. Volevo diventare un suo studente. Però,
la prima volta, lui mi ha offerto una pizza e mi ha detto: "Non
cerco uno studente, ma un amico". E abbiamo cominciato a
passeggiare per i giardini del Luxembourg discutendo di filosofia. Era
affettuoso, aperto. Faceva finta che fossimo allo stesso livello, anche
se allora non era affatto vero - e non è vero neanche adesso che,
almeno, sono capace di collaborare. Il Negri che conosco non è quello
che avete raccontato sui giornali: è un uomo generoso, una macchina
piena di progetti di lavoro. Ma non sto a difenderlo, lui sa farlo
benissimo da solo
Comincia così, forse,
con quelle febbrili passeggiate parigine, la storia di Empire , il libro
che Michael Hardt, 42 anni, associato alla cattedra di Letteratura della
prestigiosa Duke University, ha scritto assieme al professore di Padova,
al "cattivo maestro" dei nostri anni bui: un volume che prova
a dare un ordine sistematico allo scenario globale e pronostica la
rivoluzione della "moltitudine", in una realtà ormai senza
centro economico o politico.
Empire (che, tradotto
nella sua versione italiana di Impero e pubblicato da Rizzoli, esce oggi
in libreria) è diventato un best-seller in America e un faro per i
movimenti "no global". Molti l'hanno definito il nuovo
Manifesto, "la prossima Idea Nuova". Hardt prende con ironia
tante attenzioni: "Con tutto quello che hanno scritto i media
americani, un po' di compagni hanno cominciato a diffidare di me:
"Forse il tuo libro non è così di sinistra", mi dicevano.
Poi, per fortuna, qualche giornale di destra ha cominciato a darmi
addosso. Non mi piacciono le esagerazioni, il nostro non è certamente
il nuovo Manifesto . E' una sintesi di tante idee, ed è un libro fatto
per essere attaccato". Questo giovane professore, figlio di uno
studioso dell'economia sovietica, nato nei sobborghi di Washington ma
cresciuto politicamente in quel laboratorio della protesta americana che
da sempre è Seattle, sa benissimo che una certa dose dell'interesse
italiano attorno al suo lavoro dipende anche dalla vicenda umana e
giudiziaria del suo partner. E non si sottrae alle domande: di Negri
parla con affetto, e con pudore.
"Io avevo lavorato
molto sul Centro America: Ecuador, Guatemala. E' lì che ho intuito la
gioia della rivoluzione. Ma non riuscivo a mettere assieme la vita
politica con quella di studioso. Mi sembrava che Negri l'avesse fatto.
Così ho voluto conoscerlo".
Ma conosceva tutto il suo
passato italiano?
"Conoscevo i suoi
scritti. Io non valuto altro del suo passato. Lui è un amico. Quando
diventi amico di qualcuno, non valuti tutto ciò che ha fatto
prima".
Cosa pensa del nostro
terrorismo? Dei lutti, del dolore?
"Non mi è mai
interessato il terrorismo. Mi interessa una politica comunista. Il
terrorismo mi è sembrato sempre altro dal comunismo. Con questo non
dico che la violenza politica sia sempre sbagliata: la Rivoluzione
americana e la vostra Resistenza sono state violente".
Ma qual è il tasso di
violenza accettabile per la rivoluzione che lei e Negri immaginate?
"Dipende. La
violenza non è mai assoluta, va vista in un contesto".
E nel contesto dei
ragazzi di Seattle o di Genova?
"Credo che non sia
il momento per il confronto con la polizia o per spaccare le vetrine.
Non perché mi freghi qualcosa delle vetrine di Starbucks. Non dico che
è sbagliato, dico che non è vantaggioso per il movimento".
Cosa dice, invece, delle
violenze dell'Autonomia negli anni Settanta?
"Non è storia mia.
Forse possiamo dire che hanno sbagliato, visto che alla fine hanno
perso. Ma non so se io avrei fatto di meglio".
Ha mai chiesto a Negri:
ti consideri innocente?
"Non so cosa
significhi essere innocente in quella situazione. Chi lo era? Chi non
faceva politica, forse. Ero favorevole quando Toni ha deciso di tornare
in Italia: così regolava i suoi conti. Ma non ho mai visto la cosa come
un giudizio sulla sua vita. Quando è partito, non conoscevamo la
scadenza della sua carcerazione. Non ricordo chi di noi due ha detto: se
sarà un anno non è niente, due anni si può fare, quattro è molto, di
più diventa difficile".
Era il '97. Da allora,
nel mondo globale, ha fatto irruzione Osama. Dicono che dopo l'11
settembre Negri abbia commentato: "Peccato che gli aerei abbiano
distrutto le Torri invece che la Casa Bianca ".
"Era una battuta,
l'ho letta su Le Monde . Io non voglio uccidere Bush. Prima di porre una
domanda morale sull'assassinio ne pongo una politica. E dico: non ha
senso. Oggi assistiamo a una guerra civile, nello spazio globale, per le
gerarchie dell'Impero. Io non sto con gli Stati Uniti, ma neanche con
Osama".
Né con lo Stato né con
le Br?
"Piuttosto, né con
la Francia né con la Germania. Come, nel 1915, disse Lenin a Zurigo".
Dal "Corriere della
Sera" del 24/01/2002