La
Stampa,
15
giugno
2002
LUCIO
Garcia,
un
giardiniere
di
Merrifield,
in
Virginia,
parla
tutti
i
giorni
con
la
sua
famiglia
in
una
remota
città
della
Bolivia
usando
una
carta
telefonica
prepagata
che
gli
costa
pochi
centesimi
di
dollaro
al
minuto.
Edie
Baron
Levi,
un
parlamentare
messicano,
fa
la
spola
tutte
le
settimane
tra
Città
del
Messico
e
Los
Angeles,
dove
risiede
(e
dove
risiedono
anche
i
suoi
elettori).
Iqbal
Farouqi,
un
cameriere
pakistano
che
lavora
a
Milano,
ha
usato
i
suoi
guadagni
per
comprare
due
piccoli
autocarri
a
Karachi,
che
affitta
ai
parenti
e
gestisce
attraverso
Internet.
Questa
non
è
la
diaspora
dei
vostri
genitori.
La
globalizzazione
ha
grandemente
accresciuto
i
mezzi
grazie
ai
quali
persone
che
vivono
in
un
paese
possono
continuare
a
partecipare
alla
vita
culturale,
economica
e
politica
di
un
altro
paese.
I
trasferimenti
di
denaro,
i
viaggi
e
le
comunicazioni,
le
reti
e
le
associazioni
di
connazionali
residenti
all'estero
offrono
opportunità
di
«vivere»
in
un
paese
pur
risiedendo
in
un
altro
e
probabilmente
rappresentano
una
nuova
importante
fonte
di
prosperità
per
i
paesi
in
via
di
sviluppo.
Ai
vecchi
tempi,
i
principali
strumenti
a
disposizione
degli
emigranti
per
restare
in
contatto
con
la
madrepatria
e
la
sua
cultura
erano
la
lingua,
le
ricette
di
cucina
e
ogni
tanto
una
lettera,
o
una
visita
al
paese
d'origine.
Adesso
i
viaggi
a
buon
mercato
permettono
visite
più
frequenti,
e
la
cosa
vale
non
soltanto
per
l'emigrato,
ma
anche
per
famigliari
e
amici.
La
liberalizzazione
del
commercio
e
la
promozione
delle
esportazioni
significano
un
aumento
dei
beni
dei
vecchi
paesi
disponibili
nei
nuovi.
La
mattina,
gli
immigrati
possono
sorseggiare
il
caffè
mentre
leggono
sui
monitor
dei
computer
i
giornali
della
madrepatria,
o
magari
ascoltano
la
stazione
radio
che
si
sono
lasciati
alle
spalle.
La
sera,
le
antenne
paraboliche
permettono
agli
immigrati
di
ricevere
le
notizie
che
riguardano
i
loro
paesi
d'origine.
Telefonare
a
casa
costa
enormemente
meno
che
dieci
anni
fa,
e
questo
traffico
è
all'origine
di
un
aumento
di
cinque
volte
(dal
1997)
del
tempo
di
conversazione
fatturato
alle
società
di
carte
telefoniche
prepagate,
e
fa
di
queste
carte
un
mercato
che
nei
soli
Stati
Uniti
vale
4
miliardi
di
dollari
l'anno.
E
nessuno
di
questi
privilegi
è
necessariamente
limitato
ai
benestanti.
Inoltre,
la
deregulation
dei
mercati
finanziari
internazionali,
combinata
con
le
nuove
tecnologie,
ha
reso
più
sicuro,
più
facile
e
meno
costoso
inviare
denaro
in
patria.
Lo
scorso
anno
i
residenti
all'estero
hanno
spedito
a
casa
più
di
100
miliardi
di
dollari.
Per
molte
famiglie,
il
denaro
inviato
dai
parenti
oltre
confine
fa
la
differenza
tra
una
relativa
povertà
e
una
totale
indigenza.
E
lo
stesso
è
vero
per
numerosi
paesi.
Le
rimesse
dei
lavoratori
all'estero
rappresentano
il
24%
del
prodotto
interno
lordo
del
Nicaragua,
il
14,5%
nel
caso
dell'Uganda
e
il
7%
per
il
Bangladesh.
In
Messico,
le
rimesse
sono
la
terza
maggiore
fonte
di
valuta
estera,
dopo
le
esportazioni
di
petrolio
e
il
turismo.
E
in
Turchia
superano
di
quattro
volte
i
capitali
esteri
che
affluiscono
nel
paese
sotto
forma
di
investimenti
diretti.
Nella
maggior
parte
dei
paesi
in
via
di
sviluppo,
le
rimesse
sono
una
cifra
molto
più
grossa
dei
fondi
ricevuti
dall'estero
tramite
gli
investimenti
di
portafoglio
o
l'assistenza
ufficiale
allo
sviluppo.
Ma
l'impatto
di
questi
legami
economici
va
molto
oltre
il
sostegno
che
ne
ricevono
i
singoli
o
l'aiuto
a
ricostruire
una
scuola
locale.
Le
inchieste
mostrano
che
circa
il
10%
degli
immigrati
ispanici
negli
Stati
Uniti
intrattengono
rapporti
commerciali
con
i
loro
paesi
d'origine.
In
effetti,
il
ruolo
degli
immigrati
nel
commercio
internazionale
può
avere
una
notevole
incidenza
economica.
Come
ha
rilevato
James
Rauch
della
University
of
California,
San
Diego,
un
aumento
del
10%
degli
immigrati
negli
Stati
Uniti
si
tradurrà
col
tempo
in
un
aumento
delle
esportazioni
statunitensi
verso
il
paese
d'origine
pari
al
4,7%,
e
in
un
aumento
delle
importazioni
dallo
stesso
paese
pari
all'8,3%.
Il
professor
Rauch
riferisce
inoltre
che
in
Canada
un
aumento
del
10%
degli
immigrati
da
un
dato
paese
finirà
col
produrre
un
aumento
dell'1,3%
delle
esportazioni
canadesi
verso
quel
paese,
e
un
aumento
dl
3,3%
delle
importazioni.
Gli
imprenditori
di
successo
nati
all'estero
diventano
spesso
importanti
investitori
nei
paesi
d'origine,
cui
apportano
non
soltanto
denaro,
ma
anche
un'iniezione
di
spirito
e
capacità
imprenditoriali,
che
non
di
rado
fanno
dolorosamente
difetto
a
questi
paesi.
Da
un'inchiesta
del
Public
Policy
Institute
della
California
risulta
che
gli
immigrati
altamente
specializzati
nella
Silicon
Valley
(specialmente
cinesi
e
indiani)
hanno
assimilato
con
successo
sia
il
potenziale
tecnologico,
sia
il
modello
imprenditoriale
basato
sul
venture
capital
e
sulla
crescita
accelerata,
che
contraddistingue
molte
società
americane
operanti
nei
settori
high-tech.
Una
metà
degli
intervistati
ha
dato
vita
a
società
consociate,
joint
ventures,
iniziative
in
subappalto
o
altre
attività
nei
loro
paesi
d'origine.
Non
c'è
dubbio
che
questa
tendenza
vada
contro
l'idea
tradizionale
della
fuga
dei
cervelli.
Mentre
gli
ingegneri,
gli
scienziati
e
i
manager
di
talento
che
emigravano
all'estero
mantenevano
in
genere
assai
pochi
legami
con
i
paesi
d'origine,
oggi
va
prendendo
forma
uno
schema
nuovo:
un
vero
e
proprio
«guadagno
di
cervelli»,
che
fornisce
opportunità
di
scambi
commerciali
e
investimenti
esteri,
oltre
che
una
notevole
fonte
di
energie
imprenditoriali.
Come
rileva
lo
studio
dei
Public
Policy
Institutes,
la
fuga
dei
cervelli
(nel
caso
dei
professionisti
cinesi
e
indiani
oggetto
dell'inchiesta)
è
stata
sostituita
dalla
circolazione
dei
cervelli,
intendendo
con
ciò
una
varietà
di
flussi
bilaterali
di
lavoratori
altamente
specializzati
tra
i
paesi
tecnologicamente
avanzati
in
cui
risiedono
e
quelli
meno
sviluppati
in
cui
sono
nati.
I
politici
e
i
governi
hanno
concentrato
in
misura
crescente
la
loro
attenzione
sullo
sfruttamento
della
ricchezza
e
del
potere
politico
di
questa
nuova
specie
di
espatriati.
Jairo
Martinez,
uno
dei
molti
colombiani
che
vivono
a
Miami,
ha
recentemente
conquistato
un
seggio
nel
Congresso
colombiano,
dove
rappresenta
i
suoi
compatrioti
che
risiedono
all'estero.
Per
i
politici
messicani
è
prassi
abituale
fare
campagna
elettorale
e
raccogliere
fondi
a
Los
Angeles,
a
Houston
e
in
altre
città
americane.
Ma
uno
sfruttamento
della
ricchezza
e
dei
talenti
contenuti
nelle
comunità
di
immigrati
allo
scopo
di
ricavarne
sostanzialmente
vantaggi
politici
si
risolve,
mi
pare,
in
un'occasione
sprecata.
Come
i
governi
hanno
fatto
una
priorità
nazionale
delle
politiche
volte
a
convincere
le
società
multinazionali
e
i
gestori
di
fondi
internazionali
a
investire
nei
loro
paesi,
così
nelle
loro
strategie
di
sviluppo
debbono
assegnare
un
posto
centrale
agli
sforzi
per
guadagnarsi
il
favore
della
nuova
diaspora.
La
creazione
del
maggior
numero
possibile
di
opportunità
per
gli
espatriati
di
vivere
nel
loro
paese
anche
quando
risiedono
all'estero
-
per
esempio,
facilitare
i
trasferimenti
di
denaro,
i
viaggi
e
le
comunicazioni
-
dovrebbe
figurare
in
una
posizione
di
spicco
nella
lista
dei
compiti
urgenti
dei
governi
di
tutto
il
mondo.