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CAPITALE PROPRIO E AUTOFINANZIAMENTO

 

Il capitale proprio è costituito da tutti i conferimenti iniziali e successivi del proprietario o dei soci, a seconda che si tratti di un’azienda individuale o collettiva, e dagli utili non distribuiti. Si parla anche di “capitale di rischio” dal momento che è soggetto a remunerazioni che variano in relazione ai risultati economici conseguiti dall’azienda.

L’azienda non può vivere senza mezzi propri oltre che per motivi economico-aziendali anche per ragioni di ordine giuridico. Una loro adeguata presenza conferisce elasticità finanziaria alla combinazione aziendale, principalmente perché consente un più facile accesso alle fonti creditizie. Si hanno fenomeni di sottocapitalizzazione quando l’ammontare del capitale proprio è limitato rispetto al totale dei finanziamenti e il livello di indebitamento è eccessivo. Questa situazione pregiudica enormemente l’attività d’impresa, soprattutto sotto il profilo finanziario, diventando assai oneroso, se non addirittura impossibile, l’accesso al mercato creditizio[1].

Anche se il capitale proprio è generalmente inteso come fonte di finanziamento interna all’impresa è opportuno fare un’importante precisazione: il conferimento da parte dei soci, rispetto al soggetto-impresa, è da considerarsi una fonte esterna. Infatti sono terzi, relativamente all’azienda, i soggetti (o il soggetto) che conferiscono il capitale. Il finanziamento dei soci, inteso in tal senso, perciò non può che essere considerato una fonte esterna.

Nel caso di utili non distribuiti, invece, la ricchezza che va ad incrementare il capitale proprio è prodotta dall’economia dell’impresa ed è quindi un capitale di origine interna, ossia un autofinanziamento prodotto dal sistema aziendale[2].

Sembra opportuno specificare il concetto di autofinanziamento riportando quanto scrive Pietro Onida a tal proposito: “Rispetto all’impresa, l’assegnazione del dividendo è la remunerazione di un fattore (il capitale sociale) del quale essa ha bisogno, ed in un certo senso rappresenta un consumo, mentre l’autofinanziamento è risparmio e investimento e significa, a parità di altre condizioni, espansione di investimenti… L’utilità dell’autofinanziamento ed il bisogno di contare su di esso si comprendono quando si pensi che questa fame di finanziamento presenta per l’impresa il pregio di abbassare il costo medio della complessiva provvista di capitale (capitale proprio e capitale di credito) richiesta dalla gestione, di rendere più competitiva la produzione, alleviandone i costi, e di consentire lo sviluppo dell’impresa anche quando l’espansione dei finanziamenti esterni, oltre certi limiti o in certi momenti, sia preclusa o diventi eccessivamente onerosa”[3].

L’autofinanziamento, alla luce di quanto detto, permette di incoraggiare e sostenere il fabbisogno finanziario d’impresa, tuttavia vi sono dei limiti importanti che a volte impediscono la “costituzione” di questa fonte finanziaria. Il riferimento è legato principalmente a due motivi: il primo, di natura logica, riguarda il fatto che per aversi autofinanziamento l’impresa deve raggiungere, a fine esercizio, un reddito positivo che garantisca la remunerazione dei fattori posti in posizione contrattuale prima ed aleatoria poi. Ciò che residua può essere impiegato come mezzo di finanziamento (autofinanziamento appunto) per gli investimenti futuri; il secondo, di natura legale, fa riferimento all’articolo 2430 del codice civile, per cui “dagli utili netti annuali deve essere dedotta una somma corrispondente almeno alla ventesima parte di essi per costituire una riserva (legale), fino a che questa non abbia raggiunto il quinto del capitale sociale”. Ciò significa, quindi, che una parte dell’utile, al netto della remunerazione di tutti i fattori, dovrà comunque essere destinata a riserva legale (qualora questa non fosse pari a un quinto del capitale sociale) per rafforzare la consistenza patrimoniale della società e per far fronte ad eventuali situazioni negative (es.: perdite di esercizio).

L’autofinanziamento, in conclusione, può essere definito come fenomeno che alimenta in parte l’attività d’impresa senza il sussidio di mezzi mutuati da economie terze. Le sue funzioni principali sono:

 

·        la contrazione delle uscite finanziarie: attraverso questo strumento si riducono gli oneri che invece gravano sull’azienda quando ricorre a finanziamenti esterni;

·        la contrazione del rischio di gestione: non si tratta di una vera e propria politica di fronteggiamento del rischio, ma di supporto all’impresa che, grazie alla costituzione di una base economico-finanziaria, aumenta la sua capacità di difesa da eventi rischiosi;

·        la possibilità di effettuare ulteriori investimenti nel tempo[4].


[1] U. Fava, Metodologie e tecniche di finanziamento delle aziende, Giappichelli Editore, Torino, 1995, p. 57.

[2] G. Troina, Lezioni di economia aziendale, Cisu, Roma, 1999, p. 262.

[3] P. Onida, Economia d’azienda, Utet, Torino, 1987, p. 84.

[4] U. Fava, Metodologie e tecniche di finanziamento delle aziende, op. cit., p. 60.