VITTORIA
POLITICA DI HAMAS ALLE LEGISLATIVE PALESTINESI |
Intervista alla
prof. di relazioni internazionali, Marcella Emiliani
Intervista al consigliere dell'ambasciata israeliana in
Italia, Elazar Cohen
Fonte:
Radio Vaticana 26/01/2006
I
risultati delle elezioni palestinesi non sono ancora
definitivi, ma sembra ormai scontata l’affermazione del
movimento fondamentalista
islamico “Hamas”. L’organizza-zione
integralista ha rivendicato la vittoria, sostenendo di
aver conquistato più del 50 per cento delle preferenze e
almeno 77 seggi su 132. Diversi dirigenti di
Al Fatah hanno già
riconosciuto la sconfitta. Il premier Abu
Ala e tutti i ministri del governo hanno annunciato le
dimissioni, accettate dal presidente Abu
Mazen. Sul versante
internazionale, Israele e Stati Uniti ribadiscono di non
voler trattare con un esecutivo palestinese formato da
ministri di Hamas.Hamas
è un’organizzazione fortemente
radicata nei Territori palestinesi, ha un’ala militare
che conta su un numero imprecisato di combattenti e adesso
affronta questo nuovo impegno politico. Sul gruppo fondamentalista
palestinese, ascoltiamo il servizio di Amedeo Lomonaco:
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Il
movimento di resistenza islamico Hamas
è stato fondato dallo sceicco Yassin
nel 1987 con gli obiettivi, indicati nello
statuto, di distruggere Israele e di creare uno Stato
islamico palestinese. Ha partecipato per la prima volta
alle legislative palestinesi ma
questa nuova dimensione politica è preceduta da una lunga
catena di attentati. La formazione integralista ha
rivendicato, finora, più di 250 attacchi costati la vita
ad oltre 500 persone ed è considerata una
organizzazione terroristica da Israele, Stati Uniti
e Unione Europea. Nel 1993, i militanti di Hamas
hanno cominciato ad utilizzare la tragica strategia degli
attacchi kamikaze seguendo le azioni degli Hezbollah
libanesi condotte pochi anni prima. La violenza ed il
terrore sono, dunque, le armi privilegiate di Hamas,
ma il gruppo radicale non è solo questo. Il largo
consenso di cui gode è dovuto
anche all’impegno in attività formative e religiose. Hamas
gestisce scuole, ospedali e centri di assistenza per i più
poveri. Nella campagna elettorale grande rilevanza è
stata data, inoltre, alla lotta contro la corruzione, di
cui sono accusati diversi esponenti della classe dirigente
palestinese e del partito fondato da Arafat,
Al Fatah. Hamas
può contare, poi, sul sostegno di migliaia di
simpatizzanti e riceve finanziamenti da esuli palestinesi
che vivono negli Stati arabi. Esistono raccolte in favore
di Hamas anche in Europa e in
Nord America. L’organizzazione è inoltre molto attiva
nel campo dell’informazione con una radio e una
televisione, che si chiama Al Aqsa,
in omaggio alla grande moschea di Gerusalemme, terzo luogo
sacro per i musulmani. I siti internet collegati al
movimento integralista sono almeno una decina.
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Fonte:
Radio Vaticana 28/01/2006
Nei
Territori palestinesi proseguono gli scontri tra militanti
di Hamas e sostenitori di Al Fatah: due ufficiali di
polizia sono rimasti feriti, questa mattina, per un
imboscata tesa da estremisti dell’organizzazione
radicale. Sul versante politico, sembrano profilarsi
negoziati indiretti di Hamas con Israele anche grazie alla
proposta di una mediazione da parte della Turchia e la
collaborazione del gruppo fondamentalista con tutte le
componenti della società palestinese.
Un leader di Hamas in esilio ha detto che il gruppo
radicale è pronto a dialogare anche con Stati Uniti e
Unione Europea. Ma è veramente possibile un esecutivo
formato da ministri del movimento integralista islamico e
da esponenti moderati del partito di Al Fatah? Amedeo
Lomonaco lo ha chiesto a Marcella Emiliani, docente di
relazioni internazionali del Medio Oriente all’Università
di Bologna:
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R.
- Bisogna che il problema venga risolto all’interno di
Al Fatah dove, attualmente, c’è una grossa spaccatura.
Parte dell’ala giovanile di Al Fatah, quella vicina a
Barghuti, sarebbe anche disponibile ad entrare in un
esecutivo con Hamas. Non è così, invece, per la vecchia
guardia dell’OLP. Il problema che si sta prefigiurando,
quindi, è quello di un esecutivo tecnico. Ma a questo
punto, chiunque accetti di far parte del governo, sa di
essere stretto tra incudine e martello. Nessuna delle due
formazioni è disponibile, infatti, a fare un passo
indietro. Al Fatah non vuol perdere il potere che ha
accumulato fino ad oggi, Hamas intende esercitarlo.
D.
– Proprio le divergenze tra estremisti di Hamas e
moderati di Al Fatah possono sfociare in una drammatica
polarizzazione nella società palestinese?
R.
– Era già sfociata a dire la verità. Questa seconda
Intifada è stata da molti definita anche un’“Intrafada”,
cioè una sorta di guerra civile strisciante all’interno
degli stessi palestinesi. A questa spaccatura si è
arrivati non solo per questioni ideologiche: i maggiori
centri dell’autonomia nazionale palestinese sono stati
gestiti, infatti, in maniera molto personalistica,
nepotistica. Si tratta, quindi, di perdere feudi di
potere. Naturalmente poi ci sarà il comportamento della
comunità internazionale che sarà assolutamente
determinante. Servono fondi che attualmente vengono in
parte dall’occidente e in parte anche dai Paesi del
Golfo. Ma se si seccano queste due fonti di finanziamento,
chiunque vada al potere, non riuscirà a mandare avanti
tutto il sistema.
D.
– Proprio la minaccia del taglio degli aiuti umanitari
è quella di una recrudescenza della violenza, possono
tramutarsi paradossalmente in condizioni favorevoli per il
processo di pace?
R.
– Assolutamente sì. Io spero che la diplomazia
internazionale si metta in moto subito per evitare
l’isolamento dell’Autorità Nazionale Palestinese in
mano ad Hamas e per evitare che alla rabbia e alla
frustrazione che hanno già portato alla vittoria del
movimento islamico, si aggiunga anche una bella crociata
contro il “cattivo mondo esterno”. Questo processo
rafforzerebbe Hamas.
D.
– Professoressa, adesso a che punto è la “Road Map”?
R.
– La “Road Map” è morta, nel senso che qui
bisogna cambiare totalmente mentalità: bisogna inventare
un’altra “Road Map”. Gli interlocutori della Road
Map non ci sono più e quindi serve un enorme sforzo
creativo a livello politico per riavviare un processo di
pace che sarà inevitabilmente nuovo.
D.
- Un altro dialogo deve avvenire all’interno di Hamas,
ovvero tra i militanti che vivono nei Territori e quelli
che si trovano all’estero. Le posizioni di queste
fazioni si possono far conciliare?
R.
– Hamas ha una specie di cervello pensante che si trova
in Siria. In questo momento, però, pare proprio che l’Hamas
dell’esterno e l’Hamas dell’interno abbiano capito
entrambe che non riuscire a governare significherebbe
assolutamente la sconfitta totale del movimento. Il
problema è che i veri capi, quelli diciamo carismatici,
sono stati eliminati da Isralele. A questo punto, diciamo
che si innescherà anche una sorta di competizione interna
e finalmente anche in Hamas vedremo comparire una diversità
di posizioni. Adesso anche Hamas deve subire una qualche
mutazione genetica. Speriamo in una direzione democratica.
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Fonte:
Radio Vaticana 29/01/2006
In
Israele, il ministro della Difesa, Shaul
Mofaz, ha ribadito che lo
Stato ebraico non negozierà con Hamas
e ha annunciato nuove “azioni mirate” contro esponenti
di gruppi estremisti palestinesi. I leader di Hamas
hanno chiesto, invece, un incontro con il cancelliere
tedesco, Angela Merkel, in
visita in Israele e nei Territori. La formazione fondamentialista,
che ha ventilato nei giorni scorsi l’ipotesi di un
dialogo con Israele tramite mediatori terzi, ha anche
dichiarato di non considerare gli Stati Uniti un Paese
nemico. Ma quali sono le condizioni ritenute
imprescindibili dallo Stato ebraico per accettare un
eventuale negoziato con Hamas?
Amedeo Lomonaco lo ha chiesto al ministro consigliere
dell’ambasciata di Israele a Roma, Elazar
Cohen:
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R.
– Noi parliamo con qualsiasi formazione che accolga
tre punti: disarmare i gruppi terroristici, cancellare
dallo statuto di Hamas
l’obiettivo della distruzione di Israele e accettare
tutti gli accordi, di cui si è fatta carico l’Autorità
Nazionale Palestinese con Israele. Se queste condizioni
non trovano riscontri, non parliamo con nessuno, né
direttamente né attraverso mediatori. In realtà vorremmo
parlare con tutte le parti ma i
nostri interlucutori non
possono essere gruppi terroristici. Se si seguono queste
condizioni – ribadisco - siamo disposti a parlare con
chiunque. Dato che Hamas non
segue queste direzioni, per il momento non trattiamo con
questo gruppo.
D.
– Secondo voi Hamas, in
questo momento, è un gruppo politico o
un’organizzazione terroristica?
R.
– E’ certamente un gruppo terroristico. Non solo
Israele, anche l’Europa, gli Stati Uniti e tutta la
comunità internazionale considerano Hamas
un gruppo terroristico.
D.
– Per quanto riguarda il dialogo con
Al Fatah?
R.
– Con il gruppo di Al Fatah,
con i politici di Al Fatah,
noi parliamo. Al Fatah Ha
cambiato la sua strada nel ’93, subito dopo gli accordi
Oslo. Il movimento di Hamas,
invece, è molto, molto lontano da questa posizione.
D.
– Dopo la vittoria alle elezioni palestinesi di Hamas,
si può considerare attivo il progetto della Road Map
per promuovere la pace in Medio Oriente?
R.
– Noi crediamo ancora nella Road
map. Il problema è che
dopo i risultati delle elezioni palestinesi, la Road
map è in pericolo: non si
può dialogare con un gruppo terroristico che ha come
obiettivo la distruzione di Israele. Quindi, per il
momento, la Road map
non può essere negoziata con Hamas.
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