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GUERRA
SANTA
CONTRO
MC
MONDO
(BARBER - EDIZIONI PRATICHE) |
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Barber
considera la globalizzazione e il terrorismo profondamente interdipendenti. L'ex
consigliere di Clinton è uno dei più autorevoli pensatori americani no global.
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Nella
nuova edizione c'è una prefazione scritta dopo l'11 settembre, in cui l'autore
ricorda il senso di quel titolo: "E' la collisione tra le forze del
tribalismo e del fondamentalismo reazionario, che ho chiamato Jihad, e le forze
di una aggressiva modernizzazione e globalizzazione economica e culturale. Sono
in apparenza nemiche, in realtà profondamente interdipendenti. Entrambi sono
indifferenti al destino della libertà. Perciò la democrazia rischia di
rimanere stritolata dal loro confronto".
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Barber sente l'urgenza di aprire
insieme alla lotta contro il terrorismo un secondo fronte in difesa della
democrazia, contro i due opposti integralismi: quello che nasconde sotto un velo
religioso la ferocia dell'odio tribale; e quello dei logos multinazionali che
propagano l'omogeneità dei consumi e il materialismo secolarizzato.
Dopo
l'11 settembre lei conferma la sua tesi di sei anni fa su una convergenza
d'intenti tra Jihad e McWorld?
"Sì,
tutt'e due svuotano la sovranità degli Stati-nazione smantellando quelle
istituzioni democratiche che ne sono la realizzazione più compiuta. Né la
Jihad né il McWorld puntano ad allargare la democrazia nei loro ambiti
rispettivi: nelle nuove entità etnicoreligiose, o nei mercati globali.
L'America nonostante l'11 settembre si illude di godere ancora di una sorta di
sovranità e al tempo stesso rifiuta le responsabilità che le derivano dalla
diffusione planetaria della sua cultura consumistica. Il terrorismo riconosce
l'interdipendenza solo a fini distruttivi, usa l'immenso peso del McWorld per
ribaltarlo contro la sua stessa potenza".
Malgrado
la sua requisitoria sui danni di una globalizzazione sregolata, lei non offre
alibi alle culture che alimentano il terrorismo.
"Col
terrorismo non si tratta, i suoi obiettivi non possono essere razionalizzati. Può
essere solo estirpato, e questo compito spetta ai professionisti dell'esercito,
dell'intelligence, della diplomazia. In questa battaglia i cittadini d'America e
del mondo sono confinati al ruolo di spettatori, è raro che possano prendervi
parte. C'è però un'altra battaglia che li chiama in causa. L'eliminazione del
terrorismo è un'operazione chirurgica; ma se la metastasi è diffusa, il
chirurgo non è sufficiente. L'America e i suoi alleati devono lottare contro
quel caos sociale che ha creato un clima di disperazione sfruttato dal
terrorismo. Contro i terroristi la parola è alla giustizia penale; ma contro la
perdita di speranza su cui fa leva la Jihad occorre aprire un secondo fronte
democratico, che usi gli strumenti della giustizia redistributiva per ridurre le
ineguaglianze".
Questo
non rischia di riconoscere ai responsabili delle stragi un legame con la fame di
giustizia degli oppressi?
"No,
quando dico che occorre democratizzare la globalizzazione, rendere il McWorld
meno omogeneizzante, difendere la religione e i valori eticospirituali, io non
sostengo che questo servirà a placare i terroristi. La battaglia per la
democrazia non è efficace contro i terroristi, i quali odiano tutte le virtù
della modernità: libertà, tolleranza, diversità. Ma i terroristi nuotano in
un mare di tacite simpatie popolari, di risentimenti e di passività, dove
possono attecchire ideologie violente e nichiliste. Mentre il mondo entra in una
nuova fase della guerra contro un nemico invisibile, io dico che la risposta al
terrore non può essere solo militare e tattica".
E
questa risposta democratica implica una sfida all'ideologia del mercato?
"Per
anni il fondamentalismo del mercato ha indebolito la democrazia, attaccando il
ruolo dello Stato e del potere pubblico. Questa ideologia ha predicato che i
privati possono svolgere i compiti dei governi meglio di loro e con più libertà
di scelta per i cittadini. Ha convinto gli elettori ad accettare il declino
delle istituzioni, persuadendoli che staranno meglio quando il dibattito
democratico sarà ammutolito, quando essi non saranno più cittadini bensì
consumatori. Ma il consumatore è un povero surrogato del cittadino, così come
un imprenditore è un pessimo sostituto di uno statista. La mattina dell'11
settembre gli americani non si sono rivolti a Bill Gates per dirigere la lotta
al terrorismo".
Cosa
accade quando il "fondamentalismo del mercato" viene esportato in
paesi che non hanno democrazia e diventa l'ideologia dell'economia globale?
"E'
l'esperimento catastrofico che abbiamo fatto sotto le insegne di McWorld, l'asimmetrìa
che abbiamo creato globalizzando gli scambi delle merci, i movimenti della
manodopera e dei capitali, senza globalizzare le istituzioni civiche che
storicamente sono state il contesto indispensabile del libero mercato. Estrarre
il capitalismo dalla sua scatola istituzionale è una calamità, perché le
economie di mercato sono cresciute quando sono state controllate da Stati
democratici. Lo Stato di diritto, le regole contrattuali, il tessuto solidale
della società civile: tutto ciò ha attenuato i tratti darwinisti del
capitalismo, ne ha contenuto le tendenze monopolistiche e autodistruttive. Ma
sui mercati globali questa simmetrìa fra democrazia e capitalismo è andata
perduta. Le relazioni nella società globale oggi assomigliano alle relazioni
sociali nell'America dell'Ottocento, quando il governo federale era debole: la
vita era facile sia per i banditi del Far West che per i baroni ladri nelle
prime metropoli capitalistiche. Oggi abbiamo globalizzato tutti i vizi - la
droga, il commercio di armi, la prostituzione - e quasi nessuna delle nostre
virtù democratiche".
Lei
ha anticipato di anni il popolo di Seattle, il movimento noglobal. Ma è
pensabile invertire la marcia verso la globalizzazione, tornare a un mondo di
steccati e barriere?
"No,
l'alternativa che sta di fronte ai popoli non è la scelta facile tra
un'indipendenza sicura e una interdipendenza indesiderata. Così come gli Stati
Uniti nacquero dalla Dichiarazione d'Indipendenza che annunciò l'avvento di un
nuovo tipo di società, oggi il mondo nuovo si può costruire solo partendo da
una Dichiarazione d'Interdipendenza. Dobbiamo riconoscere che la razza umana non
può sopravvivere in frammenti, sia che questi frammenti siano chiamati nazioni,
tribù, o mercati. Non ci sono oceani abbastanza larghi per difenderci
dall'inquinamento o dalle malattie, non ci sono muraglie che ci proteggano da
un'ideologia malata o da un profeta vendicativo, e nessuna nazione avrà una
prosperità sicura finché le altre non godono delle stesse opportunità. Una
guerra tra McWorld e Jihad non può essere vinta da nessuno. Solo una guerra
della democrazia contro entrambe queste forze, può concludersi con una vittoria
benefica per il mondo intero. Il capitalismo è un sistema produttivo
straordinario ma fallisce miseramente nella distribuzione: perciò la giustizia
è l'oggetto delle nostre istituzioni pubbliche. Entro le frontiere nazionali
gli Stati hanno consentito un capitalismo democratico; a livello internazionale
questo equilibrio dobbiamo ancora trovarlo".
Nel
suo saggio lei non risparmia le accuse agli Stati Uniti. Sostiene che questa
superpotenza è l'impero più "provinciale" che sia mai esistito nella
storia.
"Nonostante
esportino nel mondo intero la cultura del McWorld, gli americani sono molto meno
cosmopoliti di quanto richiederebbe il loro potere. Non c'è un'altra democrazia
al mondo in cui così pochi cittadini hanno un passaporto per viaggiare
all'estero. Per le nostre università lo studio della statistica vale più delle
lingue straniere; ma la statistica può aiutarci a contare le vittime, non a
impedire le stragi. L'altra faccia di questo provincialismo è la riduzione
degli aiuti allo sviluppo, l'attacco degli Stati Uniti ai trattati multilaterali
e alle istituzioni internazionali: proprio quelle che andrebbero
ri-democratizzate, legittimate e rese trasparenti, per costruire una nuova
infrastruttura di regole globali".