Ascolta l'intervista di Amedeo Lomonaco a Stefano Martelli
Radio
Vaticana,
intervista di Amedeo
Lomonaco
con
il
professore
Stefano
Martelli
(27/03/2003)
Affrontiamo
ora
un
altro
aspetto
della
guerra
al
centro
delle
polemiche
e
dei
dibattiti
dell’opinione
pubblica:
il
ruolo
della
stampa
nel
conflitto
in
Iraq.
La
cosiddetta
“guerra
in
diretta”
infatti
non
è
solo
combattuta
con
le
armi,
ma
anche
con
le
parole
ed
infervora
il
dibattito
sull’etica
dell’informazione.
Proprio
ieri
la
televisione
panaraba
al
Jazeera
ha
mostrato
due
soldati
morti
e
due
prigionieri,
tutti
britannici.
Le
immagini
di
scarsissima
qualità,
puntavano
come
al
solito
sull’impatto
emotivo
suscitato
negli
spettatori
di
tutto
il
mondo:
due
cadaveri
di
uomini
in
divisa,
ricoperti
di
sangue,
sdraiati
in
terra
sulla
schiena.
Ma
quanto
la
stampa
in
questi
giorni
è
realmente
rispettosa
dei
principi
etici
e
informativi
che
dovrebbero
animarla?
Quanto
alla
base
di
tutto
si
nascondono
interessi
propagandistici
delle
due
opposte
fazioni?
E
soprattutto
qual
è
il
ruolo
dell’informazione?
Amedeo
Lomonaco
lo
ha
chiesto
al
prof.
Stefano
Martelli,
docente
di
teoria
e
tecniche
della
comunicazione
all’Università
di
Palermo:
**********
R.
–
In
questo
momento
gioca
un
ruolo
importantissimo,
perché
c’è
una
grande
aspettativa
in
tutte
le
genti
del
mondo
a
rendersi
conto
degli
sviluppi
di
questa
sciagurata
vicenda.
C’è
un
problema
di
legittimazione:
America,
Gran
Bretagna
e
Australia
sono
intervenute
senza
un
mandato
preciso
dell’Onu.
Su
chi
ha
deciso
di
ricorrere
alle
armi
pesa
quindi
la
responsabilità
di
giustificare
quello
che
sta
avvenendo.
L’informazione
ha
una
grande
importanza
proprio
per
la
questione
morale
che
sta
dietro
a
queste
scelte
tragiche
di
questi
ultimi
tempi.
D.
–
La
guerra
delle
parole
e
le
icone
delle
armi
possono
uccidere
la
verità:
come
è
possibile
evitare
le
trappole
dell’informazione?
R.
–
Noi
abbiamo
sicuramente
una
nuova
strategia
informativa,
gestita
dagli
alleati.
Gli
Stati
Uniti
si
sono
resi
conto
che
il
vero
fronte
su
cui
si
deve
vincere
non
è
soltanto
il
terreno
in
cui
le
armi
parlano,
ma
è
soprattutto
il
fronte
interno,
cioè
l’opinione
pubblica
sia
dei
Paesi
coinvolti
nel
conflitto
ma
anche
l’opinione
della
società
civile
globale,
che
si
esprime
soprattutto
attraverso
le
manifestazioni
di
protesta.
La
guerra
delle
parole
è
sicuramente
più
delicata
e
decisiva
di
quella
delle
armi.
Le
immagini
che
ci
vengono
dalle
riprese
televisive
sul
fronte
sono
icone
che
logorano
coloro
che
sostengono
che
sarà
una
guerra
breve,
che
sarà
una
guerra
chirurgica,
che
le
bombe
sono
intelligenti.
Si
rivela
invece
l’orrore
della
guerra,
di
tutte
le
guerre,
specialmente
di
questa
che
rischia
di
diventare
altamente
disumanizzante.
D.
–
L’offerta
mediatica
tende
ad
abbattere
ogni
confine,
proponendo
scene
anche
molto
forti.
Dove
si
colloca
il
confine
tra
l’esigenza
informativa
e
l’osservanza
dei
principi
etici?
R.
–
Compito
delicato
della
professione
giornalistica
è
quello
di
riuscire
a
rendere
conto
della
realtà
senza
cadere
in
quella
moda
recente
della
drammatizzazione
delle
notizie,
che
fa
tanto
audience
ma
che
sicuramente
finisce
per
offendere
sia
le
vittime
della
guerra,
che
vengono
in
questa
maniera
colpite
due
volte
–
la
prima
volta
dalle
armi,
la
seconda
dalla
immagini
–
ma
anche
l’intera
opinione
pubblica.
Credo
che
da
questo
punto
di
vista
sia
molto
bello
il
documento
che
i
giornalisti
cattolici
dell’Ucsi,
l’Unione
cattolica
stampa
italiana,
ha
appena
fatto
uscire.
Si
intitola:
“Un
minuto
di
parole
al
servizio
della
pace”,
in
cui
i
giornalisti
chiedono
di
essere
illuminati
da
Dio
affinché
possano
contribuire
a
far
crescere
una
cultura
del
dialogo
e
le
ragioni
della
pace.
E’
un
grande
compito
dell’informazione,
riuscire
a
dissolvere
negli
spiriti
la
psicosi
bellica
e
la
convinzione
che
soltanto
le
armi
possono
risolvere
i
problemi.
D.
–
I
giornalisti
e
la
guerra:
il
ruolo
dei
mass
media
è
limitato
solo
all’informazione,
o
si
pongono
anche
dei
valori
aggiuntivi?
R.
–
Ci
sono
un’infinità
di
ruoli
che
la
stampa,
la
radio,
la
tv
e
gli
inviati
speciali
nelle
zone
di
guerra
possono
svolgere
per
aiutare
a
tenere
aperti
i
canali
di
dialogo,
lo
scambio
di
idee,
di
esperienze
e
tutto
ciò
che
serve
alle
persone
per
non
odiarsi.
E’
necessario
trovare
terreni
d’intesa
per
costruire
ponti
di
pace.
**********
