LA GUERRA DI INVERNO (MONBIOT) |
da
"Il
Manifesto", 4 ottobre 2001
Il nostro governo ha
promesso, come altri governi, aiuti umanitari. Il governo del Pakistan
ha iniziato a ritirare il proprio sostegno ai Talebani e preme verso
altri leader con la speranza di architettare e mettere in atto un colpo
di stato "silenzioso". Invece della tremenda carneficina
promessa da una nazione ferita, la risposta all'attacco di New York
inizia ad apparire generosa. Ora quasi tutti sembrano concordi: per
soddisfare le esigenze occidentali di controllo sul terrorismo e le
necessità del popolo afgano minacciato dalla fame occorre agire con
calma e per passi successivi.
Ma il nuovo consenso
ha trascurato qualcosa, un elemento facile da capire in tempo di pace,
ma spesso dimenticato in guerra con effetti disastrosi. E' il fattore
che aiutò a battere Napoleone e anche Hitler, un elemento capace di
bloccare qualsiasi intervento umanitario: l'inverno. E l'inverno afgano,
come quello russo, è inesorabile. Quanti si sono occupati di aiuti
umanitari e conoscono l'Afghanistan raccontano che dopo la prima
settimana di novembre tutto diventa impossibile. Un fattore che fa la
differenza: l'inverno si trasforma in inferno.
L'uomo per
sopravvivere ha bisogno di 18 chili di cibo al mese. Secondo le
proiezioni dell'Onu gli afgani in fuga sono circa 1 milione e mezzo,
dunque resteranno nel paese oltre 6 milioni di persone affamate. In
altre parole, per consentire alla popolazione di superare l'inverno
dovrebbero arrivare in Afganistan entro cinque settimane 580.000
tonnellate di viveri, oltre a tendoni, indumenti caldi, medicinali,
attrezzature per la fornitura dell'acqua e apparecchi sanitari. Solo per
i viveri occorrerebbero 21.000 camion o 19.000 aerei Hercules da
trasporto. Il convoglio accolto ieri a Kabul con grandi acclamazioni
copre sì e no la tremillesima parte dei bisogni del paese.
Anche se non ci fosse
la minaccia della guerra, un'operazione di tali dimensioni è comunque
ai limiti del possibile. Diventa senz'altro impossibile ora che
l'Afghanistan si prepara all'invasione. La sospensione degli aiuti
umanitari, durata 19 giorni e interrotta ieri, potrebbe avere già
provocato migliaia di morti. A detta delle Nazioni Unite la ripresa è
"sperimentale": se dovesse scoppiare la guerra, i camion si
fermerebbero e in mezzo ai fumi dei combattimenti gli aerei civili
rischierebbero di essere abbattuti. L'esitazione delle organizzazioni di
aiuti umanitari è comprensibile, ma letale per gli afgani. Ogni attesa
li uccide.
Al momento la
distribuzione è difficile quanto l'approvvigionamento. L'Onu prevede
una diaspora interna al paese di 2,2 milioni di afgani, che lasceranno
le città per il timore delle bande di Talebani e delle bombe americane,
ma anche i villaggi per paura di una guerra civile sempre più aspra.
Questa dispersione è doppiamente tragica: non solo le persone saranno
difficilmente raggiungibili, ma anche impossibilitate a seminare il
grano che dovrebbe salvarle il prossimo anno.
Sembra che per
ragioni militari gli Usa abbiano chiesto a tutti i paesi confinanti con
l'Afghanistan di sbarrare le frontiere. Molti di quelli che non
rischiavano la fame nell'immediato hanno venduto i loro beni per
raggiungere il confine, ma sono stati obbligati a tornare a causa della
sua chiusura illegale. Oggi anche loro muoiono di fame. Se gli Usa
bombarderanno strade e aeroporti per battere i Talebani, quasi tutta la
distribuzione degli aiuti si bloccherà.
Forse è possibile
lanciare una campagna militare di successo tra oggi e il 7 novembre.
Forse è possibile lanciare nello stesso periodo una proficua campagna
di aiuti umanitari. Ma è senz'altro impossibile realizzare entrambe. A
meno che l'Occidente non ritiri le armi in Afghanistan per annunciare
un'immediata cessazione del fuoco, saremo responsabili di qualcosa che
si avvicina al genocidio.
La settimana scorsa
ho suggerito che gli Usa raggiungessero i loro obiettivi strategici in
Afghanistan attraverso la pace, invece che con la guerra. I Talebani
sfruttano la paura dello straniero: evocano un mondo ostile sperando che
la gente resti con loro per paura del peggio. Un intervento umanitario
di grandi proporzioni minaccerebbe l'isolazionismo su cui contano e la
popolazione sarebbe spinta a rivoltarsi contro di loro, gli oppressori.
Ai deliziosi messaggi che sto ricevendo da due settimane e che mi
paragonano a Hitler, Goebbels, Stalin, Chamberlain e Belzebù, si è
subito aggiunta una nuova considerazione: io sarò pure un principe
delle tenebre, ma anche irrimediabilmente idealista e ingenuo. Forse
avrei dovuto essere più cauto nelle mie affermazioni.
Nessuna strategia in
Afghanistan ha garanzia di successo, ma non c'è pensiero più ingenuo
quanto quello di supporre che si può distruggere una tattica (quale è
il terrorismo) o un'idea (quale è il fondamentalismo) per mezzo di
bombe, attacchi missilistici o forze speciali. Infatti, anche il
Pentagono ora elenca le sue scelte militari sotto il titolo Aos: All
Options Stink (letteralmente: tutte le opzioni fanno schifo). Se
l'intervento militare portasse alla consegna di bin Laden e alla
distruzione dei Talebani, è difficile pensare come questo possa
impedire di incoraggiare rappresaglie in tutto il mondo.
Né è evidente che
un attacco all'Afghanistan porterebbe all'eliminazione dei feroci
guerrieri che lo governano. La Gran Bretagna e gli Stati Uniti hanno
bombardato l'Iraq per dieci anni riuscendo solo a rafforzare il dominio
di Saddam. Molti a Washington riconoscono in privato che la permanenza
in carica di Fidel Castro è stata prolungata dalle ostilità e dagli
embarghi americani. Se gli Stati Uniti avessero ritirato le loro truppe
dalla baia di Guantanamo, se avessero aperto i mercati e fatto
investimenti a Cuba, avrebbero ottenuto con la generosità quello che
non hanno mai ottenuto con l'antagonismo. Ci sono tutte le prove per
suggerire che in caso di attacco all'Afghanistan, gli afgani saranno a
fianco del piccolo Satana di casa loro contro il Grande Satana
oltreoceano.
Al contrario, il
governo conservatore rispose ai tumulti degli anni '80 ristrutturando le
proprietà che avevano ridotto in cattivo stato, finché altre città
lamentarono il fatto che il solo modo di ottenere il denaro era quello
di scatenare la rivolta. Ma il governo capì che se da una parte i
rivoltosi potevano essere incoraggiati dai residenti di aree depresse e
in rovina, dall'altra incontravano la decisa opposizione della gente che
vedeva qualche prospettiva di miglioramento.
Alcuni possono
argomentare che lanciando cibo piuttosto che bombe sugli afgani si
darebbe un incentivo ad ulteriori atti terroristici. Ma Osama bin Laden,
se è realmente collegato all'attacco su New York, non è interessato al
benessere del popolo afgano. Come i Talebani, utilizza miseria e
insicurezza come armi sociali. Non cerca la pace, ma la guerra. Mentre
l'aggressione occidentale guiderà gli afgani nelle braccia dei Talebani
e dei loro ospiti, l'aiuto occidentale allontanerà la popolazione dagli
sfruttatori.
Il Pakistan può
continuare a negare il supporto al regime afgano e cercare di progettare
un rovesciamento del regime senza spargimento di sangue. Gli Stati Uniti
possono aumentare la taglia sulla cattura e la resa di bin Laden per
processarlo in un tribunale internazionale. Ma se cerchiamo di
costringere l'Afghanistan alla sottomissione perderemo la guerra del
terrorismo, trucidando nel frattempo "distrattamente" milioni
dei suoi abitanti. Possiamo scegliere, in altre parole, fra un futile
genocidio e una pace produttiva. Non dovrebbe essere una scelta troppo
difficile.
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