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SECONDA
PARTE
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Anche il regime internazionale dei brevetti va riconsiderato.
La tendenza a brevettare qualsiasi cosa, dal genoma umano alla biodiversità
delle foreste pluviali, rischia di togliere ai paesi più poveri anche quello
che la natura stessa gli ha affidato. Inoltre, la durata ventennale dei brevetti
appare eccessiva con riferimento alla situazione dei 49 paesi più poveri, i
quali in ogni caso mai e poi mai potrebbero permettersi di pagare questi
brevetti. Lo scontro sui brevetti dei medicinali anti-Aids, tra il governo del
Sud Africa e le principali compagnie farmaceutiche è un primo esempio di quello
che potrebbe diventare la battaglia per l'accesso ai frutti del sapere. E'
interesse delle imprese che le regole internazionali consentano la cessione di
brevetti a costo fortemente ridotto nei paesi più poveri, a condizione che i
prodotti che ne vengono tratti (ad es. i vaccini contro l'Aids) non siano
ri-esportati nei paesi ricchi. Non si recupereranno mai i costi della ricerca e
sviluppo dei prodotti di prima necessità a spese di queste popolazioni che, in
ogni caso, non sono in grado di pagare.
La difesa delle diversità culturali
Una delle preoccupazioni generate dalla globalizzazione è la
omogeneizzazione delle culture locali ad una sotto-cultura globale. Anche qui,
occorre distinguere.
Da un lato, noi siamo fermamente per la società aperta. La storia ci insegna
che per mantenersi vive ed esuberanti, le culture non hanno bisogno di essere
protette o isolate: sforzi di questo tipo non possono che farle deperire. Le
culture devono invece, vivere in libertà, in un continuo confronto creativo.
Ma non dobbiamo dimenticare che l'affermazione delle diversità
può portare con sé lo sviluppo di un "localismo aggressivo".
L'Europa deve dunque rafforzare la sua identità sulla base di alcuni valori
fondamentali. Sulla base di questa forte identità, noi diventiamo capaci di
assorbire immigrati di culture diverse, di dialogare, di contaminarci.
La politica dell'immigrazione
Secondo le previsioni dell'ONU, nei prossimi 50 anni l'Europa
e il Giappone avranno trend demografici fortemente negativi. Nei paesi in via di
sviluppo la crescita della popolazione sarà superiore al 50%.
Sempre secondo le stime ONU, se l'Italia volesse mantenere
stabile nei prossimi 50 anni la propria forza lavoro, dovrebbe aprire le porte a
357.000 immigrati l'anno, per un totale di 19,6 milioni.
La governance delle migrazioni fornirà una delle soluzioni
principali al problema dell'invecchiamento della popolazione nel nostro paese.
Politiche migratorie eque e sostenibili sono impraticabili
senza una intensa cooperazione tra Stati di origine, di transito e di
destinazione finale. Serve una maggiore negoziazione internazionale che non si
limiti agli aspetti di sicurezza e che porti ad una gestione concordata dei
flussi di emigranti, sottraendoli alle bande di trafficanti. I paesi di
destinazione riceveranno un grande contributo da flussi ordinati e trasparenti
di lavoratori. Politiche globali in materia di flussi migratori, devono
prevedere anche interventi di cooperazione per migliorare le condizioni di vita
e le opportunità di lavoro nei paesi di origine. Sarebbe auspicabile impegnare
la rete delle nostre ambasciate per selezionare a monte gli immigranti, a
beneficio delle imprese italiane che lavorano in Italia e all'estero, fornendo,
anche a coloro che desiderano venire in Italia, formazione ed orientamento.
Si sente anche la mancanza di regole condivise nella
ripartizione degli oneri derivanti dall'accoglienza di flussi di rifugiati. Le
organizzazioni internazionali competenti non dispongono di mezzi e risorse
sufficienti: è fondamentale operare per prevenire i conflitti locali e
sostenere le democrazie, garantendo il rispetto dei diritti umani. I costi di
tali politiche globali sono infinitamente minori della somma totale dei costi
che ciascuno stato deve affrontare autonomamente per fare fronte al fenomeno, in
maniera non coordinata con il resto della comunità internazionale.
La povertà
La situazione della povertà mondiale è nota. Quasi la metà
degli abitanti del pianeta vive con meno di due dollari al giorno e 1 miliardo e
duecento milioni di persone vive con meno di un dollaro al giorno. Nei 49 paesi
più poveri, il 50% della popolazione infantile vive in condizione di
malnutrizione e 5 bambini su 100 non sopravvivono fino al quinto compleanno.
Nell'Africa sub-sahariana un adulto su quattro è sieropositivo. La metà dei
bambini che hanno fra i 5 e i 14 anni lavora. In tutto il mondo, sono 250
milioni.
Le prospettive per i prossimi anni sono ancora più drammatiche. Nel 2020,
infatti, vi saranno due miliardi in più di abitanti sul pianeta, quasi tutti
nei paesi in via di sviluppo.
La comunità internazionale si è solennemente impegnata a
ridurre entro il 2015 del 50% il numero di quanti vivono con meno di un dollaro
al giorno; si è impegnata a ridurre il numero di quanti vivono senza acqua
potabile, a dare un ciclo di studi primario a tutti bambini del mondo, a ridurre
sostanzialmente i decessi da parto. La Banca mondiale già avverte che stiamo
andando verso un nuovo fallimento, una ennesima delusione. Eppure, questa
catastrofe umanitaria non è affatto inevitabile.
Il problema è che questi paesi sono stati esclusi dai flussi
economici internazionali. 800 milioni di abitanti dei paesi più poveri
producono lo 0,7 del PIL mondiale, hanno solo lo 0,4% del commercio mondiale,
degli investimenti diretti. E questo per colpa del nostro protezionismo, anche
di quello italiano.
Il nostro governo ha proposto ai partners del G8 di aprire i
mercati del nord del mondo alle poche esportazioni dei 49 paesi più poveri.
Tale misura vale 5 volte la cancellazione del debito per questi paesi. Allora,
noi Giovani Imprenditori vogliamo chiedere al Presidente del Consiglio di
battersi con forza, al Summit di Genova, per ottenere dal G8 l'annuncio che
questi paesi aspettano con ansia: una politica di apertura commerciale che
riguardi "tutto ma non le armi". Sarebbe veramente poco se il G8 di
Luglio dovesse produrre solo un "Fondo" per la Sanità. Sarebbe un
ulteriore esempio di immobilismo destabilizzante della politica di fronte alle
crisi globali.
Insomma, il vero problema di fondo, di fronte a tutte le crisi
che viviamo, è "globalizzare la globalizzazione"!
LA GOVERNANCE
Un modello di sviluppo alternativo
Il rapporto squilibrato fra stato, mercato e società sta
mettendo in crisi diversi equilibri globali. Come reazione, un nuovo progetto
politico globale va delineandosi in tutto il mondo, con il contributo di diversi
settori, diverse esperienze, diverse visioni. Noi vogliamo essere presenti in
questo dibattito, con la nostra idea di "sviluppo armonico": uno
sviluppo che unisca crescita economica e qualità della vita.
L'equazione fondamentale dello sviluppo armonico si articola
in quattro passaggi:
1) le condizioni fondamentali per lo sviluppo (come legalità, istruzione, sanità);
2) la condizione necessaria (il mercato);
3) la clausola ambientale (che dà lo sviluppo sostenibile);
4) la clausola sociale (che rende lo sviluppo "armonico").
Lo sviluppo armonico - per noi - ha già un suo indicatore: è
l'indice ISU (indice dello sviluppo umano) calcolato dall'Onu, che tiene conto,
oltre che del Pil pro capite, anche delle condizioni sanitarie, del livello di
alfabetizzazione e di istruzione. E' un indice che va messo al centro delle
politiche di sviluppo.
Governance: le possibili soluzioni
Cari amici,
da qui bisogna partire per rifare le regole della
globalizzazione. Ma il vero nodo della governance globale è: chi fa queste
regole? I problemi globali sono problemi urgenti. Sono problemi complessi. Sono
problemi che travalicano i confini degli stati nazionali. Queste caratteristiche
fanno a pugni con la organizzazione gerarchica degli stati nazionali. D'altra
parte, le attuali organizzazioni internazionali sono condizionate da interessi
forti; sono poco trasparenti nei processi decisionali; sono poco integrate negli
obiettivi e nell'azione - fra di loro e con altre istituzioni. Sono infine
burocratiche ed autoreferenziali.
Per risolvere il rebus della governance globale esistono tre
strade:
· una prima strada punta a migliorare l'attuale sistema, partendo da riforme
delle pubbliche amministrazioni nazionali che aumentino anche la loro capacità
di proiezione esterna;
· una seconda strada punta a promuovere una sorta di governo mondiale. Su
questa linea si muove il Segretario Generale delle Nazioni Unite;
· una terza strada, invece, punta a modernizzare radicalmente il funzionamento
delle
Organizzazioni Internazionali, coinvolgendo nella governance
la "business community" e la società civile. Questa prospettiva viene
esplorata con crescente entusiasmo dalle stesse Nazioni Unite e da alcuni
governi di paesi nord-europei. Jean François Rischard ce la illustrerà nella
sua relazione. E' l'opzione più coerente con la nostra visione di società
aperta.
Esiste poi un problema di risorse da mobilitare per sostenere
economicamente la governance globale. Avanziamo due proposte, tra loro
complementari. La prima è di finanziare una maggiore spesa pubblica mondiale
(inclusi i flussi di aiuto allo sviluppo), tassando alcune transazioni
internazionali. Noi suggeriamo una tassa mondiale sul consumo di combustibili
che producono gas ad effetto serra. Un'aliquota dello 0,5% sarebbe sufficiente a
generare un flusso di risorse pari a cento volte il bilancio annuale di tutte le
Agenzie delle Nazioni Unite.
Un'altra direzione è quella di incentivare il flusso di
risorse private dedicate al sostegno dei paesi in via di sviluppo. Negli Stati
Uniti, ad esempio, il trattamento fiscale delle donazioni per beneficenza le
rende completamente esenti, mentre nei paesi europei le donazioni danno luogo a
deduzioni fiscali più o meno marginali. Aiutiamo chi vuole aiutare: esaltiamo i
valori della solidarietà che contraddistinguono noi italiani e la cultura
europea.
Applicando il principio di sussidiarietà si può favorire il
finanziamento diretto del cittadino alle attività delle ONG. Molte di queste
organizzazioni - come Medici Senza Frontiere, che ospitiamo qui a Santa
Margherita - hanno dimostrato di svolgere attività di sostegno alle popolazioni
del Sud del mondo, meglio delle organizzazioni governative. Molti - cittadini,
associazioni, imprese - sarebbero disposti a finanziarle direttamente, non
"fidandosi" dell'intermediazione dello Stato.
Ma devono essere stimolati a farlo. Il Parlamento legiferi,
favorisca la nascita del monitoraggio privato delle ONG, basato sull'obbligo
della trasparenza!
Un ulteriore strumento è quello della finanza etica. I fondi
etici si caratterizzano per investire solo in imprese che soddisfano alcuni
requisiti comportamentali nei confronti dei diritti umani e sociali,
dell'ambiente, della tutela dei consumatori. Sono molto diffusi negli Stati
Uniti, dove il 14% del totale investito è allocato su questi fondi che, negli
ultimi anni, hanno registrato risultati superiori ad alcuni indici di mercato.
In Italia, lo sviluppo di questi strumenti è ancora molto in ritardo e
rappresentano appena lo 0,8% dei fondi totali investiti: occorre incentivarli.
Come Giovani Imprenditori abbiamo aderito con entusiasmo alla proposta della
Banca Advantage, di collaborare alla istituzione di un fondo etico, partecipando
alla definizione degli obiettivi e delle strategie che, secondo noi, definiscono
meglio un modello di impresa in cui ci riconosciamo.
Conclusioni
Voglio concludere citando una frase del premio Nobel per la
Medicina del 1958 Joshua Lederberg: "Il mondo è ormai un solo villaggio.
La nostra tolleranza per una malattia in qualsiasi angolo del pianeta avviene a
nostro rischio e pericolo". Nel caso dell'Aids, se si fossero spesi dei
soldi subito, quando i costi erano ancora relativamente bassi, avremmo evitato
che il problema andasse fuori controllo. Questa lezione vale per tutti i
problemi globali, su cui la comunità internazionale non riesce a mettersi
d'accordo.
A noi - che in quanto imprenditori siamo protagonisti dei
mercati globali e, come uomini del nostro tempo, siamo anche protagonisti della
nostra società - interessa che la globalizzazione sia regolata, e che si
realizzino cospicui investimenti nei settori decisivi per la sopravvivenza della
vita e della sua qualità, in tutte le parti del mondo.
Ci interessa che questo resti un pianeta abitabile, in tutte
le sue parti, ovunque. E' un nostro diritto. E' un nostro dovere.
Siamo pronti a fare la nostra parte. Lo stiamo dimostrando con
questo Convegno: è la prima volta che gli imprenditori italiani si confrontano
con gli squilibri della globalizzazione. Non a caso, la spinta viene da noi
Giovani Imprenditori! Lo stiamo dimostrando con la nostra disponibilità a
discuterne con chiunque, a ricercare soluzioni avanzate. Lo dimostrano le
iniziative concrete che abbiamo annunciato. Lo dimostra il nostro lavoro
quotidiano. La nostra rinuncia al protezionismo ha come prima ed immediata
conseguenza il nostro appoggio forte all'iniziativa italiana in sede di G8.
Ci aspettiamo quindi che il Presidente del Consiglio si batta,
a Genova, per:
· aprire i mercati del Nord del mondo ai prodotti dei paesi più poveri;
· incentivare il flusso degli investimenti verso quei paesi;
· organizzare e finanziare la diffusione della tecnologia nel Sud del mondo;
· stimolare la nascita di scuole, istituti di ricerca, ospedali nei paesi più
poveri.
Alla politica, alla burocrazia pubblica, chiediamo un salto di
qualità, per provare a trasformare questo sviluppo caotico in uno sviluppo
armonico. Chiediamo di non lasciare soli i mercati globali. Perché o la
politica internazionale realizza una mediazione alta degli interessi nazionali o
la società aperta entra in crisi.
Al governo italiano chiediamo di contribuire al rafforzamento
politico dell'Europa, alla sua coesione, al suo sforzo di aprirsi e di
includere. La vocazione dell'Europa è quella di svolgere - grazie alla sua
identità, ai suoi valori peculiari - un ruolo di traino nel mondo per la
soluzione dei problemi globali. Ma ciò richiede una profonda revisione della
politica europea che, a fronte di importanti progetti di allargamento ed
apertura - verso Est e verso i paesi dell'area mediterranea - ancora contrappone
un'infelice politica del più rigido protezionismo nei confronti
dell'agricoltura. Attraverso lo strumento delle cooperazioni rafforzate,
l'Europa può contribuire all'integrazione globale dell'Africa del Nord e
incentivare la costituzione di un'Unione africana basata sulla democrazia e
sulla pace, sul rispetto dei diritti umani e del mercato. Attrezziamo il nostro
continente per essere all'altezza di questa missione.
In questi due giorni approfondiremo queste tematiche con l'ottica di
imprenditori, coscienti che senza la libera iniziativa privata non è possibile
veicolare la crescita né produrre le risorse necessarie allo sviluppo. Ma come
Giovani Imprenditori proveremo a definire meglio un modello di sviluppo che si
basa sul mercato, sulle regole, sull'etica. Un modello che abbia come obiettivo
lo sviluppo armonico.
Noi Giovani Imprenditori vogliamo far parte del numero dei
soggetti attivi e protagonisti di questo momento storico. Vogliamo impegnarci
per misurarci con temi certamente molto più grandi di noi, ma che non vogliamo
demandare ad altri, chiusi nel "microcosmo" delle nostre aziende.
Se il mestiere degli imprenditori è fare impresa e il
mestiere di Salgado è quello di rappresentare la gente, il mestiere di noi
Giovani Imprenditori è quello di fare impresa tenendo ben presente la gente.
Allo sguardo di quella bambina noi vogliamo dare una risposta.
Edoardo Garrone
(erg)