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PRIMA
PARTE
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Cari amici,
viviamo in un mondo ricco, tecnologicamente progredito,
dinamico. Ma questo mondo è anche un mondo sofferente, un mondo spaventato. Un
mondo che non sa dove sta andando, e non ha capito chi c'è, seduto, al posto di
guida. Un mondo del genere non è stabile. Non è sicuro: neanche per noi. In un
mondo globalizzato le isole felici sono illusorie.
Un mondo del genere interpella la nostra responsabilità. Che ci piaccia o no,
tutti gli abitanti del villaggio globale stanno diventando "nostri
vicini"; essi ci interrogano, a volte silenziosamente.
La foto di Sebastiao Salgado che fa da logo al Convegno spiega
bene con quale spirito parliamo oggi della governance della globalizzazione. Gli
occhi infiniti di questa bambina sono "gli occhi dell'altro".
Indipendentemente dalla miseria degli abiti, dalle cose circostanti, forse dalle
umiliazioni subite, quegli occhi comunicano molto più di quanto può fare la
parola. Sono occhi che esprimono angoscia, ma anche attesa e speranza. Sono
finestre aperte su un'anima che attende risposte.
I benefici della globalizzazione
La globalizzazione non è inevitabile: le ondate protezioniste
del XX secolo dimostrano che la tentazione della chiusura è sempre presente. La
globalizzazione, però, è un processo che riflette un percorso di progresso, un
processo quasi naturale frutto dei desideri di miglioramento in tutti i campi
dell'attività dell'uomo, delle convenienze economiche, del desiderio di
viaggiare, conoscere, scambiare.
Questo desiderio è oggi più vivo che mai. Ed è stato
esaltato dalla caduta del muro di Berlino, dalla vittoria del modello di società
"aperta" fondato sull'economia di mercato. Nell'ultimo decennio,
ovunque le politiche economiche hanno rivalutato il ruolo del mercato - e del
profitto! - come motori dello sviluppo. Il G8, il WTO, il Fondo Monetario, la
Banca Mondiale, gli accordi regionali di libero scambio, le liberalizzazioni e
le privatizzazioni all'interno degli Stati nazionali: tutti hanno concorso allo
sforzo per liberalizzare il commercio, i flussi finanziari, ma anche la
circolazione delle idee, la cultura, l'arte, la produzione scientifica e
tecnologica.
Il risultato è uno sviluppo trascinante e caotico
dell'economia mondiale.
Nell'ultimo decennio, la ricchezza è aumentata quasi ovunque nel mondo. La
crescita del benessere è andata di pari passo con l'accelerazione dei flussi
trasnazionali di beni, servizi, capitale, lavoro, tecnologia. Noi italiani, ad
esempio, abbiamo visto in dieci anni aumentare le nostre esportazioni da 310.000
a 544.000 miliardi; il nostro reddito nazionale è cresciuto del 17%. E pensare
che solo pochi decenni fa milioni di italiani pativano la fame.
Il benessere è aumentato in gran parte del mondo: là dove
arrivava la globalizzazione, la crescita del prodotto superava la crescita della
popolazione, contribuendo in maniera decisiva alla riduzione della povertà,
dalla Polonia alla Malesia, dall'India, al Botswana; il confronto più limpido
è quello fra la Corea del Nord e la Corea del Sud. Quando si tratta di produrre
ricchezza privata, beni e servizi destinati al consumo privato, "Markets do
it better". La globalizzazione porta "maggiore efficienza", cioè
consente maggiore produzione a parità di risorse utilizzate: la crescita di
efficienza è dunque la chiave per lo sviluppo.
Le sfide della globalizzazione
Ma la globalizzazione non è soltanto la culla di nuove
opportunità. Ha già generato problemi nuovi, e rischi crescenti. Le crisi
globali si succedono con elevata frequenza. Clamorose come le crisi finanziarie,
i conflitti armati. Silenziose come la povertà, l'ambiente, l'Aids. Queste
crisi hanno un alto costo per tutti: umano, economico, ambientale.
La lista delle
sfide
che la globalizzazione pone è ancora lunga: proliferazione
nucleare, criminalità internazionale, appiattimento culturale, violazioni della
vita e dei diritti dell'uomo, insufficiente diffusione delle conoscenze
scientifiche e tecniche. In un mondo globalizzato le interdipendenze, quando non
sono regolate, creano ansia, insicurezza. Instabilità. Paura.
Chi deve farsi carico dei problemi globali? Spesso sembra che,
poiché essi riguardano tutti, nessuno ne sia responsabile! E allora, si aspetta
che siano "gli altri" ad accollarsi i costi, per poi godere tutti
delle soluzioni. Quando poi le bombe ad orologeria esplodono, come nel caso
dell'Aids, non resta che cercare una salvezza individuale, incerta, costosa. E'
evidente che questo modello non funziona bene. E' ora che ciascuno si assuma le
proprie responsabilità. Noi siamo qui per assumerci le nostre.
L'impressione che l'opinione pubblica ricava dallo sviluppo
caotico della globalizzazione è che i mercati abbiano di fatto
"espropriato la politica". Il sentimento di rigetto per l'economia di
mercato non ha ancora trovato espressione ideologica univoca: esso costituisce
un humus fertile per protezionismi, nazionalismi, populismi di vario genere, e
provoca l'insorgenza di movimenti antisistema diffusi e magmatici, di cui è
oggi difficile immaginare lo sviluppo.
Ma non c'è dubbio che le proteste del cosiddetto "popolo
di Seattle" hanno se non altro il merito di richiamare l'attenzione
dell'opinione pubblica sull'urgenza dei problemi e l'immobilismo dei governi
nazionali. Le nostre risposte - sia chiaro - non coincidono con quelle del
movimento anti-globalizzazione. Ma il dialogo e la discussione nel merito - lo
dico con altrettanta forza - è l'unica strada percorribile.
Naturalmente, noi siamo pronti a fare la nostra parte, come
operatori sui mercati globali. La politica però deve fare la sua parte. E
invece, mentre le banche, le imprese, la cultura, la musica, il turismo, il
linguaggio, si sono globalizzati, la politica continua a pensare
"locale".
Incapaci di intervenire in maniera efficace e coordinata sui
problemi globali, i governi nazionali reagiscono in ordine sparso, cercando di
costruire ciascuno la propria isola felice! Costruiscono scudi spaziali,
barriere contro gli immigranti, dighe contro le inondazioni. Chi è dentro, è
dentro, gli altri si arrangino! Ma la filosofia degli scudi (spaziali o meno)
non è solo una filosofia poco solidale: è poco efficace, è costosa. Quindi,
è inefficiente. Funziona male.
Un sistema di regole
sovranazionali, e una dimensione globale
della politica sono un necessario complemento alla globalizzazione
dell'economia. I vantaggi sarebbero evidenti per tutti, oltre che per il sistema
delle imprese. Vi sono ragioni di efficienza, ragioni di stabilità del sistema.
Ma vi è anche una ragione etica alla base del nostro richiamo ad un sistema di
regole globali; un'etica che, come sottolineava Luigi Einaudi, è fondamentale
al capitalismo, per far sì che esso non dia luogo ad una consorteria di pochi,
ma si traduca in un effettivo motore di crescita e di miglioramento della qualità
della vita per tutti.
LE CRISI GLOBALI
Ambiente, energia, cultura del limite
L'ambiente è il primo grande tema su cui tocchiamo con mano
la mancanza di una governance globale.
Viviamo in un mondo nel quale il processo di deforestazione
avanza al ritmo di 100.000 Km2. all'anno, un terzo della superficie italiana.
La bio-diversità si riduce; ai ritmi attuali, la metà di
tutte le specie di uccelli e mammiferi è destinata ad estinguersi nel giro di
200-300 anni.
L'acqua è un problema drammatico per molti paesi in via di
sviluppo, e non solo per loro.
Le risorse ittiche mondiali stanno crollando: la capacità produttiva
dell'industria della pesca supera del 40% complessivamente i livelli
sostenibili, e questo anche grazie ai sussidi che i governi (compreso quello
italiano) elargiscono al settore, invece di utilizzare le risorse per finanziare
riconversioni produttive sostenibili.
L'ambiente è una risorsa dell'umanità e un diritto di tutti
i cittadini del mondo e delle generazioni future. Non possiamo permetterci di
non trovare una soluzione alla conservazione della vivibilità del nostro
pianeta. Dobbiamo darci regole globali e far sì che tutti i paesi diano il
proprio contributo alla ricerca e all'applicazione di tecnologie a basso consumo
energetico e a basso impatto ambientale.
Noi Giovani Imprenditori dobbiamo e vogliamo fare un passo
avanti nella consapevolezza che queste risorse hanno un valore economico dettato
dalla loro finitezza. La nostra è la cultura del limite. La cultura
dell'astronauta, cosciente della necessità di utilizzare al meglio le risorse a
sua disposizione, e non quella del pioniere di frontiera, che estende il suo
sguardo su praterie infinite.
La cultura del limite - a noi imprenditori - conviene. È
l'unico modo per mantenere nel tempo le nostre produzioni. Anche perché negli
anni a venire consumatori e risparmiatori influenzeranno sempre di più la
domanda, orientandola verso produzioni ecosostenibili.
L'Europa deve svolgere un ruolo di traino per la soluzione
dell'emergenza ambientale, e spingere gli Stati Uniti, così come i grandi paesi
emergenti, Cina e India, ad adottare una cultura del limite.
E' una cultura che noi europei già applichiamo da anni in
materia di risparmio energetico. Su questo siamo più avanti degli Usa. Gli
americani consumano più del doppio di noi in termini di barili di petrolio
procapite all'anno. Inquinano oltre il quaranta per cento in più di noi, anche
quando si rapporta la quantità delle emissioni al PIL. La loro inefficienza
energetica contribuisce ad innalzare i prezzi del petrolio, che noi, così,
paghiamo più caro.
La retromarcia su Kyoto svela il piano energetico di
Bush, che
mira a rafforzare gli Usa in un settore veramente strategico. Per noi europei è
un ulteriore campanello d'allarme. L'Europa non ha un piano strategico di lungo
termine per lo sviluppo energetico e non è neanche nelle condizioni di
realizzarlo. I veti incrociati degli stati nazionali, che utilizzano fonti
diverse, difendono in maniera miope gli interessi dei propri produttori. Ciò
significa che nei prossimi anni l'accentuata dipendenza energetica costituirà
un ulteriore elemento di debolezza "negoziale" per l'Europa nei
confronti dell'altra superpotenza.
Sicurezza alimentare e bio-genetica: il ruolo della scienza
Un altro tema centrale del dibattito sulla globalizzazione è
il tema della sicurezza alimentare, della sicurezza sanitaria, e del ruolo e dei
limiti che la scienza deve avere.
La scienza ha acquisito meriti fondamentali nella storia
dell'umanità. Grazie ai progressi della medicina, ad esempio, negli ultimi
trent'anni la mortalità infantile nel mondo si è dimezzata.
Grazie ai progressi della biogenetica, a parità di terreno
coltivabile, e mentre la popolazione del pianeta raddoppiava, è stato possibile
strappare dalla fame interi sub-continenti come l'India.
E' dalla scienza che ci aspettiamo la soluzione di alcuni
grandi squilibri della globalizzazione. E' grazie alla scienza che potremmo
riuscire a sfamare nel 2025 due miliardi di persone in più, senza accelerare la
deforestazione.
Siamo all'"ottavo giorno della creazione": l'uomo
comincia a manipolare la vita. E' pericoloso, d'accordo. Ma è anche pericoloso
impedire alla scienza di progredire. Per ridurre i rischi della scienza, non
occorre meno scienza, ma più scienza! Però responsabile e trasparente. Gli
scienziati devono scendere dalle torri d'avorio, comunicare al resto della
società anche gli obiettivi ed i metodi della ricerca scientifica.
Occorre superare il principio di precauzione che tende a
bloccare lo sviluppo della scienza e passare a quello della prevenzione. I
cittadini devono essere informati sui possibili rischi delle sperimentazioni. Il
consumatore deve essere libero di scegliere consapevolmente fra i prodotti che
gli vengono offerti. Occorre applicare il principio di etichettatura.
La ricerca scientifica e tecnologica va indirizzata
urgentemente verso la soluzione dei gravi problemi sanitari e alimentari dei
paesi in via di sviluppo. In occasione del G8 di Genova, l'Italia deve mantenere
la sua richiesta iniziale di promuovere, oltre a un fondo per la sanità, anche
un Fondo Globale per sostenere la ricerca internazionale pubblica sulle materie
di interesse dei paesi più poveri (quali le malattie e le colture tropicali).
