da
"Il
Sole 24 Ore", 8
luglio 2001
Data
la gravità e le conseguenze dei contrasti tra ricchezza e povertà che
osserviamo nel mondo, come fa la maggior parte di noi a condurre una vita
spensierata? L'assenza di riflessione etica è dovuta a un'assenza di empatia, a
una specie di cecità morale o di supremo egocentrismo che affligge e travia il
nostro modo di pensare e di agire? O esiste un'altra spiegazione, riconducibile
a una visione meno negativa della nostra psicologia e dei nostri valori?
Non
è facile rispondere, ma io credo che la nostra indifferenza sia legata più a
un difetto di conoscenza che a una mancanza di solidarietà. Tale fallimento
cognitivo può essere il frutto tanto di un irragionevole ottimismo quanto di un
pessimismo senza fondamento; e, stranamente, capita che questi due estremi si
tocchino. L'ottimista testardo tende a sperare che presto le cose migliorino,
che l'economia di mercato, che ha portato prosperità in una parte del mondo,
finisca automaticamente per estendere a tutti i suoi benefici. "Dateci
tempo, non siate così impazienti", dice. D'altro canto il pessimista a
oltranza riconosce ed enfatizza la persistenza della miseria nel mondo. Ma egli
è pessimista anche sulla nostra capacità di cambiare le cose. "Dovremmo
cambiarle, ma a essere realistici, sappiamo che non ci riusciremo", dice.
Il pessimismo conduce spesso alla supina accettazione di grandi mali. Come
scrisse Thomas Browne nel 1643, "il mondo... non è una locanda, ma un
ospedale": possiamo imparare a vivere felici in un posto pieno di gente
sofferente, evitando di pensare a tutti quei disgraziati intorno a noi.
C'è
dunque una convergenza, parziale ma vera, tra l'ottimista testardo e il
pessimista incorreggibile. Il primo ritiene che non sia il caso di fare
resistenza, il secondo che sia inutile. O come disse James Branch Cabell (di
fronte a una manifestazione ben diversa di questo paradosso): "Per
l'ottimista viviamo nel migliore dei mondi possibili. Il pessimista teme che sia
vero". I punti di vista opposti si uniscono nella rassegnazione, e la
passività globale si nutre non solo di cecità morale, apatia, egocentrismo ma
anche dell'alleanza conservatrice di due posizioni estreme. Convinti - o per lo
meno confortati - da entrambe, possiamo occuparci dei fatti nostri senza vedere
nulla di imbarazzante nell'accettare tranquillamente le disuguaglianze del
mondo.
È
in questo contesto che vanno analizzati gli attuali dubbi sulla globalizzazione,
e i movimenti di protesta che tanto turbano i vertici internazionali. Le
proteste hanno molte sfaccettature (tra cui un'arroganza e una violenza
difficili da tollerare) ma si possono considerare come una sfida
all'autocompiacimento etico e all'inazione generati dalla coalizione tra
ottimisti e pessimisti. Sono movimenti spesso goffi, rabbiosi, semplicistici,
dissennati eppure, a mio parere, hanno la funzione di mettere in discussione la
tendenza ad accontentarci del mondo in cui viviamo. Anche se certe premesse e
molti dei rimedi proposti dal fronte della protesta sono raffazzonati e confusi,
bisogna riconoscere il ruolo fecondo dei dubbi e vanno tenuti ben distinti gli
elementi distruttivi dei movimenti dalla loro funzione costruttiva.
Le
proteste esprimono dubbi creativi. Ma a proposito di che? Qui occorre fare uno
sforzo interpretativo. I manifestanti si descrivono spesso come contrari alla
globalizzazione. Ma a dispetto di ciò che dicono, non lo sono affatto. Infatti
le loro proteste sono fra gli eventi più globali che ci siano. I fenomeni di
Seattle, Melbourne, Praga, Québec e altrove non sono né locali né isolati;
non sono creati dai giovani del posto, ma da uomini e donne venuti da tutto il
mondo per far sentire la propria voce globale. La globalizzazione dei rapporti
non è certo quello che intendono fermare, altrimenti dovrebbero cominciare col
fermare se stessi.
Prima
di tornare a ragionare sulle proteste, vorrei sottolineare che la
globalizzazione non è una novità né una follia. In una prospettiva storica,
contribuisce da millenni al progresso nel mondo attraverso viaggi, commerci,
migrazioni, disseminazione delle influenze culturali, del sapere e delle
conoscenze, scienza e tecnologia comprese. Fermarla avrebbe recato al progresso
umano danni irreparabili.
Anche
se oggi la globalizzazione è vista spesso come un corollario del dominio
occidentale, storicamente ha seguito strade diverse. Attorno all'anno Mille, la
diffusione globale della scienza, della tecnologia e della matematica stava
cambiando il vecchio mondo ma proveniva da una direzione opposta a quella
attuale. La carta e la stampa, la balestra e la polvere da sparo, l'orologio e
il ponte sospeso con catene di ferro, l'aquilone e la bussola, la carriola e il
ventilatore girevole - tutti esempi dell'alta tecnologia di un millennio fa -
erano usati comunemente in Cina e ignoti altrove. La globalizzazione li ha
portati nel resto del mondo, fino in Europa.
L'influenza
dell'Oriente sulla matematica occidentale ha seguito lo stesso percorso. Il
sistema decimale, nato in India tra il II e il VI secolo, è stato poco dopo
adattato dai matematici arabi. Sul finire del X secolo l'innovazione ha
raggiunto l'Europa e ha avuto un ruolo di primo piano nella rivoluzione
scientifica. L'Europa sarebbe stata ben più povera - economicamente,
culturalmente e scientificamente - se allora avesse resistito a quella
globalizzazione e lo stesso vale per quella in atto oggi. Rifiutare la
globalizzazione della scienza e della tecnologia in quanto influenza occidentale
non solo significherebbe ignorare i contributi - venuti da svariate regioni del
mondo - sui quali si sono edificate la scienza e la tecnologia dette
"occidentali", ma in pratica sarebbe una scelta idiota, visti i
vantaggi che da tale processo trarrebbe il mondo intero. Identificare questo
fenomeno con "l'imperialismo occidentale" in materia di idee e
credenze (sempre stando alla retorica) sarebbe un errore grave e costoso, così
come lo sarebbe stata una resistenza europea all'influenza orientale mille anni
fa. Certo, non vanno trascurati i problemi della globalizzazione connessi con
l'imperialismo (la storia delle conquiste e del colonialismo ha ancora i suoi
effetti). Ma la globalizzazione non si riduce a questi: è molto, molto di più.
In
effetti, la questione più importante è come usare bene i grandi benefici
derivanti dai rapporti economici e dal progresso tecnologico, in maniera da
prestare la dovuta attenzione agli interessi dei più poveri. Questo chiedono i
movimenti di protesta, anche se in sostanza la questione non riguarda affatto la
globalizzazione.
Mi
sembra che per un verso o per l'altro l'oggetto del contendere siano le
disuguaglianze inter e intra-nazionali di ricchezza, le notevoli asimmetrie del
potere politico, sociale ed economico, e quindi la condivisione dei potenziali
benefici della globalizzazione tra paesi ricchi e poveri e tra diversi gruppi
all'interno di uno stesso paese. Non basta convenire sul fatto che i poveri del
mondo hanno bisogno della globalizzazione almeno quanto i ricchi, bisogna anche
assicurarsi che ottengano ciò di cui hanno bisogno. E questo potrebbe
richiedere una profonda riforma istituzionale, da affrontare nel momento stesso
in cui si prendono le difese della globalizzazione.
Forse
occorre concentrarsi innanzitutto sull'immenso ruolo delle istituzioni non di
mercato nel determinare la natura e la portata delle disuguaglianze. Le
istituzioni politiche, sociali, legali e altre ancora, possono influire
fortemente sul buon funzionamento dei meccanismi di mercato, allargandoli e
facilitandone un uso equo, e così facendo intervenire sulle disparità tra le
nazioni e sulle disuguaglianze interne ad esse.
L'architettura
internazionale economica, finanziaria e politica del mondo che abbiamo ereditato
dal passato - comprese istituzioni come la Banca mondiale, il Fondo monetario
internazionale e altre ancora - deriva soprattutto dalla conferenza di Bretton
Woods nel 1944. All'epoca, occorreva affrontare i problemi post-bellici. Gran
parte dell'Asia e dell'Africa erano ancora sotto una qualche forma di dominio
coloniale, e certo non erano in grado di contrastare la spartizione
internazionale del potere e dell'autorità che le potenze alleate imposero al
mondo. L'insicurezza economica e la povertà erano molto più tollerate di oggi,
i diritti umani erano un'idea ancora fragilissima, il potere delle Ong era tutto
da inventare e la democrazia non era sicuramente vista come un principio
globale.
Da
allora il mondo è cambiato. La forza delle proteste globali riflette in parte
una nuova mentalità, una nuova tendenza a sfidare l'establishment mondiale ed
è, in larga misura, l'equivalente globale delle proteste interne alle nazioni,
associate ai movimenti dei lavoratori e al radicalismo politico. Le recenti
esplosioni dei dubbi globali sembrano addirittura condividere lo spirito con cui
Leadbelly, il grande cantante di blues, scrisse un giorno, mutuando il primo
verso dall'inno nazionale statunitense: "In the home of the brave, land of
the free,/I will not be put down by no bourgeoisie" (Nella patria dei
prodi, terra dei liberi / Non mi farò schiacciare da nessuna borghesia). Il
radicalismo, si sa, non ha mai avuto in America il potere suggerito da questa
canzone, ma la determinazione che essa esprime ha contribuito nel tempo a molti
cambiamenti concreti, a cominciare dal potere delle organizzazioni dei
lavoratori, del quale tanti industriali si lamentano oggi.
Si
può fare un parallelo con gli attuali movimenti di protesta globale: non sono
ancora molto forti in termini organizzativi ma sono in larga misura un segno di
quanto sta per accadere. Siccome pongono domande vere, occorre trovare risposte
adeguate, anche se agli occhi dell'establishment mondiale i manifestanti
sembrano rozzi e chiassosi. C'è davvero bisogno di cambiare. Il mondo di
Bretton Woods non è quello di oggi. La sua struttura istituzionale va rivista
da cima a fondo. Anzi, non credo che le potenzialità costruttive dei movimenti
di protesta possano essere imbrigliate né la loro presenza distruttiva
eliminata senza una risposta istituzionale chiara.
Di
questa, già si colgono le avvisaglie: stanno cambiando le priorità delle
istituzioni internazionali. Anche se l'eliminazione della povertà non era
l'oggetto principale delle risoluzioni di Bretton Woods, per esempio, essa è
diventata almeno formalmente lo scopo della Banca mondiale. C'è un ripensamento
in atto del peso del debito sui paesi poveri, della vecchia pratica del Fmi e
della Banca mondiale di imporre ai paesi poveri "riforme strutturali"
malamente formulate, spesso con effetti dannosi sull'infrastruttura sociale.
Sono cambiamenti che vanno nella direzione giusta, ma ci vorrà molto di più,
specialmente in termini di costruzione istituzionale. Ben vengano questi
cambiamenti in strutture come la Banca mondiale, ma occorre prendere
esplicitamente le distanze dall'architettura ereditata da Bretton Woods.
C'è
bisogno oggi di interrogarsi non soltanto sull'economia e sulla politica della
globalizzazione ma anche sui valori che contribuiscono alla nostra concezione
del mondo globale, senza lasciarsi sopraffare da un misto di ottimismo testardo
e di pessimismo dissennato. C'è bisogno di riflettere non solo sugli impegni
dettati da un'etica globale ma sulla necessità concreta di mettere le
istituzioni internazionali al servizio del mondo e di estendere il ruolo delle
istituzioni sociali in ogni paese. È importante tenere conto della
complementarità tra istituzioni diverse, tra cui il mercato e i sistemi
democratici, le opportunità sociali, le libertà politiche e altri elementi
istituzionali, vecchi e nuovi. Serviranno istituzioni innovative per affrontare
le questioni di sostanza sollevate dai dubbi globali e per spezzare il cerchio
di incomunicabilità nel quale i movimenti di protesta tendono sempre a
rinchiudersi. La protesta globale degli attivisti in tutto il mondo può davvero
essere costruttiva, ma perché lo sia questi movimenti vanno giudicati per le
domande globali che pongono, più che per le risposte apparentemente contrarie
alla globalizzazione contenute nei loro slogan.
(Traduzione
di Sylvie Coyaud)
RIFERIMENTI
BIBLIOGRAFICI
SEN
A., "Sviluppo
e libertà" - Mondadori