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STIGLITZ: LA GLOBALIZZAZIONE RICHIEDE DIALOGO (DI ALBERTO SIMONI)

dal "Corriere della Sera" 

Joseph Stiglitz, premio Nobel per l'economia 2001 e professore alla Columbia University, lancia il suo nuovo progetto chiamato "Initiative for Policy Dialogue".

Non capita spesso di seguire un corso universitario tenuto da un professore che, a metà del semestre, riceve il premio Nobel. Quest'anno Joseph Stiglitz, professore della Columbia University di New York, ha vinto, condividendolo con George Akerlof e Michael Spence, il Nobel per l'economia. Il premio gli è stato assegnato per i suoi studi sulle asimmetrie informative e il loro impatto sul funzionamento dei mercati.

Tuttavia, Joseph Stiglitz fa oggi parlare di sé in tutto il mondo per le sue idee, spesso critiche, riguardo alla globalizzazione e al ruolo d'istituzioni internazionali quali il Fondo Monetario Internazionale e la Banca Mondiale. Nel corso della sua carriera, Stiglitz ha, infatti, anche ricoperto cariche istituzionali importanti: in particolare, è stato consigliere per gli affari economici del Presidente Clinton dal 1993 al 1997 e, dal 1997 al 2000, capo economista della Banca Mondiale. Proprio questi incarichi lo hanno reso uno dei massimi esperti di politiche economiche, in particolare relativamente ai processi di globalizzazione, integrazione e sviluppo.

E così quest'autunno il professore ha tenuto il corso su "Globalizzazione e Mercati" alla Business School e alla School of International and Public Affairs. Noi che abbiamo avuto la fortuna di essere suoi studenti siamo stati colpiti dalla disponibilità e affabilità del professore, ma soprattutto dalla sua incessante passione di capire e discutere ogni cosa. Stiglitz è innanzitutto un personaggio aperto, che non esita a esprimere la propria opinione, anche quando scomoda e controcorrente. Per esempio, al recente incontro annuale di Nova (Associazione Italiana MBA), che si è tenuto al Guggenheim Museum di New York e a cui Stiglitz ha partecipato, il professore non ha esitato a criticare pesantemente l'amministrazione Bush e il suo "pacchetto fiscale". Allo stesso modo, l'uscita di Stiglitz dalla Banca Mondiale nel 2000 era stata accompagnata da accese polemiche. Tuttavia Stiglitz non ha gettato la spugna e ha voluto continuare il suo impegno nel campo dell'economia dello sviluppo e della globalizzazione lanciando un nuovo progetto, chiamato "Initiative for Policy Dialogue".

Stiglitz, infatti, non è un "anti-global" come molti lo definiscono. Semplicemente ritiene che la ricetta di apertura e liberalizzazione dei mercati che la comunità internazionale impone indiscriminatamente a tutti i paesi in via di sviluppo non sia sempre quella giusta. Nessuna ricetta è sempre quella giusta. Ogni caso deve essere analizzato e soprattutto discusso ed ogni nazione deve fare le sue scelte. Il giorno dell'annuncio del Premio Nobel, lo stesso Corriere della Sera definì Stiglitz come "il clintoniano che piace ai no-global". Quel giorno stesso, Stiglitz era in classe (lo abbiamo accolto con una standing ovation, ovviamente) a parlare della globalizzazione e dei suoi disastrosi effetti in molti paesi, a sfatare i miti dell'economia di mercato libera e incontrollata e a criticare l'operato del Fondo Monetario Internazionale in diverse occasioni. Contemporaneamente però, non mancava di sottolineare come i paesi che sono cresciuti di più e hanno ridotto più efficacemente la povertà, si siano affidati a processi di globalizzazione e apertura dei mercati, anche se adottando politiche non convenzionali.

L'opinione di Stiglitz può essere sintetizzata dal passaggio che qui traduco da un suo articolo. "La globalizzazione è stata, allo stesso tempo, lodata come depositaria di quella forza che avrebbe portato una nuova età di crescita per i paesi in via di sviluppo e che avrebbe, alla fine, permesso loro di colmare la distanza che li separa dai paesi più ricchi; allo stesso tempo è stata messa alla gogna per aver aumentato la povertà e, da molti, anche per impedire la crescita. C'è un elemento di verità in entrambe le prospettive: la globalizzazione può portare maggior crescita, ma non necessariamente, e può portare maggiore povertà, ma non necessariamente. Alcuni paesi sono riusciti a trarre grande vantaggio dalla globalizzazione, ricevendone i benefici e minimizzandone i rischi, mentre altri paesi non sono stati così fortunati, e hanno supportato costi molto più lati dei benefici che ne hanno ricevuto. Le differenti vedute sulla globalizzazione derivano non solo da queste diverse esperienze, ma anche dal fatto che all'interno di uno stesso paese, la globalizzazione ha interessato diversi gruppi in maniera molto differenziata: mentre alcuni gruppi hanno tratto enorme beneficio, altri hanno sopportato soltanto i costi" .

L'Iniziativa per una nuova globalizzazione

Che fare, dunque? Nel luglio 2000, Joseph Stiglitz ha lanciato "Initiative for Policy Dialogue" (IPD), un progetto che ha lo scopo di riconciliare i fallimenti della globalizzazione con i suoi benefici, e aiutare i paesi in via di sviluppo e in transizione ad esplorare e valutare tutte le possibili alternative di politica economica e promuovere una più ampia e consapevole partecipazione della società civile alle decisioni, che risultano così prese sulla base di solida teoria economica e evidenza empirica e non dell'ideologia o di interessi particolari.

IPD è una rete internazionale di economisti e altri studiosi di tutto il mondo, ha sede amministrativa a Columbia University, ed è sostenuta al momento dalla Fondazione Rockefeller, dalla Fondazione Ford e dal Governo Canadese. Joseph Stiglitz ne è il direttore insieme con Ann Florini del Carnegie Endowment for Peace di Washington. Pur essendo ancora molto giovane, IPD ha già assistito diversi paesi come l'Etiopia, le Filippine, il Vietnam, la Repubblica Federale Yugoslava, e contatti sono stati avviati con molte altre nazioni.

IPD nasce proprio dall'esperienza di Stiglitz con la Banca Mondiale e il Fondo Monetario Internazionale, e con il loro approccio ai paesi in via di sviluppo. Tali istituzioni, infatti, prescrivono una serie di azioni economiche che questi paesi devono intraprendere al fine di ricevere supporto finanziario. Queste azioni sono sempre le stesse, in ogni parte del mondo e in ogni congiuntura: liberalizzazione dei mercati dei capitali, privatizzazione massiccia, taglio alla spesa pubblica con riforma del sistema pensionistico, riduzione delle barriere alle importazioni e dei sussidi alle esportazioni.

Il progetto IPD nasce come reazione al fatto che molte di queste prescrizioni imposte dal Fondo Monetario Internazionale e/o dalla Banca Mondiale si sono rivelate sbagliate e nocive per i paesi che avrebbero dovuto aiutare. Stiglitz cita sempre due grandi esempi: il primo è la crisi del Sud-Est Asiatico, dove il Fondo Monetario Internazionale ha richiesto ai paesi di continuare a contrarre la spesa pubblica, aumentando così la gravità della recessione; il secondo è la liberalizzazione dei movimenti finanziari internazionali di breve termine. E' opinione comune degli economisti che la liberalizzazione dei mercati dei capitali non sia necessariamente positiva per i paesi in via di sviluppo, in quanto gli investimenti possono essere ritirati troppo in fretta, con conseguenze disastrose in caso di difficoltà delle economie locali. Il Fondo Monetario Internazionale tuttavia insiste sempre sulla liberalizzazione più veloce possibile dei mercati finanziari: in Russia e in molti altri paesi, si è visto come ciò abbia provocato grande instabilità con effetti negativi sul benessere della popolazione, mentre non ci sono evidenze che ci siano stati benefici in termini di crescita dell'economia.

Tuttavia, al di là delle specifiche politiche raccomandate dalle istituzioni internazionali, IPD nasce dalla convinzione che tale modalità d'assistenza abbia due gravi difetti di base, che ne rendono impossibile l'efficacia e il successo.

Stiglitz, in primo luogo, crede che non sia compito dell'economista dire ad un paese cosa è giusto fare e cosa no. Il vero ruolo dell'economista è indicare le alternative possibili e illustrare nel dettaglio le conseguenze delle diverse politiche. Chiunque abbia studiato economia sa che ogni scelta economica comporta dei trade-off, ossia un insieme non scindibile di conseguenze negative e positive. Si rinuncia a qualcosa in cambio di qualcos'altro. Queste differenti conseguenze interessano diversi gruppi di persone, e pertanto ogni decisione ha effetti diversi su gruppi diversi, alcuni dei quali staranno meglio, altri peggio. Compito dell'economista è capire e spiegare le conseguenze delle scelte, mentre il compito di prendere le decisioni deve essere lasciato ad un processo politico democratico. Invece, il Fondo Monetario Internazionale e la Banca Mondiale, che non sono stati eletti dalla popolazione di quei paesi, sembrano ignorare l'esistenza di questi trade-off e pretendono che loro scelte siano sempre quelle giuste per tutti.

La seconda critica che Stiglitz fa è che solo un limitato gruppo di persone è di solito coinvolto nella decisione delle politiche economiche. Spesso Fondo Monetario Internazionale e Banca Mondiale ne discutono solamente con il Ministro delle Finanze o pochi altri esponenti del governo, mentre l'accordo che viene negoziato avrà conseguenze molto estese su tutta la popolazione. Le decisioni sono prese senza consultare in alcun modo altre parti della società civile di là dagli esperti di finanza.

Per questi motivi, IPD da un lato si propone, attraverso le sue attività di ricerca e le sue task force, di ampliare il numero delle alternative a disposizione dei paesi in materia di politica economica e di migliorare la comprensione delle conseguenze di ciascuna di esse. Dall'altro, IPD si propone di creare, nei paesi che assiste, occasioni di dialogo fra tutte le parti interessate allargando il numero dei partecipanti alla discussione e migliorare la qualità e la condivisione delle scelte. A questo scopo, è importante anche aumentare la capacità della società civile e della stampa di valutare criticamente le decisioni che vengono prese.

Le iniziative di IPD

Il programma operativo di IPD ad oggi comprende quattro principali attività: le task force menzionate prima, la ricerca, i cosiddetti country dialogue e le attività di capacity building.

IPD, infatti, ha costituito una serie di 14 gruppi di lavoro o task force che raccolgono informazioni e conducono ricerche su specifici argomenti di politica economica, quali la riforma del sistema pensionistico, la liberalizzazione dei mercati dei capitali, la politica commerciale, le privatizzazioni, la regolamentazione del fallimenti. Ogni gruppo di lavoro è composto da diversi studiosi, economisti ma non solo, ed è diretto da due professori, uno proveniente dal nord del mondo e uno dal sud. Questi gruppi di lavoro hanno il compito di creare un patrimonio di esperienze e di conoscenza sugli specifici argomenti da mettere a disposizione dei paesi in via di sviluppo, così che questi possano prendere decisioni consapevoli. Scopo di queste ricerche non è infatti definire ciò che è giusto e ciò che è sbagliato, ma raggiungere un consenso sulle diverse implicazioni delle diverse scelte possibili. E' ugualmente importante evidenziare quello che si sa e si può prevedere e quello che non si sa, e le conseguenti incertezze. La separazione degli argomenti dovrebbe favorire l'analisi tecnicamente approfondita ed evitare l'appiattimento su posizioni ideologicamente preconfezionate. Le task force lavorano in parallelo alle attività di ricerca centralizzate di IPD, che invece studia le politiche di liberalizzazione, privatizzazione, stabilizzazione da un punto di vista integrato, e si occupa di aspetti quali i "pacchetti" di riforme, i tempi di azione, la sequenza dei diversi interventi. Inoltre, le persone coinvolte in IPD provengono per almeno due terzi da Europa e Asia, evitando così quel certo america-centrismo che spesso caratterizza le istituzioni di Washington.

La parte più importante delle attività di IPD è però l'organizzazione dei cosiddetti country dialogue, cioè la creazione di occasioni di discussione in cui i governi dei paesi in via di sviluppo si incontrano con tutte le parti della società civile e esplorano le diverse opzioni di politica economica a disposizione della nazione, in un clima aperto e senza esclusioni. I country dialogue sono organizzati da IPD in collaborazione con partner locali, che possono essere governi, ONG, sindacati, altre istituzioni, e possono riguardare specifici problemi o tematiche più generali. IPD rende questi incontri un successo per molti motivi. Innanzitutto, IPD può portare sul tavolo idee e conoscenze nuove, risultato delle sue attività di ricerca e delle sue task force, che sono spesso in alternativa alle idee tradizionali professate dalle istituzioni internazionali.

Inoltre IPD garantisce un'opinione indipendente, di altissimo livello e disinteressata. Infatti, oltre ad essere composto da accademici di livello mondiale, IPD non ha altri interessi se non quello di fornire idee utili al paese. Le raccomandazioni della Banca Mondiale e/o del Fondo Monetario Internazionale determinano l'erogazione dei finanziamenti, e sono pertanto spesso viste come minacce, o comunque come pareri interessati. Stiglitz dice esplicitamente che uno dei vantaggi di IPD è non avere soldi. Non meno importante è il fatto che IPD può giocare un importante ruolo di facilitatore e attrazione: la neutralità del progetto permette che tutte le parti interessate, che normalmente non si incontrerebbero, vengano a sedersi allo stesso tavolo. In questo senso, la posizione di IPD che presenta sempre alternative e mai imposizioni, aiuta l'abbattimento di posizioni ideologicizzate e favorisce la definizione di "terze vie". Infine, IPD può vantare contatti e straordinarie possibilità di accesso alle più alte cariche governative, alla società civile, ai mezzi di comunicazione, così come agli esponenti più importanti del mondo degli affari, della finanza e della ricerca.

Finora sono stati realizzati con successo quattro country dialogue in diversi paesi, ma la vera efficacia dell'iniziativa dipende dall'effettiva capacità di tutte le parti interessate di partecipare. Per questo, IPD si impegna anche in attività di capacity building, ossia attività di formazione e preparazione che permettano alla società civile di prendere parte attivamente e contribuire ai processi di definizione delle politiche economiche. In particolare, la strategia di IPD prevede training in materia economica per la stampa e le agenzie di informazione. Troppo spesso i media dei paesi in via di sviluppo si limitano a trasmettere i comunicati stampa del governo o del Fondo Monetario Internazionale. Giornalisti preparati e pronti ad analizzare criticamente le decisioni possono risultare essenziali per favorire un dibattito più approfondito ed efficace in materia di politica economica.

IPD è ancora un'iniziativa ai primi passi, ma i suoi obiettivi sono ambiziosi. Ampliare il numero delle alternative; identificare con chiarezza le opzioni e le conseguenze di ogni scelta; raccogliere informazioni sulle esperienze di altri paesi per favorire decisioni più consapevoli; instaurare processi decisionali democratici che coinvolgano più persone; rendere ogni paese e tutte le sue parti sociali padroni e responsabili delle scelte strategiche. Ogni paese potrà scegliere la strategia di sviluppo e di globalizzazione che ritiene migliore per il proprio futuro. Stiglitz ritiene che ogni paese debba essere messo nel "sedile di guida" del proprio sviluppo, ma a due condizioni. Per evitare incidenti, il pilota deve aver ricevuto la formazione necessaria alla guida, deve sapere cosa succede se fa una determinata scelta, e deve conoscere le incertezze e i rischi che affronta. D'altra parte, il sedile di guida non deve essere di quelli delle auto a doppio controllo della scuola guida, dove l'istruttore può intervenire in ogni momento e ribaltare le decisioni del guidatore. Una cosa è emersa chiaramente negli ultimi decenni di assistenza allo sviluppo dei paesi poveri: le persone coinvolte devono sentirsi padrone del proprio futuro, responsabili delle scelte e delle conseguenze. Per esempio, in un progetto per un nuovo sistema di irrigazione, se la popolazione è coinvolta nella pianificazione e nella costruzione e ne gestisce direttamente l'utilizzo, la manutenzione sarà migliore, il vandalismo sarà minore, l'impianto funzionerà meglio e più a lungo. Lo stesso deve essere per la politica economica: il paese deve essere poter scegliere e IPD si propone di facilitare queste scelte.

Joseph Stiglitz ci crede. Troppo spesso i paesi hanno fatto scelte obbligate e non informate. Troppo spesso le prescrizioni della Banca Mondiale o del Fondo Monetario Internazionali si sono rivelate sbagliate. Troppo spesso la globalizzazione ha soltanto aumentato l'instabilità e la povertà. Oggi tutti credono, e così anche Stiglitz, che le migliori soluzioni vengono trovate quando esistono un mercato ed una concorrenza per le idee. Nel campo del globalizzazione non c'è concorrenza di idee, ma il monopolio del Fondo Monetario Internazionale e di quello che viene chiamato "Washington Consensus". E' tipico di ogni fautore del libero mercato lodare i benefici della concorrenza in ogni settore tranne in quello in cui si opera o si hanno interessi. Così ogni politico si professa liberista, ma poi richiede sussidi e protezioni nei settori dove opera chi lo ha fatto eleggere. Così il Fondo Monetario Internazionale si è fatto paladino del liberismo, ma nel 1998 si è opposto fermamente all'idea del Giappone di creare un Fondo Monetario Asiatico.

Da qui l'idea di Stiglitz. IPD, al di là degli interventi concreti che realizzerà, sarà importante per rompere questo monopolio e creare un vero mercato delle idee: un dialogo più ampio e acceso sulla globalizzazione e sui suoi effetti non potrà che essere positivo per i paesi in via di sviluppo e, alla fine, per il mondo intero.


Fabio Tonolini, Columbia Business School 2002


 

 

 

 

 

 

 

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