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LA GLOBALIZZAZIONE? E' UN PROCESSO IRREVERSIBILE (DI EDOARDO SEGANTINI)

da "Corriere Economia", lunedì 17 settembre 2001

Come si può valutare l'attacco terroristico di New York in chiave storica? E' una svolta destinata a rallentare la globalizzazione, o,  al contrario può ridare alimento e motivazione morale alla compattezza dell'Occidente fino ad interrompere il rallentamento economico?

Samuel Hintington, il politologo americano autore di "The clash of civilizations", probabilmente si rafforzerà nella convinzione che lo scontro tra le civiltà che da il titolo al suo best-seller è una prospettiva inevitabile.

Altri, come il grande storico del Medio Oriente Bernard Lewis, diranno al contrario che il clash frontale con l'Islam è per fortuna tutt'altro che fatale.

Ma cosa pensano gli storici dell'economia, abituati a ragionare sui numeri, sui fatti e sulle idee, dello scenario che si apre davanti all'Occidente? Ne abbiamo parlato con Giovanni Vigo, che insegna storia economica all'Università di Pavia dove insegnò anche Carlo Cipolla, e che negli anni scorsi ha collaborato alle ricerche di Jacques Le Goff e David Landes, cioè i maggiori storici viventi.

I fatti accaduti a New York secondo lei sono destinati a rallentare il cammino della globalizzazione?

"Non credo proprio. Si tratta di un processo troppo profondo e di lungo periodo. La globalizzazione discende dalla rivoluzione scientifica, è stata accelerata dalla rivoluzione dei trasporti e delle comunicazioni del secolo scorso ed è letteralmente esplosa con la rivoluzione tecnologica degli ultimi cinquanta anni. E' dunque secondo me un fenomeno irreversibile. Naturalmente eventi come questo possono frenarlo e porre ostacoli. Ma solo temporanei".

Quali pensieri hanno suscitato in lei - come storico, non solo come essere umano - le immagini televisive dell'attentato terroristico di New York?

"Che il problema più grave del nostro mondo è la distanza tra i progressi della scienza e l'arretratezza politica. Nella tecnologia siamo adulti. L'altro giorno, grazie alle tecnologie della comunicazione, abbiamo visto la storia in diretta, con tutto ciò che questo comporta. Ma siamo a uno stadio infantile nella capacità di governare il mondo".

E dunque quanto sono realistiche le aspirazioni al governo mondiale?

"Realistiche non lo sono se viste nel breve periodo. Soprattutto oggi che si prevede una risposta dura e proporzionata all'aggressione. Ma possono esserlo se ragioniamo in una prospettiva a lungo termine".

A questo proposito, dopo la caduta del muro di Berlino, una parte del pensiero politologo ha in qualche modo chiuso l'argomento dicendo che si va verso la fine della storia (Francis Fukuyama) o verso uno scontro tra forme incompatibili di civilizzazione (Samuel Huntington). Come giudica queste letture storiche?

"Non le condivido, né l'una né l'altra. Anzi, le giudico aberranti. Mi concentro su Huntington, in particolare. Penso che forme differenti di civiltà siano un valore inestimabile, abbiano contribuito alla ricchezza del mondo. Senza la cultura araba non avremmo vissuto "Le mille e una notte". Senza l'Asia non conosceremmo la sublime arte giapponese. Altra cosa è l'uso politico delle religioni, l'alimentazione e l'utilizzo criminale dell'integralismo islamico".

Lei insomma esalta la biodiversità delle culture...

"Esatto. Così come è preziosa la biodiversità delle piante e degli anomali, è un valore inestimabile la pluralità delle culture e delle civiltà. Mi riconosco nel pensiero di Bernard Lewis, lo storico occidentale che meglio di ogni altro ha analizzato l'Islam. La storia può essere vista come conflitto permanente o come percorso verso la libertà e l'unità del genere umano, se si parte dal fatto che gli uomini sono tutti uguali. E' questa la nostra sfida. La Spagna è l'esempio visivo di come culture diverse possano convivere: i monumenti della cristianità come Santiago de Compostela con la splendida cultura araba di Cordoba e Granada".

Lei dunque non pensa che andiamo incontro ad uno scontro di civiltà.

"No. Perchè credo nella responsablità delle grandi potenze. Se Usa, Russia, Cina ed India si mettono d'accordo il terrorismo internazionale può essere debellato. Non dimentichiamo che nel 1997, al tempo della crisi finanziaria asiatica, Pechino decise di non svalutare la sua moneta e di assumere una parte del carico della stabilizzazione dell'area, presentandosi come una potenza responsabile e candidata a entrare nella Wto".

Perchè è ottimista?

"Dico questo. Dal 1400 alla Seconda Guerra Mondiale il pianeta è stato governato da un sistema di stati. Il sistema, come dice David Landes, ha contrastato e sconfitto le aggressioni più dure come il nazismo. Questo ci fa sperare che il governo del mondo possa essere assunto dai Paesi più forti con la partecipazione di tutti".

E il ruolo dell'America?

"Per quanto forte, l'America da sola non può farcela. Nessuno accetta di essere governato da un unico Paese e da un'unica cultura. Inoltre la globalizzazione ha cambiato la nostra percezione delle differenze geografiche e sociali. Queste ingiustizie tra ricchi e poveri, che ci sono sempre state, oggi non le accettiamo più. Anche la sensibilità è diventata globale. Ed è deprimente vedere questa assenza dell'Europa."

In che senso?

"Politicamente l'UE non esiste, la sua classe politica è penosa. Siamo tanti bravi a criticare l'America ma non riusciamo neppure a vergognarci di vederla intervenire a risolvere situazioni di crisi che dovremmo risolvere noi, come nella ex Yugoslavia. Vedo incapacità, debolezza, viltà e questo mi sembra il lato peggiore della storia di oggi. Invece ho più speranze che possano entrare in gioco Russia e Cina, che hanno grandi capacità di influenza nel mondo. Un ruolo accanto all'America potrebbe anche accelerare la loro evoluzione interna, a beneficio di tutto il mondo".

Edoardo Segantini

 

 

 

 

 

 

 

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