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Francesco
de
Vendite,
scj
Con
gli
orecchini
che
pendono
dagli
orecchi,
un
gruppo
di
giovani
cammina
nella
International
Plaza,
una
delle
più
ampie
di
Palembang,
Sumatra
Meridionale
(Indonesia).
Siamo
all'inizio
di
giugno
del
1998
(stagione
asciutta
o
estate),
i
giovani
e
gli
adolescenti
trovano
in
ampio
spazio,
con
molti
negozi,
un
posto
adatto
per
rinfrescarsi.
Anche
se
il
tempo
è
caldo
ed
umido,
essi
indossano
le
loro
Nike,
Adidas,
Reeboks,
e
Filas.
Essi
passeggiano
tranquillamente.
Alcuni
di
loro
hanno
la
testa
rasata
come
Michael
Jordan
oppure
O'Neal
(due
famosi
giocatori
di
pallacanestro
americani).
I
loro
jeans
corti
(alcuni
sono
strappati)
fanno
rassomigliare
i
giovani
indonesiani
a
molta
gioventù
americana
che
essi
hanno
visto
alla
televisione.
“Noi
facciamo
del
nostro
meglio,”
ci
dice
uno
degli
adolescenti
quando
ci
rivolgiamo
al
gruppo
che
è
seduto
su
di
una
panca
in
mezzo
alla
piazza.
“Ho
visto
dei
film
americani
che
presentano
giovani
americani
che
portano
dei
jeans
strappati.
Mi
sono
sembrati
più
liberi.
Mi
sono
piaciuti.
Volevo
essere
come
loro.
È
bello”,
dice
un
altro
che
porta
jeans
strappati.
“Io
ho
visto
Michel
Jordan
con
le
scarpe
Nike
sulla
CNN.
Vola
in
aria
seguito
dal
logo
di
Nike
‘Just
do
it'.
Penso
che
sia
bello
avere
un
paio
di
scarpe
Nike.
Mi
piace
anche
portare
una
maglietta
con
su
Michael
Jordan"
dice
un
ragazzo
che
porta
scarpe
Nike
ed
un
jersey
numero
23
(il
numero
di
Michael
Jordan).
In
molte
grandi
città
dell'Indonesia
questo
non
si
vedeva
prima
dell'inizio
anni
'80,
quando
il
mondo
era
ancora
diviso
da
varie
ideologie
e
blocchi.
John
Fiske
qualificherebbe
questo
fenomeno
come
ascesa
della
cultura
popolare
che
lui
descrive
come
un'espressione
della
classe
subordinata.
Portare
jeans
strappati
è
un'evasione
o
fuga
dalla
classe
dominante.
E
dice
anche
che
la
mancanza
della
differenziazione
nei
jeans,
dà
la
libertà
di
essere
se
stessi
che
arriva
al
paradosso
rivelatore
per
cui
il
desiderio
di
essere
se
stessi
conduce
uno
a
portare
gli
stessi
indumenti
di
tutti
gli
altri
(Capire
la
Cultura
Popolare,
p.
2-3).
Giovani
americani
che
indossano
jeans
strappati,
visti
in
televisione
dalla
gioventù
indonesiana,
possono
rappresentare
un
fenomeno
di
lotta
o
ribellione
alla
classe
dominante
come
Fiske
descrive
nel
suo
libro.
La
gioventù
americana
è
imitata
dalla
gioventù
indonesiana
che
vede
i
jeans
lacerati
da
una
prospettiva
diversa.
Essi
possono
identificarsi
come
nuova
generazione
che
deve
gustare
la
vita
moderna.
C'è
quindi,
un
significato
simile
nell'indossare
jeans
strappati.
Un
altro
esempio
di
come
forte
sia
l'influsso
della
globalizzazione
è
Reebok.
Quattro
anni
dopo
la
caduta
del
Muro
di
Berlino,
che
segnò
la
fine
della
Guerra
Fredda,
Reebok,
una
delle
industrie
più
in
crescita
della
storia
degli
Stati
Uniti,
decise
che
era
giunto
il
tempo
di
esportare
il
suo
marchio
in
Russia.
Reebok
aprì
il
suo
primo
negozio
nel
centro
di
Mosca
nel
luglio
1993.
Una
settimana
dopo
la
grande
apertura,
i
direttori
del
negozio
descrissero
vendite
al
di
sopra
di
ogni
aspettativa.
Ms.
Magazine
descrisse
i
russi
che
avevano
improvvisamente
"la
libertà"
di
spendere
soldi
su
icone
culturali
Americane
come
le
calzature
sportive.
La
Reebok
si
rivolse
poi
ai
giovani
e
ai
bambini.
Li
persuase
a
costringere
i
loro
genitori
a
spendere
soldi
per
eleganti
calzature
Occidentali
(Ms.
Magazine,
Marzo/Aprile
1995,
p.
10).
Quello
che
mi
colpisce
di
più
è
il
fatto
che
nel
mondo
d'oggi,
che
è
guidato
da
un'era
nuova
ben
conosciuta
per
la
sua
globalizzazione,
persone
di
tutto
sul
mondo
possano
condividere
i
loro
bisogni.
La
potenza
dell'immagine
propagandistica
di
Reebok
o
Nike,
Camel
o
Marlboro,
McDonald
o
Kentucky
Fried
Chicken,
Cola
di
Coca
o
Sprite,
Levi-Strauss
o
Wrangler
ha
reso
facile
vendere
questi
prodotti
in
tutto
il
pianeta.
Questi
prodotti
usano
i
media
globali
che
hanno
un
ruolo
economico
fondamentale.
I
media
globali
forniscono
parte
dell'infrastruttura
globale
per
ditte
di
non-media.
I
media
globali
forniscono
il
veicolo
principale
per
la
propaganda,
e,
nello
stesso
tempo,
facilitano
l'espansione
corporativa
in
nazioni,
regioni,
e
mercati
nuovi.
Di
conseguenza,
noi
vediamo,
come
i
prodotti
di
necessità
quotidiana
ed
i
media
globali
lavorano
insieme
per
occupare
o
colonizzare
nuovi
consumatori.
I
logo
di
Sprite
"Obbedisci
alla
tua
sete"
(Obey
your
thirst)
o
di
Nike
"Fallo
anche
tu"
(Just
do
it)
e
"La
vita
della
gioventù
americana"
(The
life
of
American
youth)
sono
probabilmente
i
temi
principali
per
la
vita
di
ogni
giorno
di
una
generazione
nuova.
Essi
hanno
bisogno
di
gustare
l'aria
fresca
del
modernismo.
Essi
hanno
bisogno
di
sentirsi
come
Jordan
che
vola
agevolmente
nell'aria
con
un
paio
di
Nike
e
poi
sorride
quando
plana
sul
pavimento.
La
realtà
di
Jordan
rappresenta
il
sogno
di
milioni
di
giovani
in
tutto
il
mondo.
Ciò
che
la
propaganda
fa
a
milioni
di
persone
nel
mondo
di
oggi
è
di
colpirli
e
confermare
che
i
prodotti
che
loro
usano
hanno
una
migliore
qualità
e,
perciò,
possono
venire
incontro
alle
loro
necessità
quotidiane.
La
pressione
dei
media
globali
americani
ha
influito
molto
sugli
altri
media
del
mondo
perché
accettassero
anch'essi
pubblicità
e
gli
spot
televisivi.
La
Società
di
Radiodiffusione
Britannica
(BBC),
che
una
volta
aveva
bandito
la
pubblicità
e
si
appoggiava
finanziariamente
su
di
una
tassa
di
licenza
annuale
pagata
dagli
ascoltatori,
ha
accettato
infine
di
fare
della
pubblicità
nella
diffusione
dei
suoi
nuovi
programmi.
Nel
trasmettere
annunci
pubblicitari
in
tutto
il
mondo,
i
grandi
media
inserirono
anche
le
loro
ideologie
capitalistiche,
perché
esse
sono
un
modo
potente
di
vendere
i
prodotti
dei
loro
inserzionisti.
Tutto
ciò
stimola
altri
paesi
ad
aprire
liberi
mercati
dove
le
società
possono
competere
l'una
con
l'altra.
L'accettazione
a
largo
raggio
e
l'internazionalizzazione
dell'ideologia
globale
corporativa
influiscono
grandemente
sul
potere
economico
e
politico
dei
loro
sponsor.
Nell'arena
politica,
gli
interessi
corporativi
dominano
anche
le
campagne
elettorali
con
la
loro
abilità
nel
procurare
aderenti.
I
grandi
media
e
le
corporazioni,
in
un
paese,
hanno
bisogno
anche
di
assicurarsi
la
stabilità
per
proteggere
i
loro
affari.
I
media
commerciali
possono
avere
un
ruolo
centrale
nel
sistema
politico.
Essi
diventano
i
"nuovi
missionari"
per
promuovere
le
virtù
del
commercio
sotto
le
quali
i
sistemi
capitalistici
possono
svilupparsi.
Inoltre,
come
Bagdikian
dice
nel
suo
libro
Il
Monopolio
dei
Media,
i
proprietari
di
media
guadagnano
nuovi
adepti
coi
loro
sistemi
di
conglomerazione.
Essi
hanno
comprato
ed
ancora
stanno
tentando
di
comprare
i
media
nel
mondo
per
occupare
i
mercati
con
i
loro
prodotti.
In
questo
senso,
il
sistema
corporativo
dei
media,
da
una
parte,
è
utile
per
immettere
degli
aspetti
democratici
nei
sistemi
politici
dei
paesi
repressivi.
In
Indonesia,
dove
la
teoria
autoritaria
dei
media
funzionò
perfettamente,
l'opera
dei
media
corporativi
fu
di
proteggere
i
media
nazionali
dalla
sospensione
delle
loro
licenze
da
parte
del
governo.
Nel
passato
quando
il
Generale
Suharto
governava
ancora
in
Indonesia,
KOMPAS,
un
giornale
nazionale
indonesiano,
ad
esempio
possedeva
molti
giornali
metropolitani
e
periodici
che
avrebbero
potuto
pubblicare
degli
articoli
di
oppositori
al
governo
del
Presidente
Suharto.
Questi
articoli
non
potevano
essere
pubblicati
da
KOMPAS
stesso.
Ma
i
giornali
metropolitani
e
i
periodici
avevano
più
libertà
di
pubblicare
articoli
proibiti
a
causa
del
numero
limitato
dei
loro
lettori.
D'altra
parte
il
sistema
conglomerato
provoca
anche
un
controllo
severo
dei
grandi
media
per
ottenere
maggiori
profitti.
Il
controllo
dei
media
costituisce
una
minaccia
per
la
sfera
pubblica
per
molte
ragioni.
Primo,
essi
poggiano
sul
controllo
della
proprietà
e,
perciò,
tenderanno
a
rappresentare
l'interesse
di
una
classe
ristretta.
Per
aumentare
i
loro
interessi
su
larga
scala,
i
proprietari
di
media
tendono
a
concentrarsi
e
ad
allinearsi
con
corporazioni
che
hanno
più
larghi
interessi.
Secondo,
i
possessori
privati
di
media
dipendono
dai
redditi
pubblicitari
e
devono,
perciò,
entrare
in
competizione
per
attirare
l'attenzione
dei
loro
inserzionisti
e
servire
gli
interessi
dei
loro
sponsor.
In
questo
senso,
il
sistema
conglomerato
tende
ad
accaparrarsi
gli
inserzionisti
per
fare
più
profitti.
Di
fatto
ciò
che
la
gente
si
aspetta
da
loro
nell'arena
politica
è
che
il
sistema
globale
dei
media,
con
il
suo
aspetto
corporativo,
possa
influire
sui
leader
di
molti
paesi
repressivi
per
spingerli
ad
un
sistema
democratico
che
possa
funzionare
bene.
Il
loro
interesse
politico
è
di
costituire
più
sistemi
di
libero
mercato
per
guadagnare
più
profitti
ed
inserire
il
loro
sistema
capitalistico
perché,
quando
la
società
è
più
capitalistica,
il
potere
di
acquisto
delle
persone
è
più
alto
che
negli
altri
sistemi
sociali.
Nel
fare
ciò,
essi
spingono
perché
si
crei
una
situazione
più
stabile
in
quei
paesi
senza
tenere
conto
del
sistema
politico
di
quei
paesi.
Per
essi,
la
cosa
più
importante
è
la
garanzia
del
governo
sulla
presenza
della
loro
corporazione.
Gli
effetti
della
Globalizzazione
dei
media
E.S.
Herman
e
R.W.
McChesney
hanno
sottolineato
alcuni
effetti
globali
dei
media
per
il
sistema
del
mondo
di
oggi.
Primo,
i
media
globali
tengono
sotto
pressione
e
minacciano
i
sistemi
dei
media,
controllati
dallo
stato,
che
sono
a
volte
compiacenti,
pesanti,
e
con
povertà
di
contenuti,
per
stimolarli
ad
estendere
ed
approfondire
i
loro
servizi.
Questo
però
io
penso
che
accada
solamente
nei
paesi
occidentali
dove
il
sistema
politico
è
più
democratico.
È
difficile
dire
che
questa
situazione
possa
accadere
in
paesi
con
sistemi
oppressivi,
dove
la
vita
di
molti
giornalisti
è
minacciata.
Il
ruolo
dei
media
in
quei
paesi,
chiamati
Terzo
Mondo
o
paesi
in
via
di
sviluppo,
è
di
servire
i
regimi
oppressivi.
Il
ruolo
dei
media
globali
è
molto
limitato
nel
creare
una
situazione
più
democratica
perché
non
possono
spingere
i
governi
a
cambiare
i
loro
sistemi
politici.
Se
i
media
globali
facessero
così,
certamente
perderebbero
i
loro
mercati.
La
pressione
dei
media
globali
sui
sistemi
di
radiodiffusione,
controllati
dallo
stato,
può
accadere
più
facilmente
in
una
società
più
democratica
come
gli
Stati
Uniti.
Falliscono
se
cercano
di
spingere
al
cambiamento
nei
paesi
a
regime
dittatoriale.
Forse,
attraverso
la
cultura
popolare,
come
John
Fiske
suggerisce,
il
popolo
può
ottenere
il
cambiamento
in
una
società
che
sia
in
via
di
sviluppo.
Tuttavia,
i
media
globali
che
trasmettono
anche
la
cultura
popolare
possono
imparare
dalla
metafora
militare
di
De
Certeau:
“Le
tattiche
di
guerriglia
sono
l'arte
dei
deboli:
essi
non
sfidano
mai
i
potenti
in
campo
aperto,
perché
questo
porterebbe
alla
sconfitta,
ma
mantengono
la
loro
opposizione
dentro
e
contro
l'ordine
sociale,
dominato
dai
potenti”
(in
Capire
la
Cultura
Popolare,
p.
19).
Il
problema
è:
questa
strategia
può
funzionare
con
successo
in
paesi
dove
i
leader
concentrano
la
loro
attenzione
solamente
sul
guadagnare
più
profitti?
Secondo:
un
effetto
positivo
della
globalizzazione
dei
media
è
la
diffusione
rapida
della
cultura
popolare,
sviluppata
nei
centri
commerciali
dominanti,
fino
ai
più
lontani
angoli
della
terra.
La
sua
accettazione
universale
indica
che
si
è
colto
un
bisogno
e
una
domanda
sentita
da
molti,
e
la
sua
portata
globale
costituisce
un
più
grande
collegamento
fra
i
popoli
e
fa
sorgere
una
specie
di
cultura
globale.
C'è
anche
qui
un
maggior
flusso
verso
i
centri
culturali,
e
un
flusso
orizzontale
in
regioni
che
si
aprono
a
nuove
prospettive
e
possono
meglio
capire
culture
diverse
piuttosto
che
all'interno
di
stati
dominanti
e
subordinati
(Herman
&
McChesney,
p.
9).
Sono
totalmente
d'accordo
con
questi
punti
di
vista
che
cioè
la
globalizzazione,
diffusa
dai
media
globali,
aiuta
le
persone
ad
essere
più
vicine
l'una
all'altra.
C'è
un
minor
distacco
fra
nazioni,
tribù,
clan,
razze,
religioni,
e
culture.
Tuttavia,
il
dibattito
in
seno
al
New
World
Information
and
Communication
Order
(NWICO)
degli
anni
settanta
aveva
la
sua
verità.
Le
Nazioni
Non
allineate
criticavano
i
media
globali
per
lo
"squilibrio
quantitativo
e
flagrante
tra
Nord
e
Sud"
e
la
corrispondente
ineguaglianza
nel
comunicare
le
informazioni.
La
diffusione
dei
programmi
di
divertimento
nel
Terzo
Mondo
fu
criticata
come
imperialismo
culturale
che
inculcava
valori
occidentali,
alieni
al
pubblico.
I
media
globali
furono
visti
soprattutto
a
servizio
della
TNC
e
degli
inserzionisti,
mentre
rinforzavano
in
tal
modo
le
disuguaglianze
della
economia
globale.
I
media
globali
forniscono
dei
programmi
che
sono
soprattutto
una
forma
di
comunicazione
a
senso
unico.
Solo
l'espressione
di
un
certo
modo
di
vita,
non
una
condivisione
di
esperienze
culturali.
I
programmatori,
che
hanno
le
loro
ideologie,
le
proiettano
sul
pubblico.
Le
persone
che
appartengono
a
culture,
tribù,
razze,
religioni
e
nazioni
diverse
possono
solo
discutere
i
programmi,
dopo
che
sono
stati
diffusi.
Non
possono
rispondere
direttamente,
esprimendo
le
loro
opinioni
o
impressioni,
come
in
un
teatro
popolare,
sui
programmi
che
stanno
guardando.
Le
persone
sono
di
fronte
ad
un
schermo.
Sono
spinte
ad
essere
d'accordo
coi
programmi
che
sono
diffusi
attraverso
i
media
globali.
Il
potere
dei
media
globali,
con
film
e
altri
programmi,
ha
prodotto
in
tutto
il
mondo
quello
che
Twitchel
chiama
il
fallimento
del
gusto
in
America.
I
giganti
dei
media
americani
stanno
esportando
ogni
genere
di
immondizia
in
tutti
gli
angoli
della
terra
che
automaticamente
spinge
le
persone
ad
accettarla,
come
fanno
molti
americani.
I
media
globali
stanno
persuadendo
le
persone
della
terra
di
quello
che
dice
Twitchel,
“Noi
viviamo
in
una
cultura
che
ancora
reagisce
al
cattivo
gusto
ma
rifiuta
di
ammettere
che
sia
tale.
Se
noi
volessimo
rimuovere
il
Richard
Titled
Arc,
una
stele
di
acciaio
alta
dodici
piedi,
dal
suo
posto
di
fronte
all'Edificio
Federale
per
collocarla
in
Foley
Square,
penseremmo
che
è
una
cosa
piuttosto
azzardata.
Fino
a
poco
tempo
fa
eravamo
pronti
a
condannare
il
cattivo
gusto.
Adesso
non
solo
diciamo
“Chacun
a
son
goût”
ed
il
"De
gustibus
non
est
disputandum,”
ma
noi
ci
crediamo”
(Twitchel,
p.
16).
A
proposito
della
violenza
nei
media,
Ellen
A.
Wartella
dice
che
la
violenza
è
un
tema
dominante
della
televisione.
Dice
anche
che,
alla
televisione,
i
trasgressori
restano
impuniti
(Il
Contesto
della
Violenza
alla
Televisione,
p.
6).
Anche
questo
genere
di
violenza
è
esportato
dai
media
globali
su
tutta
la
terra.
Se
abbia
un
influsso
diretto
sulle
persone
negli
altri
paesi,
noi
non
sappiamo.
Ma
per
certo,
c'è
un
collegamento
tra
la
violenza
dei
media
e
la
vera
violenza
nella
società.
L'effetto
positivo
relativo
della
globalizzazione
dei
media
è
il
passaggio
oltre
i
confini
di
alcuni
dei
valori
fondamentali
dell'Ovest,
come
l'individualismo,
lo
scetticismo
dell'autorità,
e,
in
una
certa
misura,
i
diritti
delle
donne
e
delle
minoranze.
Questi
aspetti
erano
quelli
che
i
media
promuovevano
una
volta:
i
diritti
umani,
i
diritti
delle
donne
e
delle
minoranze,
delle
tribù
indigene
e
altri
aspetti
della
giustizia
sociale
nel
mondo.
I
media
globali
di
oggi
però
sono
manipolati.
Essi
non
pubblicano
i
loro
documenti
secondo
le
necessità
delle
persone,
ma
preparano
i
loro
palinsesti
secondo
i
loro
interessi
ideologici.
A
riguardo
delle
donne
che
lavorano,
in
paesi
in
via
di
sviluppo,
in
molte
fabbriche
di
scarpe,
che
appartengono
a
paesi
occidentali,
Cynthia
Enloe
descrive
questa
ingiustizia.
Afferma:
“Tutto
l'‘Ordine
del
Mondo
Nuovo'
in
realtà
significa
riunire
in
corporazioni
le
grandi
industrie
allo
scopo
di
accelerare
la
produzione.
Nei
primi
anni
'80,
i
direttori
di
Reebok
e
Nike,
che
sono
ambedue
degli
Stati
Uniti,
decisero
di
fabbricare
la
maggior
parte
dei
loro
sneakers
nella
Corea
del
Sud
e
a
Taiwan,
assumendo
a
lavorare
donne
locali.
Ben
presto
altre
come
L.A.
Gear,
Adidas,
Fila,
ed
Asics
seguirono
l'esempio.
In
breve
tempo,
la
città
litoranea
di
Pusan,
Corea
del
Sud,
divenne
"la
capitale
degli
sneakers
nel
mondo".
Per
di
più,
il
governo
militare
della
Corea
del
Sud
aveva
interesse
nel
sopprimere
il
lavoro
organizzato
dallo
stato,
ed
aveva
anche
un'alleanza
militare
con
gli
USA.
Le
donne
coreane
inoltre
sembravano
accettare
la
filosofia
confuciana
che
misura
la
moralità
di
una
donna
dalla
sua
volontà
di
lavorare
sodo
per
il
benessere
della
sua
famiglia
ed
essere
acquiescente
ai
dettami
di
suo
padre
e
di
suo
marito.
Con
il
loro
dovere
patriottico,
le
donne
coreane
sembrarono
la
forza
di
lavoro
ideale
per
le
fabbriche
orientate
all'esportazione”
(Ms.
Magazine,
p.
12).
Molti
sperano
che
i
grandi
media
o
i
media
globali
possano
fare
qualche
cosa
per
molte
donne
oppresse
nel
mondo
e
che
sono
considerate
anche
minoranze.
Ma
cosa
possono
fare
se
sanno
che,
dopo
avere
presentato
una
tale
situazione
terribile,
possono
perdere
un
gran
mucchio
di
soldi
dai
loro
sponsor?
L'internazionalizzazione
dell'ideologia
sociale
e
globale
corporativistica
si
basa
sull'enorme
potere
economico
e
politico
dei
suoi
finanziatori.
Herman
e
McChesney
dicono
che
la
situazione
diventa
peggiore
quando
“illustri
pensatori,
accademici,
e
agenzie
di
pubbliche
relazioni
si
fanno
propagatori
significativi
dell'ideologia
corporativistica.
La
loro
influenza
è
grande
e
crescente
nel
sistema
dei
media”
(p.
37).
Enloe
aggiunge
che
senza
uno
speciale
controllo
del
posto
di
lavoro
(i
media
globali,
che
hanno
funzione
di
osservazione,
dovrebbero
fare
di
più
per
assicurare
un
controllo
del
posto
di
lavoro),
che
solamente
un
governo
autoritario
avrebbe
potuto
offrire,
i
dirigenti
d'azienda
degli
sneakers
seppero
che
era
l'ora
di
trasferirsi.
Ella
afferma:
“Nel
caso
di
Nike,
il
suo
famoso
motto
pubblicitario
-
“Just
do
it”
-
si
dimostrò
più
vero
per
la
sua
filosofia
sociale
che
per
la
sua
campagna
di
"dare
potere"
alle
donne,
presentando
donne
atletiche
(e
consumatori)
che
corrono.
Il
governo
della
Cina
rimane
nominalmente
comunista;
i
generali
che
governano
l'Indonesia
sono
fedelmente
anti-comunisti.
Ma
ambedue
gli
stati
sono
governati
da
regimi
autoritari
che
condividono
il
principio
che
le
donne
possono
essere
tenute
schiave
del
lavoro,
pagato
poco
e
non
organizzato.
Esse
possono
servire
come
un
magnete
per
gli
investitori
stranieri”
(Ms.
Magazine,
p.
13).
Alla
luce
di
questo,
devo
dire
che
il
ruolo
dei
media,
come
controllo,
ha
giovato
solo
ai
loro
interessi
commerciali.
La
domanda
è
come
le
persone
reagiscono
al
ruolo
dei
media
che
essi
utilizzano
quotidianamente.
Il
terzo
effetto
positivo
della
globalizzazione
dei
media,
che
abbiamo
menzionato,
è
l'individualismo
come
un
aspetto
che
viene
esportato
in
tutto
il
mondo.
È
vero
che
l'individualismo
ha
aiutato
le
persone
a
migliorare
la
vita.
L'uso
della
televisione,
per
esempio,
crea
persone
più
individualistiche