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LA GLOBALIZZAZIONE PUO' E DEVE ESSAERE BUONA (BEPPE SEVERGNINI)

1 novembre 2001

Ho più rispetto per i no-global che per i noncuranti. I primi, almeno, ci hanno pensato, anche se le loro conclusioni non mi convincono. Gli altri si allineano alla moda del momento, ripetendo frasi orecchiate qua e là. Oppure seguono e basta, come le pecore nel gregge. I no-global sembrano molti, perché fanno chiasso. I noncuranti restano in silenzio, ma sono davvero tanti.

E' accaduta una cosa curiosa, negli ultimi mesi. Non sono più gli antiglobalizzatori a dover spiegare perché la globalizzazione è cattiva. Sono i "pro-global" a dover ripetere che lo scambio di idee, persone e prodotti conduce al progresso. C'è stata, in sostanza, un'inversione dell'onere della prova. Non capisco ma mi adeguo, come diceva non so chi.

Proverò, quindi, a convincere una lettrice no-global (Rossella, jhage51780@aol.com) che la globalizzazione può - anzi: deve - essere una buona cosa (e lo era per quasi tutti, fino a un anno fa. O ce lo siamo dimenticati?).

Il punto di partenza di Rossella è classico. Il nostro benessere, scrive, "deriva dallo sfruttamento delle risorse dei Paesi poveri, che il sistema economico mondiale conserva volutamente sotto il livello minimo, per consentire il mantenimento dell'attuale equilibrio." Ebbene: questo, semplicemente, non è vero. Non solo l'integrazione economica non è la maggiore causa di povertà, ma è probabilmente la sua unica cura possibile.

Certo: noi occidentali non abbiamo fatto abbastanza, e - questo é vero - spesso lo abbiamo fatto male. Abbiamo comprato a poco per rivendere a troppo; proteggiamo eccessivamente la nostra agricoltura togliendo uno sbocco a quella di Paesi più poveri; tolleriamo lo sfruttamento della manodopera minorile. 

Personalmente, ritengo che le sanzioni siano un errore. In Irak provocano sofferenze (che Saddam pensa a sfruttare, non ad alleviare); mentre a Cuba consentono a un reperto archeologico come Fidel Castro di continuare ad affascinare gli ingenui del mondo.

Ma Rossella insiste: "Pensavamo di vivere nel paese dei balocchi solo perché la Tv ci fa vedere «Il Grande Fratello» e non i campi palestinesi? O perché non siamo mai stati tra i bambini di Mosca che dormono nelle fogne?" Io rispondo, a costo di ritrovarmi in minoranza, che non tutti i disastri del pianeta dipendono da noi. 

I bambini nelle fogne di Mosca sono i nipotini di una dittatura fallita e di un sistema economico ancora inefficiente e corrotto: la colpa non è dell'America o dell'Unione Europea. I dittatori dell'Africa, e i satrapi che tengono sotto il tacco i paesi islamici, hanno colpe ed egoismi maggiori dei nostri, davanti allo sfacelo dei loro Paesi. Questo lo dicono, i no-global?

Detestano anche i marchi (logo, brands), gli antiglobalizzatori. Ma siamo sicuri che siano tanto orrendi? Parla uno che non fuma Marlboro, non calza Nike, non indossa mutande Calvin Klein, preferisce l'acqua alla Coca-Cola ed entra nei McDonald's solo a rimorchio del figlio. Uno che chiede ai "brands" di non proporre solo suggestioni e fantasie, ma sa di volere anche suggestioni e fantasie (se offerte a prezzo ragionevole). 

Come ha ricordato Sandro Baricco su "Repubblica", i marchi sono un modo di "allestire mondi", e questi mondi sono "assicurazioni contro il caos, organizzazioni salvifiche del reale". L'arte, in fondo, non fa lo stesso?

Ricordiamoci però una cosa importante. Il marchio è nato per difendere il consumatore. Almeno uno sapeva cosa comprava , e se era scontento aveva qualcuno con cui prendersela. Le moderne multinazionali non sono intrinsecamente buone - certo che no. Ma a una cosa tengono moltissimo: la reputazione. Più un marchio è noto, più ha valore. Più ha valore, più è vulnerabile. 

Approfittiamone. Costringiamo le aziende (grandi e piccole) a spiegare cosa mettono nei prodotti, dove acquistano e quanto pagano le materie prime, come trattano i dipendenti. Non illudiamoci che ci amino (anche se lo giurano nella pubblicità). Accontentiamoci che ci rispettino. Anzi, facciamo in modo che ci temano (come consumatori e come azionisti). Però lasciamole commerciare. Perché un mondo (un po') migliore, se mai verrà, non arriverà dalla commozione dei no-global o dall'ignavia dei noncuranti. Arriverà dai commerci, e dagli scambi di persone e conoscenze.  


 

 

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