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Gheddo:
No, io non che la maggioranza dei leader
religiosi (cioè: dei vescovi, della Santa Sede)
abbia grossi pregiudizi contro il liberalismo, o
più precisamente contro il capitalismo. Tant’è
vero che abbiamo visto una certa evoluzione nella
dottrina sociale della Chiesa: se nel secolo
scorso - dalla Rerum Novarum alla Quadragesimo
Anno, agli stessi discorsi di Pio XII e ad
alcune delle prese di posizione di Giovanni XXIII
– si respirava un certo orientamento, la
condanna di un “capitalismo selvaggio” che era
più selvaggio che capitalismo, con Papa Giovanni
Paolo II siamo arrivati a un giudizio più
equilibrato. La Centesimus Annus così come
la Solicitudo Rei Socialis riconoscono
chiaramente la legittimità del libero mercato.
Riconoscono che solo il mercato crea ricchezza. |
E
ravvisano nel libero mercato il valore fondamentale della
libertà: la cosiddetta “libertà politica” non può
bastare all’uomo – né tantomeno può bastargli la
possibilità di votare chi lo governa. No: l’uomo ha
bisogno di esprimersi anche in campo economico, di dare
sfogo alla propria creatività, di dare spazio alla sua
necessità di costruire qualcosa.
Tutto
questo Papa Wojtyla l’ha espresso benissimo, proprio in
questo momento storico in cui lo statalismo sta
cominciando a collassare.
R&L:
Nel suo libro, lei si dimostra non poco critico verso
quelle forme di “tutela” che sono tipiche welfare
state all’europea. “Le garanzie assolute dello
Stato”, scrive, “hanno portato alla passività del
popolo, alla non crescita economica e alla miseria”. Lei
non crede che l’esistenza del welfare state abbia avuto
come effetto una generale de-responsabilizzazione degli
individui, soprattutto sul fronte della solidarietà?
Gheddo:
Tutte le cose umane sono ambigue: e se da un lato
bisogna parlare di solidarietà, bisogna darsi regole che
aiutino chi sta peggio di noi, dall’altro non si può
prescindere da due valori. Responsabilità e libertà.
Pensare, come si fa sempre più spesso, che “io pago le
tasse, poi ci pensi lo Stato”, è sbagliatissimo. Non è
lo Stato che deve occuparsi del nostro prossimo: siamo
tutti noi a doverlo fare. E’ una cosa che, negli
incontri pubblici cui mi capita di partecipare un po’
dappertutto in Italia, non mi stanco mai di ripetere: dei
nostri fratelli che stanno male siamo noi a doverci fare
carico. Siamo noi, persone, singoli individui, a doverci
sentire responsabili: mica l’Onu, il governo, le
multinazionali...
E’
ben vero che tutto questo discorso si scontra con
l’egoismo umano...
R&L:
Insomma, secondo lei è molto più egoisticamente
“comodo” pagare le tasse, candeggiandosi la coscienza
al pensiero che tanto esiste il welfare state, anziché
impegnarsi concrentamente, guardarsi intorno, fare davvero
qualcosa per gli altri.
Certo.
Così come è vero che è tanto comodo protestare, andare
in piazza, “prendersela” con le multinazionali... La
colpa è sempre di qualcun altro: eccola qui l’ideologia
dei “no global”, che io condanno radicalmente.
I
“no global” devono la loro fortuna a tutta una serie
di menzogne. In primo luogo, all’idea che i Paesi poveri
siano poveri perché i Paesi ricchi sono ricchi. Che è
una bugia colossale.
I
Paesi poveri sono poveri a causa di un loro ritardo
storico: si sono “svegliati” molto dopo di noi, per
tanti motivi. Non ultimo il fatto che non hanno avuto la
fortuna dei Paesi del Mediterraneo, che da sempre si sono
scambiati informazioni e idee, attraverso le rotte degli
scambi che fin dall’alba dei tempi portavano i fenici a
commerciare con i greci e i greci con i romani e così
via.
Certo,
le diseguaglianze esistono – ed è nostro dovere di
persone, è nostra responsabilità di individui aiutare
chi ha bisogno. E qui arriviamo al vero problema: come?
R&L:
Lo chiediamo a lei: come?
Gheddo:
La mia esperienza mi ha insegnato che i soldi, gli
aiuti “in moneta”, insomma il foreign aid non
sono necessariamente il modo migliore. Il foreign aid
finisce per “drenare” soldi dai Paesi più ricchi
verso le élite politiche dei Paesi poveri. Il che, ad
esempio in Africa, è veramente pericoloso: i governanti
africani non lavorano “per il popolo”, ma piuttosto
hanno sequestrato il potere per i loro interessi.
E
siccome queste situazioni, in cui le élite politiche non
sono che parassiti della popolazione, sono così comuni in
tutto il Terzo mondo, secondo meè necessario porsi la
domanda fatidica: perché?
R&L:
Perché?
Gheddo:
Tutta la mia analisi del sottosviluppo è incentrata
sulla testimonianza dei miei amici e colleghi missionari,
e la nostra esperienza dice questo: che il popolo (in quei
Paesi) non è istruito. E’ povero prima ancora che
economicamente, culturalmente. E le due cose vanno
assieme: quando parlo della necessità di educare
questi i popoli non parlo solo dell’importanza dell’alfabetizzazione.
Che manca, e di cui uomini e donne hanno disperato
bisogno.
Ma
parlo soprattutto dell’importanza di insegnare loro a produrre:
i Paesi del Terzo mondo sono poveri perché non sanno
creare ricchezza. La ricchezza è una torta da produrre,
non una torta da distribuire: questo bisogna dirlo forte e
chiaro!
R&L:
Quindi lei non crede che la soluzione ai problemi del
Terzo mondo possa passare per il foreign aid?
Gheddo:
No. Quello che dico sempre è che gli aiuti non devono
essere dati “da Stato a Stato”, ma “da popolo a
popolo”. Perché se gli aiuti sono “da Stato a
Stato”, finisce che i quattrini arrivano nelle tasche
dei primi ministri, dei capi di Stato: e questi di fatto
li sequestrano (in parte o del tutto). Se gli aiuti sono
“da popolo a popolo”, questo non succede.
Sono
stato recentemente a Potenza (una cittadina del
Meridione italiano), dove una parrocchia si è
“gemellata” con un paesino in Albania. E’
impressionante vedere quanto riescano a fare: non hanno
soltanto spedito dei soldi, ma soprattutto sono andati,
personalmente, ad aiutare. Ci hanno mandato i loro
giovani: hanno costruito e hanno insegnato a costruire.
Hanno aperto una scuola e un ospedale.
Ecco
quel che intendo quando parlo di aiuti “da popolo a
popolo”: che servono in primo luogo ad educare, a
gettare ponti di comprensione.
Mentre
gli aiuti “da Stato a Stato”, producono poco, o nulla.
O peggio, inutili cattedrali nel deserto. Mi viene in
mente un esempio: nella capitale della Guinea Bissau, a
Bissau appunto, lo Stato italiano ha fatto costruire un
mulino per il riso, enorme, modernissimo. Costruito
vent’anni fa e donato all’epoca, non ha mai
funzionato, non ha mai prodotto un grammo di riso: perché
al contadino non viene neanche in mente di utilizzarlo.
Perché dovrebbe macinarlo? Porta a casa il riso e lo fa
pestare e lavorare da sua moglie. A che serve un mulino
per quanto avveniristico, se non c’è la cultura per
usarlo?
Non
mi stanco mai di ricordare una cosa. A Vercelli, da dove
vengo io, produciamo 75 quintali di riso “all’ettare”.
In Africa, ne producono quattro appena. L’abisso tra 4 e
75 è l’abisso fra poveri e ricchi.
Se
noi siamo ricchi, è perché sappiamo produrre, sappiamo
creare ricchezza. Ce l’ha insegnato la nostra storia.
La
chiave di volta degli aiuti ai Paesi poveri è
l’educazione: è condividere con loro la nostra storia.
Ma educazione vuol dire soprattutto gente, uomini e donne:
persone, che vadano ad educare.
L’appello
al mondo ricco non dev’essere quello di spedire al Terzo
mondo più “soldi”: dev’essere un appello diretto
non agli Stati, ma a ciascuno di noi, di impegnarsi, di
mettersi in gioco, di sentirsi responsabile del futuro dei
nostri fratelli più poveri. Di farsi “educatore”:
senza dimenticare che quella che si sperimenta in quei
luoghi è un’educazione vicendevole, non unilaterale.
Anche loro hanno qualcosa da insegnarci. Il problema è
che per realizzare questo progetto bisogna mettere in
discussione la nostra way of life. Insegnare ai
giovani la rinuncia, l’abnegazione.
R&L:
Mi sembra che oltre ad un problema di “coltivazione
delle coscienze”, ci sia qui anche un problema legato
alla “struttura di incentivi”. In Italia, e più in
generale in Europa, ormai i giovani fanno il loro ingresso
sul mercato del lavoro a trent’anni – e fino ad allora
hanno vita facile in seno alla famiglia. C’è tutto un
sistema (che è l’asse portante del welfare state) che
scoraggia i ragazzi dall’assumersi nuove responsabilità.
Gheddo:
Da questo punto di vista, credo che sia giusto
guardare all’America – che è un Paese che ho
conosciuto, che ho viaggiato, che stimo. Lì le famiglie,
anche quelle ricche, mantengono i ragazzi agli studi e per
quel che attiene il vitto e alloggio: ma il resto i
ragazzi se lo guadagnano. Vanno a lavorare nei McDonald’s,
vanno a falciare il prato dei vicini, lavorano come
baby-sitter.
Queste
sono buone abitudini, che preservano intatto quello
“spirito della frontiera” che ha fatto la fortuna
degli Stati Uniti: è la ricchezza che crea le condizioni
perché si crei altra ricchezza. Certe abitudini italiani,
ed europee, rappresentano invece un pessimo modello
R&L:
Quali sono gli ostacoli maggiori che i missionari
incontrano nella loro opera di educazione?
Gheddo:
Direi che sono due. In primo luogo, alcuni governi
sono così terrorizzati dalla possibilità che i
missionari smascherino e raccontino le loro nefandezze, da
inventarsi controlli su controlli, e regole di stampo
totalitario, per ostacolare il nostro lavoro. Gli Stati
possono essere nemici mortali delle dimissioni.
E
poi, certo, la cultura tradizionale spesso non aiuta.
Soprattutto nell’Africa nera, dove la cultura “da
economia di sussistenza” impedisce l’innovazione,
sbarra la strada allo sviluppo.
Spesso
nei villaggi nasce addirittura una specie di odio nei
confronti di chi osa fare di più, di chi cerca di
inventarsi imprenditore. Siccome sono tutti cugini o
parenti, c’è l’idea che quanto uno produce vada
necessariamente redistribuito.
Pessima
idea: non è così che si può generare sviluppo. Lo
sviluppo ha bisogno di accumulazione, di creazione di
ricchezza e lavoro, insomma ha bisogno di imprenditori.
Direi
quindi che la mentalità comune, quella sì, può essere
un formidabile ostacolo al lavoro dei missionari. Che,
d’altro canto, sono importanti e preziosi anche a causa
della proverbiale “chiusura” di quelle società: un
missionario non è un turista, va sul posto, impara la
lingua, ci vive per venti o trent’anni, o magari ci
trascorrerà tutta la vita. Così facendo, riesce insomma
a conquistarsi la fiducia della gente: che è condicio
sine qua non per potergli proporre di cambiare.
R&L:
L’economista peruviano Hernando de Soto nel suo libro The
Mistery of Capital sottolinea come, secondo lui, ai
Paesi poveri tutto manca fuorché uno spirito
“capitalista”. Anzi, dice lui, spesso e volentieri
hanno una autentica “vocazione al mercato”. Il
problema è, secondo de Soto, che non si riesce a formare
il capitale. Questo anche perché si è importato il
modello occidentale “a valle” anziché “a monte”.
Cioè si sono importate le strutture di regolamentazione
tipiche degli Stati occidentali, ma non si è capito che
bisogna guardare a come lì si sono sviluppati e sono
stati assegnati dei diritti di proprietà – non
inventarseli a priori. Condivide l’analisi di de Soto?
Gheddo:
E’ senz’altro una radiografia interessante del
sottosviluppo. Che secondo me si può riassumere ponendo
l’accento sul ritardo storico di molti popoli. Che sono
“in ritardo” per un ovvio motivo: lo sviluppo è nato
in Occidente. Il progresso è nato in Occidente.
Ammetterlo
non significa essere “razzisti”, né predicare una
“superiorità” della nostra cultura: vuol dire
ammettere un dato storico. E perché lo sviluppo è nato
in Occidente? Perché l’Occidente, grazie centinaia di
anni di Vangelo, di cristianesimo, di predicazione
dell’importanza del concetto di “persona”, ha
partorito la libertà – e con la libertà
l’industrializzazione, le scoperte scientifiche, che
senza libertà non si sarebbero potute verificare.
Poi
il progresso è stato importato in tutto il mondo. La
tecnologia è stata seminata nei territori più disparati:
ma alcuni dei popoli che l’hanno ricevuta la prendono
“a valle”, senza avere “a monte” quei principi,
quelle idee, che del progresso in Occidente sono stati
causa.
Non
basta importare il modello occidentale attraverso le leggi
e i pezzi di carta: bisogna creare una mentalità che sia
fertile per lo sviluppo.
R&L:
E’ successo però che in tanti casi abbiamo esportato
cultura – ma quella sbagliata. Pol Pot aveva studiato
alla Sorbona.
Gheddo:
E’ vero: il problema è che anche “noi”, noi nel
senso di occidentali, ogni tanto ci dimentichiamo che
tutto il nostro sviluppo, tutto il nostro progresso, viene
da stimoli biblico-evangelici.
R&L:
Mi ha colpito molto una sua affermazione, verso la fine
del suo libro. Lei scrive: “sono stato in Cile nel 1972,
mentre nascevano i ‘Cristiani per il socialismo’. E mi
chiedevo: ‘perché noi cristiani dobbiamo ricorrere al
socialismo e al marxismo, più volte condannati dai Papi?
Non abbiamo già il Vangelo e la dottrina sociale della
Chiesa?’”. Perché, secondo lei, il marxismo ha avuto
tanto successo?
Gheddo:
Perché il marxismo rappresenta una scorciatoia alla
giustizia. Poi non ha prodotto né giustizia né sviluppo:
c’erano nel mondo 31 Paesi a regime marxista, si sono
rivelati tutti un fallimento. Hanno prodotto solo morte e
corruzione. Però il marxismo era una tentazione potente:
aboliamo la proprietà privata, diceva, e tutti i nostri
problemi si risolveranno. Un miraggio seducente.
R&L:
Anche oggi esportiamo “miraggi seducenti”: per
esempio, l’idea che basti “controllare le nascite”
perché i Paesi poveri diventino ricchi.
Se
queste idee sono prevalse in alcuni Paesi del Terzo mondo
– che via via le stanno abbandonando, essendosi accorti
che non hanno ragion d’essere – è interamente colpa
delle Nazioni Unite: che spesso hanno imposto il controllo
delle nascite come improbabile panacea.
R&L:
Un problema che i nemici della globalizzazione spesso
pongono è quello del lavoro minorile...
E’
un falso problema: pensare che ci siano alternative al
lavoro minorile è non solo ingenui, è assurdo. Non è
che l’alternativa è fra lavorare e andare a scuola:
l’alternativa è fra lavorare e morir di fame, o vivere
per strada.
Possiamo
giustamente dire che mancano certe garanzie necessarie,
che i bambini dovrebbero avere un’assistenza sanitaria.
Ma è stupido protestare perché i bambini lavorano: noi
abbiamo già vissuto quella fase dello sviluppo, e ci ha
portato a una ricchezza prima inimmaginabile. Perché
proibire ai nostro fratelli più poveri di percorrere la
stessa strada?
Mia
nonna aveva cominciato a lavorare a nove anni, ed era una
donna eccezionale, con grinta e voglia di fare da vendere.
Tirò sù tutta una nidiata di nipoti. Certo, leggeva il
giornale a fatica – ma non le interessava neppure, e
questo non faceva di lei né una persona peggiore né una
persona più ignorante. Aveva, semplicemente, una cultura
diversa.
R&L:
Un’ultima domanda: fra i nemici più accaniti della
globalizzazione c’è senz’altro il movimento
ambientalista. Non crede che alcune delle radici dei
“verdi” affondino in una sorta di neo-paganesimo?
Senz’altro.
E qui ci troviamo di fronte al vero problema del mondo
moderno: che ha perso di vista Dio. Siccome l’uomo non
può “credere” a nulla, quando si cerca di fare a meno
di Dio ci si rifugia in altre cose, ci si inventano degli
idoli, dei vitelli d’oro – che, come in questo caso,
possono prendere le sembianze della Dea Natura, della
Madre Gea. Perdendo Dio, abbiamo anche perso di vista il
senso della realtà, l’idea che il mondo “esiste”,
la consapevolezza importante che la vita ha un senso. Ecco
perché è dall’esperienza di Dio che bisogna
ricominciare, per costruire un futuro migliore.
intervista
a cura di Alberto Mingardi