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La
globalizzazione
e’
ancora
un
vuoto
politico.
Le
nazioni
hanno
ceduto
la
loro
sovranita’
economica
al
capitale
quando
hanno
deciso,
per
altro
saggiamente,
di
lasciarlo
circolare
liberamente
sul
piano
mondiale.
Questo
entra
ed
esce
dai
paesi
seguendo
il
proprio
criterio
orientativo
principale:
la
remunerazione.
I
paesi
che
non
offrono
buone
prospettive
di
profitto
–
o
per
disordine
interno
o
per
lentezza
dell’economia
–
perdono
il
loro
capitale
e
non
ne
attraggono
di
nuovo.
Questo
e’
il
nuovo
standard
globale
invisibile
che
governa
il
pianeta.
Che
forza
tutte
le
nazioni
a
convergere
verso
un
modello
politico
ed
economico
di
capitalismo
liberalizzato
perfettamente
efficiente.
Ma
ben
pochi
paesi,
sia
ricchi
sia
emergenti,
riescono
a
cambiare
in
modi
e
tempi
utili
per
rispettare
il
nuovo
criterio.
E
la
liberta’
globale
del
capitale
li
punisce
definanziandoli,
squilibrandoli
sul
piano
sociale,
gettando
in
crisi
i
loro
settori
meno
competitivi.
Per
esempio,
l’Europa
ad
economia
rigida
non
riesce
a
remunerare
il
capitale
e,
poiche’
libero,
questo
vola
altrove
impoverendoci
per
mancanza
di
investimenti
residenti.
Molti
paesi
emergenti
hanno
goduto
di
una
vera
e
propria
inondazione
di
denari
dall’esterno
in
quanto
la
crescita
che
parte
da
zero
e’
solitamente
piu’
dinamica
ed
elevata
di
quanto
puo’
avvenire
in
sistemi
economici
maturi,
quindi
piu’
attrattiva.
Ma
non
hanno
voluto
o
potuto
rendere
stabili
i
loro
mercati
interni
dei
capitali
e
le
loro
istituzioni
politiche
e
regolamentari.
Tale
opacita’
e
disordine
irrisolto
li
rendono
vulnerabili
a
crisi
finanziarie
improvvise
che
fanno
fuggire
gli
investimenti
tanto
velocemente
quanto
sono
arrivati
(la
crisi
asiatica
del
1997-98).
E
quando
capita
devono
riordinarsi
e
risalire
la
china
della
crescita
economica
attraverso
pesanti
amputazioni
sociali.
Argentina
e
Brasile
si
stanno
mettendo
in
ordine,
ma
al
prezzo
di
dover
rallentare
la
crescita
e
le
speranze
dei
loro
abitanti.
Terranno?
La
Corea
del
Sud
e’
riemersa
dalla
crisi,
ma
con
pesanti
costi
umani
e
senza
che
sia
avvenuto
un
reale
risanamento
delle
cause
istituzionali
(opacita’
finanziaria,
consociativismo
ed
eccesso
di
debiti)
che
l’hanno
destabilizzata.
Cosa
che
la
espone
a
future
crisi
di
sfiducia.
E
questo
e’
il
caso
migliore
di
tanti
altri
peggiori.
In
sintesi,
i
primi
dieci
anni
di
globalizazione
hanno
certamente
aumentato
la
ricchezza
complessiva
nel
pianeta.
Ma
questa
non
si
e’
distribuita
omogeneamente
ne’
tra
i
paesi
ne’
all’interno
di
essi.
Il
capitale
fluisce
dappertutto,
ma
il
suo
ciclo
e’
reso
instabile
dal
disordine
irrisolto
di
molti
paesi
emergenti.
Da
una
parte,
la
liberta’
del
capitale
e’
una
condizione
fondamentale
per
la
crescita
economica
e
va
preservata.
Dall’altra,
ormai
i
fatti
ci
dicono
che
il
processo
di
globalizzazione
avviene
in
modi
troppo
squilibrati,
forieri
di
crisi
economiche
e
di
dissenso
sempre
piu’
gravi.
Perche?
E’
governato
dallo
standard
invisibile,
appunto,
del
capitale
senza
mediazioni
politiche
nazionali
che
riescano
ad
attutirne
gli
effetti
selettivi
e
squilibranti.
Due
alternative:
(a)
si
lasciano
le
cose
cosi’
e
le
diverse
nazioni
dovranno
imparare
con
le
brutte
a
diventare
solide
ed
efficienti;
(b)
si
trovano
nuove
regole
del
gioco
per
cui
ogni
nazione
riesce
a
trovare
un
suo
modo
equilibrato
per
partecipare
all’economia
globale.
La
seconda
opzione
non
e’
solo
migliore
in
termini
morali,
ma
anche
tecnici:
lo
squilibrio
che
si
sta
cumulando
nel
pianeta,
pur
ad
economia
crescente,
e’
tale
da
mettere
a
rischio
la
globalizzazione
intera.
Quindi
bisogna
per
forza
governarla
e
bilanciarla
politicamente.
Come?
Le
pur
essenziali
istituzioni
internazionali
ora
esistenti
–
Fondo
monetario,
Banca
mondiale,
ecc.
–
non
sono
neanche
lontanamente
adeguate
a
svolgere
tale
missione.
Il
punto
–
caldo
in
questa
settimana
–
e’
che,
per
esempio,
e’
inutile
pensare
ad
una
riforma
dettagliata
del
Fondo
monetario
senza
prevedere
una
nuova
istituzione
internazionale
dedicata
al
riordinamento
del
mercato
globale.
Che
deve
essere
squisitamente
politica,
e
non
solo
burocratica,
in
quanto
bisogna
far
penetrare
nei
singoli
paesi
delle
regole
di
ordinamento
ed
efficienza.
Cosa
possibile
solo
se
i
paesi
interessati
sono
d’accordo.
E
per
esserlo
devono
avere
la
possibilita’
(cosa
oggi
impossibile
nel
modo
di
operare
del
Fondo)
di
adattare
i
modi
e
tempi
di
riforma
alle
loro
specificita’
nazionali.
Solo
un
tavolo
internazionale
intergovernativo,
con
la
missione
di
“compensazione
globale”,
puo’
fare
una
cosa
del
genere.
Di
fatto,
riorganizzare
il
ciclo
della
sovranita’
in
due
fasi
bilanciate:
(1)
una
nazione
rinuncia
al
protezionismo
ed
accetta
al
suo
interno
lo
standard
globalizzante:
(2)
in
cambio,
la
comunita’
internazionale
le
ritorna
la
sovranita’,
intesa
come
diritto
concordato
di
scegliere
una
propria
via
localmente
equilibrata
per
adattare
lo
standard
stesso.
Tale
seconda
parte
del
ciclo
ora
manca
del
tutto
e,
per
questo,
la
prima
–
cessione
di
sovranita’
economica
–
produce
l’instabilita’
detta.
Qui
e’
il
vuoto
politico
da
colmare.
Con
Paolo
Savona
sto
scrivendo
un
libro
che
cerca
di
dettagliare
proprio
tale
ipotesi
di
ribilanciamento
cooperativo
delle
sovranita’
economiche.
(“Sovranita’
e
ricchezza”,
febbraio
2001).
Ambedue
speriamo
di
stimolare
un
dibattito
necessario
ed
urgente,
che
ora
non
c’e’
in
questi
termini.
Perche’
i
governi
e
molti
tecnici
ritengono
che
il
Fondo
monetario
possa
svolgere
tale
missione
di
ribilanciamento
con
i
propri
mezzi
limitati
e
rigidamente
burocratici.
Basta
riformarlo
un
pochino.
In
realta’
non
sarebbe
comunque
sufficiente
anche
nel
migliore
dei
casi.
Bisogna
capire
che
ci
vuole
qualcosa
di
nuovo
ed
immensamente
piu’
grande:
una
vera
e
propria
architettura
politica
del
mercato
globale
senza
la
quale
il
secondo
non
potra’
fornire
tutta
la
ricchezza
che
promette.
E
a
tutti.
Carlo
Pelanda