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COLBERT COLPISCE ANCORA (DI ALBERTO MINGARDI)

 Fonte: Quaderni padani, dicembre 2002

Sono molti gli analisti, i teorici, gli esponenti politici a sostenere che andremmo verso un'inevitabile "doppia devoluzione". Gli Stati nazionali, finiti nel tritarifiuti della storia, dovrebbero "devolvere" parte delle loro competenze tanto a unità politiche di dimensioni più ridotte, quanto ad entità statuali più estese.
"Lo Stato nazionale è diventato troppo grande per fare alcune cose, troppo piccolo per farne altre": è questo il refrain che va per la maggiore.
Si tratta, tuttavia, di una formula non poco ambigua. Riesce infatti improponibile pensare che, per il medesimo motivo, lo Stato possa (debba) restringersi ed allargarsi allo stesso tempo. Crescere e rimpicciolire assieme.


E' del tutto evidente che lo Stato, come prodotto della storia e tentativo di organizzazione sociale, attraversa un momento di crisi. Ed è altrettanto evidente che all'orizzonte si profilano due soluzioni possibili a questa crisi: da una parte la frammentazione della sovranità, il suo disperdersi tra più "comunità" di dimensioni ridotte, dall'altra invece il risolversi delle sovranità nazionali in un'entità sovrannazionale, ma che non per questo non presenta i caratteri tipici della statualità.
L'idea che questi due processi marcino di pari passo suona piuttosto ingenua. Si tratta, anzi, di realtà che fanno a pugni l'una con l'altra, di due diverse possibili vie d'uscita alla crisi della modernità. Tant'è che assumono corpo, si fanno storia, attraverso due processi antitetici: la secessione da una parte, l' unificazione dall'altra.
In Italia i termini del dibattito sono ulteriormente complicati dal fatto che per lungo tempo alla parola federalismo s'è accompagnato, per una sorta di timore reverenziale, l'aggettivo "europeo". L'unico federalismo che avesse diritto di cittadinanza nelle aule universitarie e, soprattutto, nelle segreterie di partito era quel "federalismo europeo" alla Spinelli, alla Albertini, che è l'esatto opposto di quell'altro "federalismo" portato alla ribalta e scaraventato al centro delle discussioni politiche dalla Lega Nord nei primi anni Novanta.
La differenza è abissale sia sul piano delle proposte concrete, sia per quel che riguarda l' ethos di queste due prospettive. Il "federalismo europeo" è stato dipinto come un atto supremo di generosità, il ricomporre gli egoismi dei vari Stati continentali, il trionfo spumeggiante della "solidarietà". Viceversa, il "federalismo" senza aggettivi più che unire divide, propone un'escalation, anziché una riduzione, dei "particolarismi".
Ecco che il tentativo di immaginare una consonanza, se non una consequenzialità, fra l'una e l'altra cosa lascia interdetti. C'è, ovviamente, una razionalità. Ma è la razionalità del Potere, che propone una sorta di baratto: il riconoscimento delle comunità locali, sempre più alla ribalta, in cambio dell'acquiescenza innanzi alla nascita del nuovo Moloch. In soldoni, via libera ai cartelli stradali scritti in dialetto, purché le tasse si paghino a Bruxelles.


E' ovvio che questo scenario presenterebbe tuttavia non una "doppia devoluzione" ma semplicemente una "devoluzione" a senso unico. Se un domani il partner di riferimento dell'Unione Europea non fosse più la Repubblica Italiana, ma la Regione Lombardia (Puglia, Marche...), e la Regione dovesse obbligatoriamente recepire tutte le direttive emesse dall'Ue, sarebbe eufemistico sostenere che l'una e l'altra si sono spartite le spoglie dello Stato nazionale. Nel momento in cui il potere di tassare, e quello di legiferare, fossero saldamente nelle mani dell'Unione, si sarebbe compiuta soltanto una "devoluzione" verso l'alto: e poco importa se le Regioni venissero rimpinzate di competenze picaresche (rispolverare le lingue locali, insegnare le danze popolari a scuola, stampare a raffica marchi di qualità per Lambrusco e polenta e osei). Tra l'altro, va sottolineato che se alle culture locali viene talvolta riconosciuta legittimità (per quanto una legittimità ridotta, giusto da cartello stradale), alle comunità locali e agli individui comunque non viene assolutamente riconosciuta la possibilità di avere voce nella "produzione" di cultura, cioè nella politica scolastica, che in tutta Europa resta ineffabilmente centralizzata.

Lo Stato si presenta come quella particolare agenzia che detiene il monopolio dell'uso della forza su un determinato territorio, e il monopolio della produzione del diritto. Quest'ultima è funzionale al monopolio dell'uso della forza: lo Stato non si accontenta della violenza per la violenza, esso pretende di ammantare le proprie azioni (persino le più efferate) con il velo sottile di una pretesa legittimazione. Nelle parole immortali di un grande anarchico, Lysander Spooner, "i fatti sono questi: il governo, come un bandito, dice all'individuo "o la borsa o la vita" (...) Certo che il governo non sorprende l'individuo in un posto isolato, e non salta fuori da un fosso per puntargli una pistola alla tempia e svuotargli le tasche. Ma la rapina rimane una rapina comunque, ed è ancora più vile e vergognosa. Il bandito almeno si assume la responsabilità, i rischi e la colpa delle proprie azioni (...) Non ha alcuna pretesa di avere diritto al tuo danaro, e non vuole farti credere che lo userà a tuo beneficio. Non pretende di essere nient'altro che un rapinatore". Lo Stato, viceversa, "legittima" artificiosamente la catena di furti (tasse) di cui si nutre, costruendo un'impalcatura di giustificazioni presunte attraverso il diritto positivo.
Esso stabilisce, d'imperio, di avere "dei compiti". Pretende di fornire "dei servizi": ma servizi che, curiosamente, i consumatori non possono rifiutarsi di acquistare.


Non è qui il caso di addentrarsi in una descrizione complessa di che cosa sia lo Stato. Ciò che conta è comprendere come l'Unione Europea sia stata costruita ad immagine e somiglianza dello Stato nazionale, anziché proporsi come un suo autentico superamento.
A poco valgono le enunciazioni di principio, contenute ad esempio nel Trattato di Maastricht, sul tema della sussidiarietà. L'Ue ha letteralmente "capovolto", secondo un osservatore attento quale padre Robert Sirico, "il principio di sussidiarietà, per come l'aveva esplicitamente enunciato Papa Pio XI nell'enciclica Quadragesimo anno". Esso, infatti, scrivono Angelo Maria Petroni e Roberto Caporale, "può essere interpretato in due direzioni diverse: come limitazione al potere dei livelli superiori su quelli inferiori, oppure come giustificazione della creazione di un'azione collettiva a livello superiore là dove essa produce effetti benefici non altrimenti ottenibili. In quest'ultima interpretazione, la sussidiarietà può senz'altro venire considerata come l'espressione generale delle ragioni a favore del federalismo centralizzatore. La creazione di livelli di azione collettiva superiori a quelli dei singoli Stati è da sempre lo scopo delle politiche e delle istituzioni dell'Unione".

Per questo Petroni e Caporale si sentono di concludere che la sussidiarietà per come è intesa dall'Unione Europea "può conformarsi ai desiderata del federalismo centralizzatore, ma non ai principi del federalismo competitivo". La differenza tra federalismo centralizzatore e federalismo competitivo è cruciale: nel primo caso, s'intende la forma canonica di federalismo, consegnataci dall'esperienza storica, di progressiva centralizzazione delle competenze, di graduale accentramento dalla periferia al centro. E' la teoria politica sostenuta dagli autori del Federalist, che tanta influenza ebbero sulla stesura della carta costituzionale americana.
Il federalismo competitivo punta invece sulla concorrenza fra realtà istituzionali diverse. Lo scenario ideale che esso disegnerebbe è il seguente: una pluralità di entità amministrative diverse, la cui dimensione ridottissima ed il cui elevato numero comporterebbe un abbattimento dei costi dello spostarsi, per un cittadino, da un'unità all'altra. Tale facile mobilità porterebbe alla creazione di un vero e proprio "mercato della politica", sul quale i diversi soggetti politici presenterebbero una diversa "offerta" in termini di produzione delle regole. Sarebbero i singoli individui a premiare questo o quel sistema di norme e regolamentazioni, data l'esiguità dei costi da sostenere per "emigrare" da una realtà all'altra.

Al contempo, non è da escludersi che questo contesto istituzionale vedrebbe la rinascita di valori forti, di identità precise, che puntualmente bussano alla porta ogni qual volta vediamo imporsi all'attenzione un movimento secessionista. Tale tendenza, a dispetto dei luoghi comuni, non fa a pugni con il processo di globalizzazione dei mercati cui stiamo assistendo. Anzi, "la globalizzazione del commercio", ha scritto Jean-Jacques Rosa, "stimola le tendenze indipendentiste e secessioniste rendendole realizzabili sul piano economico".

Secondo Hans-Hermann Hoppe, "un governo piccolo ha molti concorrenti, e se tassa e regola i comportamenti dei suoi cittadini più dei suoi concorrenti sarà inevitabilmente soggetto ad emigrazione del lavoro e del capitale, che si traduce nella perdita degli introiti fiscali futuri" : per questo, spiega Hoppe, l' integrazione economica (rappresentata dalla globalizzazione, e dalla partecipazione ai circuiti del libero scambio) e l'integrazione politica non vanno a braccetto.
Sono, semmai, antitetiche. "L'integrazione politica (centralizzazione) comporta una maggiore capacità per uno Stato di imporre tasse e di regolare la proprietà (espropriazione). L'integrazione economica rappresenta una estensione della divisione interpersonale ed interregionale della partecipazione al lavoro e al mercato". Ecco perché l'esistenza stessa dell'Unione Europea può essere interpretata come una reazione al processo di globalizzazione: proprio perché esso, potenzialmente, favorisce la frammentazione delle entità statuali e la concorrenza non solo fra produttori di panini o scarpe, ma anche fra produttori di regole. La concorrenza, al solito, fa paura. Spaventa soprattutto chi sa di essere perdente: i vecchi Stati nazionali europei, diventati troppo "ingombranti" e costosi a causa dell'elefantiasi burocratica, e dell'affermarsi di una "socialità" coatta ormai insostenibile. Non è un caso, secondo Pascal Salin, che si noti una "tendenza generalizzata a proiettare all'esterno le proprie carenze", che è all'origine delle frequenti proposte volte ad inserire nei trattati internazionali una "clausola sociale" contro il cosiddetto "dumping sociale". "Occorrerebbe, secondo i sostenitori di queste proposte, imporre ai Paesi che beneficiano della liberalizzazione commerciale l'adozione di legislazioni sociali simili a quelle dei paesi sviluppati". 

Una volta scremate dell'immancabile melassa buonista, tuttavia, è indiscutibile che dietro tali presunte preoccupazioni umanitarie (relative alle supposte "condizioni unumane" in cui verserebbero i lavoratori dei Paesi poveri), si nasconda nient'altro che un nuovo protezionismo. "Quando si parla di dumping sociale si intende probabilmente che i produttori stranieri beneficiano di condizioni più vantaggiose dei produttori nazionali. Questi ultimi sarebbero 'svantaggiati' per l'esistenza di una 'concorrenza sleale', e occorrerebbe o proteggere i produttori nazionali, o imporre le stesse condizioni di produzione ai produttori esteri". E' questa la cosiddetta armonizzazione che si rivela puntualmente uno dei principi-cardine del Leviatano di Bruxelles: la cui profonda avversione al processo di liberaizzazione dei mercati è dimostrata, fra le altre cose, dal fatto che esso stesso impone circa quindicimila dazi sui prodotti in importazione.

Superati i contorsionismi della retorica europeista, l'Ue appare allora come un semplice "cartello" di Stati: messa a repentaglio dalla globalizzazione l'esistenza dei vecchi confini nazionali, anziché accettare la sfida dell'atomizzazione in, e della competizione tra, microstati, gli Stati si riuniscono in un unico grande "trust", che miri a salvaguardare quelle che sono le loro prerogative secolari. Il potere di tassare, cioè, e quello di legiferare. L'aveva capito Gianfranco Miglio: "dietro l'Europa di Maastricht e di Bruxelles, vi è l'intento di costruire un grande Stato nazionale europeo, fondato per di più sugli Stati nazionali". L'idea è quella di replicare "in scala" le strutture dello Stato nazionale: come dimostra, del resto, una veloce occhiata a quelle che sono le istituzioni caratteristiche di Bruxelles. Una "commissione europea" che ricalca le funzioni tipiche dei governi nazionali. Un Parlamento europeo eletto a suffragio universale proprio come i parlamenti nazionali. Una Corte di giustizia che ambisce al ruolo di sommo vertice del potere giudiziario del Vecchio Continente.


E non a caso l'unica forma di protesta contro l'Ue che abbia diritto di cittadinanza nei salotti buoni è quella che stigmatizza un suo presunto "deficit di democrazia": le viene cioè rimproverato non di assomigliare "troppo" a uno Stato nazionale, bensì di non assomigliargli abbastanza! Nulla di nuovo sotto il sole. Nella forma e nella sostanza: l'Ue sguazza in quella stessa ipertrofia legislativa che è una caratteristica tipica degli Stati-nazione. Roland Vaubel stima che nel 1995 fossero in vigore 24000 regolamentazioni europee (aventi effetto immediato in tutti i Paesi membri) e 1700 direttive europee (che poi i vari Paesi debbono recepire nella propria legislazione).

Sempre secondo Vaubel, più del 70% della legislazione e dei sussidi comunitari è frutto dell'azione di gruppi di interessi specifici, a cominciare da quelli che dettano la "politica agricola" dell'Unione. Bruxelles è una sorta di magnete che attrae tremila organizzazioni lobbistiche e più di diecimila lobbisti. Questo significa, come fatto rilevare da più parti, che questa sarebbe un' Europa "economica", l'Europa "delle banche e delle grandi imprese"? Se lo fosse, bisognerebbe dire che si tratta di un'economia suicida, e di corporations che sfiorano il masochismo. Piuttosto, le decisioni economiche prese a Bruxelles (e, in particolar modo, dal Commissario Mario Monti) sono puntualmente improntate a un inossidabile colbertismo (funzionale a determinati gruppi di pressione). Si pensi a quelle politiche "anti-trust" che vanno a ledere pesantemente gli interessi dei consumatori, ad affossare le possibilità di crescita delle imprese, a desertificare ogni possibile scenario d'innovazione. Oppure a certe artificiose costruzioni teoriche, la cui impalcatura traballante pretende di fondarsi su ipotetici "beni pubblici internazionali".

Tale sfacciata politica economica, retriva e conservatrice, è di per sè indicativa. Ma soprattutto rivela quale sia il vero nemico degli Stati che si sono "cartellizzati" per formare questo nuovo Leviatano: l'innovazione. La capacità di pensare cose nuove, di sperimentare, di osare: non solo nella produzione di "beni" e "oggetti". Ma soprattutto nella produzione di regole ed idee. L'obiettivo, neppure celato, dell'Unione Europea è proibirci di immaginare diversi scenari di convivenza, di incamminarci su sentieri inesplorati, di cercare una via di fuga dal labirinto della modernità.

Alberto Mingardi,  Quaderni padani, Dicembre 2002