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Quella
di Napoli è stata la prima grande manifestazione
italiana contro la globalizzazione. C’erano
oltre ventimila persone, non solo napoletane, e
per la gran maggioranza al di fuori dei partiti
(tranne Rifondazione comunista e qualche verde),
dei sindacati (tranne i Cobas) e delle grosse Ong.
C’era un’età media abbastanza bassa, c’era
un clima nuovo, per certi versi insolito, seppur
tra slogan autonomi e vetero-marxisti. |
Certo, a organizzare la manifestazione e anche gli
appuntamenti dei giorni precedenti sono stati
fondamentalmente i centri sociali campani gravitanti
nell’area dell’autonomia operaia. Questi hanno
costruito, nei mesi precedenti l’evento una rete (a dire
il vero non molto ampia) di gruppi e di associazioni, tra
i quali figurava anche Rifondazione. Hanno offerto una
buona anticipazione mediatica del contro-forum e hanno
garantito l’organizzazione del contro-vertice
(dall’ospitare i manifestanti non napoletani al
convocare le conferenze stampa, all’aggiornare
costantemente il sito-web indymedia che ha svolto un ruolo
di contro-informazione in tempo reale), ma poi la macchina
è andata da sé. La maggioranza di chi, la mattina di
sabato 17 marzo, ha partecipato al corteo stenterebbe a
riconoscersi in questa militanza. I più sono scesi in
strada spontaneamente: chi non appartiene a nessun gruppo
costituito, chi da tempo più non partecipava a
dimostrazioni di questo genere, chi - i più giovani - non
aveva mai visto manifestazioni così grandi a Napoli. Era
dal tempo della guerra del Golfo, che non si assisteva a
qualcosa del genere. Questa area nuova, confusa, forse
anche un po’ ingenua, ha rappresentato un elemento
costante della tre giorni napoletana: prima della
manifestazione del sabato, già si era affacciata sulla
piazza nella grande manifestazione in maschera di due sere
prima.
Alla vigilia della manifestazione, quindi, la scena
napoletana mostrava due facce: da una parte un movimento
spontaneo di ragazzi e ragazze che avevano voglia di
mettersi insieme, di mostrarsi e di manifestare, avendo i
più fra questi idee non molto chiare riguardo alla
globalizzazione - d’altronde non è facile farsi
un’idea precisa! -; dall’altra i gruppi politici dalla
militanza storica che hanno saputo organizzare con mesi
d’anticipo l’antiglobal. Un antiglobal che
probabilmente non ci sarebbe mai stato se non fosse stato
da questi preparato. Questo è sicuramente un merito che
va loro riconosciuto. Ma tale riconoscimento non esclude
la possibilità di avanzare più di una critica, spostando
su altri piani la riflessione riguardo a un movimento che
forse sta nascendo proprio in questi mesi. Il problema ci
sembra essere questo: capire su quali basi e in che modo
possa compattarsi un movimento. In che modo far sì che
quella spontaneità dei più, forse ancora ingenua, non
venga dispersa.
Nei giorni precedenti al corteo era già chiaro a tutti il
ragionamento svolto da buona parte degli organizzatori:
creare movimento alzando la conflittualità,
riappropriandosi della strada attraverso lo scontro. Ma a
cosa ha portato questo modo di pensare?
Quanto è successo sabato mattina è andato al di là di
ogni immaginazione. La piazza si è trasformata subito in
una vera e propria arena. Mentre c’era chi tentava di
sfondare i cordoni di polizia e arrivare a Palazzo Reale
(sede ufficiale del Forum) e chi, dalle retrovie, faceva
esplodere una lotta del tutto insensata contro tutto e
tutti, tirando pietre e quant’altro capitasse loro fra
le mani, la maggioranza dei manifestanti è stata
ripetutamente caricata dentro una piazza serrata con una
morsa di tre cordoni di forze dell’ordine. La polizia, i
carabinieri, la guardia di finanza hanno inseguito, in una
selvaggia caccia all’uomo, e picchiato chiunque dentro e
fuori la piazza, nelle strade e nei vicoli adiacenti.
La repressione è stata brutale, le responsabilità delle
forze dell’ordine sono gravissime, così come
testimoniano e denunciano i numerosi video, foto,
interviste raccolti subito dopo. Ciò che è successo
sabato mattina è inaccettabile, e su questo siamo tutti
d’accordo. Ma la riflessione, adesso, dopo quello che è
accaduto deve svolgersi su un altro piano: quanto le
decisioni adottate da una parte dei manifestanti possano
essere condivise e portate avanti da un intero movimento.
Non sono stati gruppi non meglio identificati, o
definiti come anarcoidi, i soli responsabili della
violenza all’interno del movimento. C’è stata una
strategia di lotta ben precisa da parte
dell’organizzazione centrale della manifestazione. La
tre giorni napoletana che ha preceduto il corteo è stata
caratterizzata dalla penuria di assemblee, spazi di
riflessione e di dibattito interno, elaborazione di
strategie e riflessioni alternative. L’idea portante
sembrava essere quella di “alzare il livello della
conflittualità”. Logica vecchia e miope: era importante
creare un evento mass-mediatico, come poi è stata la
manifestazione di sabato 17 marzo.
I più hanno subito la fascinazione di pochi per la
violenza. Certo, la fascinazione dello scontro è qualcosa
di sottile, che attira più che respinge: tutti siamo
stati (diciamolo autocriticamente) un po’ vittime di
questo, ma questa è una logica che non può essere
accettata. La logica dello “sfondamento” tradisce un
convincimento antiquato, premoderno riguardo alle
relazioni sociali e politiche: che il potere risieda in
determinati palazzi e non in un sistema capillare e
pervasivo. Se il sistema in cui viviamo diventa sempre più
complesso e inclusivo, in una parola “post-moderno”,
sbriciolando e confondendo i luoghi e le manifestazioni
del potere e richiedendo, da parte di chi lo critica, una
maggiore capacità di destrutturazione, il tentativo di
trasformazione o, quello più limitato, di creazione di
luoghi di opposizione, non può avvenire mediante la
ricerca dello scontro che mutui (astoricamente)
l’assalto al Palazzo d’Inverno.
In
questo caso, l’arrivo a Palazzo Reale, anche qualora
questo fosse andato in porto (cosa che a tutti, però, è
apparsa subito improbabile) avrebbe lasciato i
manifestanti con un guscio vuoto in mano: avremmo trovato
davanti a noi ministri e burocrati in vacanza per pochi
giorni, pronti a lasciare Napoli per altri, tanti, luoghi
in cui più concretamente e nefastamente svolgono il loro
ruolo. Abbiamo davvero scalfito il potere ragionando in
questo modo?
La logica secondo cui lo scontro, una volta scatenatosi,
alza il livello della conflittualità, creando l’evento,
è ipocrita e fallimentare: contro i presunti padroni del
mondo non serve lo scontro di piazza, ma la creazione e il
rafforzarsi di un modo di vedere le cose che possa darsi
come efficacemente alternativo al pensiero dominante.
Negli slogan della manifestazione, assolutamente privi di
contenuto se non di scorie vetero-marxiste, niente di
tutto questo. Un simile modo di pensare (ai limiti del
terroristico) e di agire (troppo inconcludente e succube
di pericolose suggestioni simil-casseur,
simil-guerrigliere) ha prodotto solo effetti
controproducenti: il prevalere della contestazione sulla
riflessione, anteponendo lo sfogo di rabbia alla
proposizione razionale di una piattaforma alternativa, il
prevalere della fascinazione della violenza sul chiedersi
se esiste o meno un movimento, quali possano essere le sue
potenzialità e finalità, da quale parte, e attraverso
quale spiraglio, è davvero efficace controbattere il
sistema dell’occidentalizzazione imperante.
Ci
si è davvero affannati a discutere del digital divide e
di che cosa questo voglia significare nella creazione
delle nuove gerarchie mondiali? Di quali influenze abbia
sulla nuova geopolitica? Si è parlato davvero del trionfo
della tecnica sulla politica, della sopraffazione
dell’economia finanziaria sull’economia produttiva? Ma
soprattutto: abbiamo davvero provato a pensare quale altro
mondo è possibile dato tutto questo?
Concretamente, come sempre, la logica del cercar lo
scontro, lascia in primo piano chi alza le mani e le
mazze, e annulla, quale codardo, chi vorrebbe riflettere.
Dov’è allora la risposta alla colonizzazione
dell’immaginario? Non basta, insomma, il ricercare
l’opposizione pura come è avvenuto a Praga e a Napoli.
Ritualizzando gli scontri si entra nella routine, facendo
un bel servizio ai signori del Global. La risposta
perversa alla routine sarebbe allora quella di continuare
a aumentare la conflittualità, ma fino a quando? Davvero
contribuire a fare 150 feriti, trasformando una
manifestazione autorizzata in una arena da gladiatori, è
la forma di opposizione più consona al potere sottile
della globalizzazione?
Nei giorni che hanno preceduto la manifestazione, ciò che
più ha colpito sono state la scarsezza dei contenuti e
l’incapacità di riflettere anche sulle questioni più
“ovvie” del post-Seattle: Tobin tax,
organismi geneticamente modificati, il peso delle
multinazionali, il ruolo dell’Onu, la legislazione
internazionale, quale strategie di lotta, quali idee
alternative, quali autori leggere, su quali maestri
riflettere, quali esperienze riproporre...Era importante
creare un evento massmediatico, e in questo ci si è
riusciti bene. Ma dopo qualche giorno, chi lo ricorda?
“Creare eventi” vuol dire solo prendersi i due minuti
di popolarità nei tg della sera, accanto a altri eventi?
È davvero alternativo creare eventi di questo tipo? E qui
le responsabilità della stampa, della televisioni sono
enormi. Sono venuti in massa a Napoli a cercare la
violenza, lo scontro, il sangue, per poi riproporre nei
giorni seguenti, la violenza bruta da una parte e
dall’altra. La ricerca del sensazionale ha sicuramente
contribuito a creare l’arena di Piazza Municipio, alla
quale poi è stato dato un “opportuno” rilievo
nazionale. Ma anche questo deve far riflettere: l’uso
distorto dell’informazione è ormai una delle armi più
affinate nelle mani di chi si vorrebbe contrastare. Come
perseguire allora una disobbedienza civile che sia tale,
evitando la criminalizzazione televisiva? Da quali
comportamenti partire? Quali strategie, meno rozze, far
emergere?
Più in generale, la manifestazione di Napoli, per alcuni
una vittoria, per altri un fallimento, deve farci
riflettere sullo stato di cose del movimento post-Seattle.
Innanzitutto deve farci riflettere sul provincialismo
italiano. Del fitto dibattito internazionale sul tema
“another world is possible” a noi arrivano solo le
briciole, e quelle poche briciole sono intrise di un
ideologismo in forte ritardo. Il contro-vertice di Porto
Alegre ha indicato una svolta possibile, è stato il
segnale che è possibile, anche come arcipelago di gruppi
sovranazionali, andare al di là del fenomeno contestativo
e mass-mediatico e proponendo idee riguardo una diversa
globalizzazione, una democrazia più reale e partecipata,
una giustizia sociale meno astratta. Che è possibile
definire il nostro another world, pensandosi all’interno
di un dialogo crescente che evita le frasi fatte. (Non
tutto ovviamente a Porto Alegre è filato liscio, e la
società civile globale è più un’idea regolativa che
un fatto concreto, ma passi avanti sono stati fatti).
Per questo riteniamo opportuno operare da subito una
critica interna al nascente movimento. Se certi
comportamenti verranno a sclerotizzarsi sarà il suicidio
di quanto di nuovo e alternativo poteva esserci nel fiacco
e omologato panorama italiano (e poi anche europeo) di
questi anni. Se si pongono da subito idee nuove, un nuovo
sistema di valori, che ripudi non solo il globale
dominante ma anche l’antiglobale che si nutre di vecchi
pregiudizi e di vecchie analisi e di vecchie forme -
e questo è evidente in Italia più che altrove - si potrà
costituire davvero qualcosa di nuovo. Altrimenti, saremo
schiacciati tra i soliti due poli: da una parte il terzo
settore e le Ong istituzionalizzate che fanno poca critica
alternativa e molta gestione dello status quo, dicendosi
però, a parole, diversi; dall’altra l’inefficacia
vetero-marxista, da piccolo-borghesi che si sfogano per
tornare funzionali al sistema.
Dobbiamo cominciare da subito a provare a percorrere una
strada intermedia, radicale ma nuova, realmente
alternativa e realmente critica, dicendoci, fra l’altro,
che qui siamo nella parte ricca del mondo: e che la
giustizia che si cerca non è nell’aumentare i diritti e
i consumi ma nel ridurre questi ultimi e nel definire i
doveri. E, soprattutto, dicendoci che bisogna evitare a
tutti i costi di voler essere avanguardia
“anti-global” occidentale rispetto ai popoli del sud
del mondo. Il nostro compito è un altro: cercare da qui,
dall’interno, di stravolgere la nostra società opulenta
che produce iniquità intorno a sé, ma un forte consenso
al suo interno. Come destrutturarla?
Non sappiamo dire quanto sia reale il vento di Seattle,
non sappiamo dire se non sia anche questa un’invenzione
mass-mediatica, ma una cosa ci sembra chiara. Quanto è
successo a Seattle ci ha sorpreso per la capacità di
alcuni gruppi (all’interno di una maggioranza simile
alla nostra) di saper offrire esempi nuovi di resistenza
passiva, esempi davvero creativi di come è possibile
fermare un vertice che decide del collasso economico di
una parte del mondo e non semplicemente di come è
possibile sfogarsi con la polizia. Come fare riflessione e
assemblea, anche attraverso le nuove tecnologie, provando
a gettare le basi di un nuovo mondo. Le riedizioni europee
ci sono sembrate antiquate, perché, da una parte, in mano
ai soliti gruppi contestativi che non vanno al di là
dello sterile scontro o di analisi volgari e semplificate;
dall’altra, in mano alle pacifiche grosse Ong che
troppo flirtano con i nostri governi e che continuano a
parlare di voler proporre un mondo nuovo, quando già in
termini di cooperazione internazionale e di gestione
dell’esistente sociale all’interno dei nostri Stati
hanno le loro pecche e colpe filo-governative, sempre e
comunque “all’interno delle logiche del mercato”.
Crediamo che provare a percorrere quella via di mezzo sia
l’unico modo per fare davvero movimento in Europa,
l’unico modo per appropriarsi di quegli aspetti
minoritari e positivi di Seattle. Il linguaggio di questa
protesta dobbiamo ancora inventarlo, in Italia molto più
che altrove.
Altrimenti saremmo costretti a ricadere nel solito aut
aut: opposizione violenta o accondiscendenza moderata,
cosa che già fanno i gruppi esistenti, i loro ideologi e
la loro stampa di riferimento.
Quale movimento? Al di là della barbarie della polizia e
degli errori degli organizzatori? La maggior parte della
gente che era in piazza a Napoli ha lasciato intravedere
la possibilità di un movimento nuovo, che non si
riconosce in una lotta alla globalizzazione che passi
attraverso lo scontro e la ricerca della violenza. Saremo
capaci di costruire qualcosa di diverso, non solo in vista
del prossimo grande appuntamento: il contro-G8 di Genova
in luglio?
Renata
Pepicelli, Alessandro Leogrande
Lea Nocera, Emanuele Valenti