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PRIMA
PARTE
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da
"Democrazia
e
diritto"
giugno
2000
Il lavoro è stato nella modernità il
centro di riferimento di ogni teoria politico-sociale e anche del grande
pensiero filosofico, assai più che in qualsiasi altra epoca.
Al di là di ogni diversità di
prospettive, si può dire con certezza che il lavoro ha rappresentato sia il
titolo per l'attribuzione di un reddito, sia il presupposto della cittadinanza,
sia il misuratore del contributo di ciascuno al processo di produzione e
riproduzione della vita.
Il lavoro è stato, sotto questo
profilo, il principio di organizzazione della società moderna e il significato
essenziale di ogni autorappresentazione individuale e collettiva.
Per queste ragioni ogni riflessione che
ne colga solo aspetti parziali è inevitabilmente riduttiva. Piuttosto mi sembra
necessario chiedersi in che modo il lavoro è ancora il punto di riferimento
delle autorappresentazioni individuali e del rapporto fra l'individuo e la
"comunità", intesa in senso ampio come partecipazione sociale del
processo di produzione e riproduzione della vita.
C'è un rischio che non bisogna correre
se da questa discussione si vuole trarre qualche risultato: quello di riprodurre
astratte alternative, come quella fra liberals e comunitaristi, o di
abbandonarsi a eleganti costruzioni di modelli.
Credo, invece, che bisogna prendere le
mosse dai "fatti", da una, possibilmente accurata, indagine
fenomenologica dei modi in cui si strutturano le immagini influenti del nostro
tempo nelle pratiche individuali e collettive.
Mai come nell'epoca presente
l'individualismo coincide con l'auto-rappresentazione della maggioranza degli
abitanti dell'Occidente e, tuttavia, nonostante una così profonda
interiorizzazione di siffatto modello culturale, è altrettanto diffusa la
sensazione che gli individui siano di fatto in balìa di poteri, apparati,
corporazioni, ecc. che rendono assai labile il significato della loro
individualità e assai esiguo lo spazio effettivo della loro libertà.
Con una battuta si può dire che paiono
scamparsi dalla scena sia gli individui, sia le scelte collettive. Questa è
l'epoca nella quale al posto degli individui liberi sono rimasti numeri, serie,
frammenti, e al posto delle scelte collettive ci sono tribù, clan, mafie chiuse
come fortezze. Al di sopra di questo magma naviga in Internet la società
globale, che apparentemente non intrattiene rapporti né con gli individui, né
con i clan e le tribù.
Con quali categorie possiamo descrivere
e comprendere i fatti che sono squadernati sotto i nostri occhi?
Penso alle categorie della filosofia
politica e del diritto che ripropongono le tradizionali coppie oppositive:
Stato-mercato, libertà-vincolo, e credo che con queste categorie non si va
molto lontano. Eppure c'è chi ritiene che sta arrivando al pettine l'antico
modo del rapporto fra libertà e coazione e ha paragonato la vittoria
dell'Occidente sul comunismo come la vittoria di Atene su Sparta, della società
civile-mercato sullo Stato-Caserma. Il riferimento ai greci è sempre di moda
nelle fasi di transizione. Atene come anticipazione borghese, come società
civile, mercato, e Sparta come caserma, anticipazione dello Stato totalitario
moderno. Una analogia fuorviante e pericolosa perché applica le categorie del
passato a "figure" e concetti che sono propri di un diverso contesto
culturale e sociale.
Ricordando la lezione di Vernant mi
pare che lo spazio pubblico della polis si ponga come spazio alternativo alla
cultura del palazzo miceneo e che sia irriducibile al mercato moderno, alla
fiera del levante o alla fiera di Milano. Non a caso il centro dello spazio
pubblico greco era il teatro, ed è difficile immaginare un itinerario che ci
porta dai greci alla libertà dell'individuo moderno. Hannah Arendt ha descritto
la vita dell'uomo greco che si riconosce nella partecipazione reciproca allo
spazio pubblico come spazio della "rappresentazione" reciproca. Lo
spazio pubblico non può essere un ipermercato. Nella definizione dello spazio
pubblico, si colloca il problema della scelta collettiva e del rapporto tra
l'individuo e il gruppo e si può vedere non l'antinomia tra l'individuo e il
gruppo, ma la loro complementarità. Cos'è allora lo spazio pubblico?
Per descrivere lo spazio pubblico
Bauman ha fatto riferimento al "lavatoio" dove le donne lavavano i
panni insieme e contemporaneamente producevano l'elaborazione del codice morale
collettivo, si scambiavano informazioni sull'educazione dei figli, sul modo di
stare insieme, sull'alimentazione e sulle relazioni affettive.
Non si tratta ovviamente di valutare i
successi della tecnica e del mondo moderno con la nostalgia del
"lavatoio", ma è curioso che Francesco Alberoni, in un articolo
intitolato "L'impresa planetaria e la fine dei luoghi comuni",
descrive la propria vita, e i suoi incontri mattutini e richiama l'attenzione
sulla progressiva sostituzione degli incontri personali con i circuiti
informatici e gli automatismi della Rete e con la scena di un di un ipermercato
affollato di acquirenti.
Alberoni continua osservando che questo
fenomeno è rilevante anche per i "saperi" che si sono completamente
separati dalla "produzione"; le cose che si vendono negli ipermercati
non si producono più in quella regione, in quel "luogo", e le
informazioni sono standardizzate e inaridite. I saperi tradizionali sono
divenuti sterili perché non hanno più un "oggetto" su cui misurarsi.
Spesso anch'io quando parlo ai miei
studenti di diritto, Stato, libertà debbo confessare che non so bene di che
cosa parlo perché i nostri concetti sfuggono continuamente all'enorme
accelerazione dei mutamenti.
Sembra finita la civiltà dello spazio
pubblico in cui gli uomini si ritrovavano all'interno di un confine fisico, che
definiva il rapporto fra la campagna e la vita urbana, e dove l'esser pubblico
non significava avere un "ruolo", ma partecipare pubblicamente del
proprio esserci, direbbe Ernesto de Martino.
Lo spazio virtuale di cui si parla oggi
non ha niente a che vedere con lo spazio pubblico perché quest'ultimo è
caratterizzato dalla simultanea presenza della parola e del corpo. La corporeità,
il nostro essere fisico ha una rilevanza decisiva nella definizione dello spazio
pubblico. Lo spazio pubblico è uno spazio in cui conta il confine fisico e la
presenza affettiva dei corpi.
Gli affetti sono il grande assente del
mondo moderno, nel senso che non sono più rappresentati nel mondo della Rete.
Sono negati, occultati, e perciò esplodono nelle forme terribili della violenza
moderna che è una violenza anonima, impersonale, seriale, sempre più
immotivata: una violenza fredda.
C'è, a mio parere, il rischio di una
grande catastrofe di senso in questa scomposizione triadica della società:
quella in cui gli individui atomizzati non riescono più a sapere se stanno
comunicando effettivamente con qualcuno; quella delle tribù che si sono chiuse
nelle fortezze etniche, territoriali; quella globale che viaggia in Internet
senza alcun riferimento al mondo di carne e sangue di quella che "una
volta" si chiamava la "realtà".
Perché è accaduto questo mutamento
radicale?
Quando cadde il muro di Berlino sembrò
a tutti che finalmente la storia umana fosse diventata unica. Certamente è
bello pensare a una storia umana universale, come è bello pensare di essere
cittadini del mondo, ma resta l'interrogativo se si può essere cittadini senza
appartenere a una "città", a una "patria" nel senso di
Geertz.
La globalizzazione, infatti, ha
distrutto le culture particolari e anche la tradizione europea rischia di essere
indefinibile. Lefebvre scrive che è in crisi la grande nazione europea, non
quella degli Stati, ma l'Europa continentale che viene dalla tradizione ebraica
e da quella greca. L'uomo del continente europeo è greco ed ebreo perché greci
ed ebrei sono i suoi antenati e non già pirati e mercanti, come gli uomini del
mondo anglosassone.
Sulla libertà di abitare la terra ha
prevalso la libertà di navigare in rete; sulla libertà del cittadino, la
libertà del mercato. Con la globalizzazione l'impresa si è separata dal
territorio; gli investitori si sono liberati di ogni vincolo con i fornitori,
con i consumatori, coi lavoratori, col paese.
Il vero soggetto libero è adesso il
denaro virtuale. In meno di un mese cinque grandi multinazionali decidono di
spostare i loro stabilimenti dall'Europa all'Asia o all'America del Sud e
improvvisamente un milione e mezzo di persone si trovano senza lavoro. Come si
può pensare a scelte collettive, a politiche sociali, a politiche
dell'occupazione? mentre il capitale si muove con la velocità dei nuovi mezzi
di comunicazione, gran parte degli uomini e delle donne del pianeta sono
"segregati" nei loro territori.
La velocizzazione dell'informazione ha
distrutto il concetto di distanza e anche i concetti tradizionali su cui si
fondava l'informazione legata all'apparato sensoriale, e dunque al corpo. Il
corpo vive e trascrive, vede e ricorda, elabora emozioni e le trascrive nella
memoria. La distruzione della distanza attraverso la rete informatica, sta
distruggendo la memoria, le singole culture particolari, e così sta
distruggendo la possibilità di essere individui e di essere anche gruppi,
giacché individuo e gruppo non si possono pensare separatamente. È una pura
fantasia pensare che l'individuo si autocostituisce o che il soggetto
autocertifica la propria esistenza. La presenza si certifica attraverso un
rapporto di generazione.
Siamo tutti nati da una coppia,
all'interno di un contesto che ci ha trasmesso (come dice Lefebvre) culture,
visioni, stili di vita, che non sono la somma delle deliberazioni individuali,
ma l'espressione del collettivo umano che è sempre plurale e anonimo. La città
ateniese non era una comunità organica, ma una moltitudine contenuta in uno
spazio pubblico comune.
La distruzione della memoria ha
determinato la sostanziale omologazione e la convinzione assurda di vivere in
una sorta di presente eterno dove non c'è la responsabilità del passato, né
la responsabilità verso il futuro.
Non possiamo continuare a baloccarci
con le categorie classiche della filosofia del diritto, della filosofia politica
e della scienza della politica per vedere se bisogna avere una legge elettorale
maggioritaria o una legge proporzionale.
Ci troviamo di fronte a uno squilibrio
crescente tra le dinamiche economiche e le dinamiche culturali; lo Stato non è
più il contenitore del rapporto tra produzione e consumo. Si è realizzata una
scissione totale della produzione dalle forme di vita, dal luogo in cui si
consuma e gli uomini sono diventati dei contenitori di beni di consumo.
L'individuo moderno, come dice
Lasch,
è un individuo debole, un piccolo Narciso che ha bisogno continuamente di
oggetti nuovi da consumare feticisticamente.
Occorre allora cercare di capire meglio
cos'è la "globalizzazione" e quale impatto ha sulla
autorappresentazione degli individui.