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GLOBAL
(DEL
DEBBIO - MONDADORI) |
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In
un saggio di Paolo Del Debbio si spiega perché il nuovo assetto mondiale sia
positivo, anche per i Paesi più deboli.
Da diversi anni
a questa parte motti settori della sinistra (dai bertinottiani ai cossuttiani,
alle correnti dei Ds che ancora si richiamano al comunismo) hanno un nuovo
demone da combattere, la globalizzazione, la quale costituisce per loro
l'ultima congiura del capitalismo contro l'umanità lavoratrice.
Ci sarebbe da divertirsi a compilare un'antologia di tutte le puerilità
e di tutte le sciocchezze dette e scritte in questi anni, su questo argomento,
dai nostri nostalgici del comunismo.
I quali
evidentemente non ricordano (o forse non hanno mai letto) l'altissimo elogio
che Marx nel Manifesto, scrisse a
proposito della rivoluzione realizzata dalla borghesia e della sua dimensione
mondiale. «Essa per la prima volta ha mostrato - diceva Marx - che cosa possa
l'attività umana. Essa ha creato
ben altre meraviglie che le piramidi d'Egitto, gli acquedotti romani e le cattedrali
gotiche; essa ha fatto ben altre spedizioni che le migrazioni dei popoli e le
Crociate». Il bisogno di sbocchi
sempre più estesi per i suoi prodotti spinge la borghesia per tutto il
globo terrestre; sfruttando il mercato mondiale, essa ha reso cosmopoliti la
produzione e il consumo di tutti i Paesi.
«Con grande
dispiacere dei reazionari», la borghesia ha tolto all'industria, la base nazionale;
al posto dei vecchi bisogni, a soddisfare i quali bastavano i prodotti
nazionali, ha fatto subentrare nuovi bisogni, che esigono i prodotti dei Paesi
e dei climi più lontani.
«In luogo
dell'antico isolamento locale e nazionale, per cui ogni Paese bastava a se
stesso, subentra un traffico universale, una universale dipendenza delle
nazioni l'una dall'altra. E come
nella produzione materiale, cosi anche nella spirituale. I prodotti spirituali
delle Singole nazioni diventano patrimonio comune».
In questa
celebre pagina di Marx (celebre, naturalmente, per chi legge i classici, non per
i nostri comunisti, che leggono assai poco e che nulla capiscono del mondo
nuovo che hanno intorno) è già prefigurato quel grandioso fenomeno che è
giunto a maturazione negli ultimi decenni, e che viene oggi chiamato «globalizzazione».
Perché, e in che senso, esso sia un fenomeno grandioso, ce lo spiega
assai bene Paolo Del Debbio nel suo libro Global.
Perché la globalizzazione ci
fa bene, fresco di stampa per i tipi di Mondadori. Un libro che ha anche
il grande merito di esaminare i problemi sociali del nostro Paese in rapporto
agli enormi mutamenti connessi alla globalizzazione medesima.
E' opportuno
soffermarsi, in primo luogo, su alcune cifre. Sui mercati valutari mondiali
vengono oggi
scambiati, ogni giorno, più di 1.500 miliardi di dollari, mentre viene scambiato
quasi un quinto dei beni e dei servizi prodotti ogni anno.
Dal 1986 ad oggi il commercio mondiale è aumentato di due volte e mezzo,
raggiungendo gli oltre 11,2 trilioni di dollari,
e superando
mediamente, la crescita stessa del Pil dei singoli Paesi al loro interno.
E ancora: oggi 53mila multinazionali, con le proprie 450mila consociate,
vendono in tutto il mondo 9,5 trilioni di dollari tra beni e servizi.
Le multinazionali coprono almeno il 20 per cento della produzione
mondiale e il 70 per cento del commercio globale.
La
globalizzazione dell'informazione, insieme a quella economica e finanziaria,
completa il quadro. Nel 2001,
attraverso un solo cavo, si potevano trasmettere più informazioni di quante
se ne potevano trasmettere su tutto Internet in un mese del 1997; oggi, su Internet,
sono accessibili al pubblico ben 2,5 miliardi di pagine Web esclusive, e il
loro numero aumenta di 7.300.000 al giorno; Internet è passato dai 16 milioni
di utenti del 1996 ai 400 milioni del Duemila, e nel 2005 potrebbe raggiungere 1
miliardo di utenti. Nel 1999 la
spesa mondiale per le tecnologie dell'informazione e della comunicazione è
stata di 2.200 miliardi di dollari, e secondo le proiezioni raggiungerà i
3mila miliardi entro il 2003.
Cifre
impressionanti, dicevamo, che danno tutta la dimensione del fenomeno della
globalizzazione. Ma, se le pagine
di Del Debbio dedicate alla descrizione del fenomeno sono appassionanti, non
meno stimolanti sono quelle dedicate alle sue conseguenze. La globalizzazione
infatti (per parafrasare il titolo del libro) ci fa bene o ci fa male? E'
evidente che ci fa bene, perché essa è un formidabile volano per accelerare
in progressione geometrica la produzione di beni, di servizi, di informazioni.
Del resto, essa ha portato a un aumento esteso del reddito anche
nelle fasce che prima erano più povere.
Si sono avute, certo, anche conseguenze negative, come l'aumento di notevoli
diseguaglianze di reddito, ma la maggioranza dei problemi di esclusione di
fasce di popolazione nei Paesi toccati dalla globalizzazione è dovuta a
impreparazione dei destinatari (gli Stati nazionali) e non alla globalizzazione
in quanto tale.
E qui si apre
il discorso sul nostro Paese, che appare scarsamente attrezzato a usufruire
dei vantaggi della globalizzazíone. Basti
pensare che - dopo anni di governo di sinistra siamo il Paese d'Europa in
cui i trasferimenti dello Stato al settore più povero della popolazione sono
maggiormente contenuti: il 30 per cento più povero riceve poco più del 10 per
cento dei trasferimenti sociali contro il 30 per cento della media europea.
Di qui la necessità di ridisegnare tutta la mappa del nostro sistema
socio-economico e del nostro Stato sociale: ma ciò non si può fare senza
rilanciare le imprese e la produttività, senza smantellare un sistema rigido
e ingessato che esclude largamente i giovani e i disoccupati dai benefici del
nuovo dinamismo economico. Anche
le pagine di Del Debbio su questi problemi cruciali si raccomandano per la
loro lucidità, nel solco della nostra migliore pubblicistica
sociologico-politica, e per la loro passione civile.
Paolo
Del Debbio è editorialista del”Giornale” e di “T.G.COM”.
Insegna Etica Sociale e Comunicazione all’Università IULM di Milano.
Giuseppe
Bedeschi, Il Giornale, 18/04/2002
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