Giuseppe De Rita è certamente uno degli studiosi che meglio
conoscono la realtà sociale italiana. Per anni, scrivendo le considerazioni
generali del rapporto annuale del Censis (l’autorevole centro di ricerca
sociologica da lui fondato e diretto) ha indicato il senso dei cambiamenti
visibili e meno visibili che hanno coinvolto, in Italia, istituzioni, famiglie
ed imprese. De Rita è stato presidente del Consiglio nazionale dell’economia
e del lavoro (Cnel), l’organo istituzionale che svolge funzioni consultive per
il Governo e il Parlamento in materia politica, economica e sociale. Nel corso
di un convegno organizzato dal Cnel nel 1995, ha espresso le sue preoccupazioni
per la diffusione del telelavoro.
La
sua è la voce del dubbio di fronte alle innovazioni che sono inevitabili e
necessarie ma possono apparire anche inquietanti.
Secondo
Giuseppe De Rita il rapporto con il lavoro, anche nell’era della
globalizzazione e nonostante l’emergere del telelavoro, resta ancora
fortemente legato all’azienda, al luogo fisico dove si opera e alle relazioni
sociali che si creano al suo interno.
Il telelavoro ha invece una logica differente,
molto più personalizzata perché non partecipa al clima dell’azienda, non sta
dentro un altro soggetto. Questo passaggio dal lavoro che sta dentro il soggetto
aziendale (fisicamente, visivamente, ambientalmente, umanamente determinato) a
un lavoro che sta nel soggetto singolo, collegato certamente con altre realtà
ma che vive la sua esperienza in un modo del tutto personale, è un passaggio
non facile.
Il telelavoro può essere vantaggioso per le
imprese se queste sono organizzate in attività compartimentate e ripetitive ma
sarà molto più difficile attuare il telelavoro in un’azienda che abbia una
forte soggettualità strutturata che realizza progetti collettivi.
Senza l’azienda che traina il lavoratore nella
carriera verticale con promozioni e incentivi o che lo spinge a muoversi in
orizzontale per fare di più sulla base di ciò che ha imparato, si verrà a
creare uno scenario in cui il lavoratore non vivrà più processi di mobilità e
passaggi di classe.
Il problema centrale che il telelavoro solleva -
sostiene Giuseppe De Rita - è che riduce il riferimento al posto di lavoro,
all’orario di lavoro.
Il
telelavoro rischia di far perdere anche quel poco di socializzazione, che in
mancanza di luoghi più umanamente significativi, il posto di lavoro era
riuscito ad animare.
Probabilmente il telelavoro è più un’esigenza
del singolo, dell’azienda, che un’esigenza sociale. Riduce il traffico, i
trasferimenti, ma alcuni studi hanno dimostrato che i processi di ingorgo del
traffico non si intensificano solo nelle ore di punta.
Infatti vengono determinati da molte altre cause,
diverse da quelle strettamente legate al lavoro: lo shopping, i ragazzi che
vanno a scuola, ecc. L’uomo, con ogni probabilità, potrà dedicare meno tempo
al lavoro e grazie alla telematica avrà più tempo libero e potrà disporre di
un nuovo spazio per recuperare il radicamento sul territorio, ma soltanto in
piccola parte, manterrà le stesse opportunità di socializzare.
RIFERIMENTI
BIBLIOGRAFICI
DE RITA G.., "Il punto sull’Italia
- Popolazione lavoro economia produzione finanza inflazione
risparmio consumi sanità famiglia istruzione" -
Mondadori 1983
DE RITA
G., "La società abbondante
- Come arrivammo agli anni ‘90" - Edizioni Euroitalia
1990