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Dieci
anni fa, il brutale assassinio in
Guatemala di mons. Juan Josè Gerardi,
ucciso dopo la pubblicazione di un
rapporto di denuncia sui crimini commessi
durante la guerra civile
Erano
le dieci di sera di domenica 26 aprile del
1998: mons. Juan Josè Gerardi, vescovo
ausiliare di Città del Guatemala, veniva
ucciso nella sua parrocchia di San Sebastián.
Le indagini sull'omicidio hanno portato
all'arresto di tre uomini, accusati di
essere stati gli autori materiali
dell'assassinio. Non sono invece ancora
stati individuati i mandanti. Oggi, nel
decimo anniversario della morte di mons.
Gerardi, sono previste liturgie di
suffragio e cerimonie commemorative per
ricordare il vescovo, uomo di fede e
grande difensore dei diritti umani. Due
giorni prima di essere ucciso, il presule
aveva presentato un’accurata indagine
sui crimini perpetrati in Guatemala nel
periodo della guerra civile, sia
dall’esercito sia dalla guerriglia. Sui
segni lasciati nel Paese centroamericano e
nella Chiesa guatemalteca da quel brutale
assassinio, ascoltiamo al microfono di Amedeo
Lomonaco, Luis Badilla, esperto
dell’America Latina della nostra
emittente:
L’omicidio di mons. Gerardi è una
ferita non ancora chiusa. Il popolo
guatemalteco ne soffre le conseguenze
poiché percepisce che l'impunità,
nonostante la pace e democrazia ritrovate,
non è stata sconfitta. Giorni fa il
cardinale Rodolfo Quezada Toruño,
arcivescovo della capitale guatemlateca,
ha detto: “La Chiesa vuole perdonare, ma
prima deve saper a chi”. I mandanti non
sono ancora stati trovati. In questo
senso, i guatemaltechi non hanno trovato
ancora pienamente la via della
riconciliazione che esige prima verità e
giustizia. Mons. Gerardi è un paradigma
del martirio di migliaia e migliaia di
altri innocenti che caddero durante 36
anni di guerra civile.
D. - Ci sono oggi luci in Guatemala
capaci di illuminare il vuoto lasciato da
mons. Gerardi?
R. - Come accade con il messaggio
cristiano, si tratta di un segno di
contraddizione: la morte di mons. Gerardi
è stato un passaggio lungo le terribili
tenebre della storia di un popolo, ma al
tempo stesso ha rappresentato
l'avvicinarsi dell'alba, della luce. Ogni
notte profonda e amara preannuncia
l'aurora calda e chiara. Il grido di mons.
Gerardi fu: "Mai più". Oggi,
nonostante le contraddizioni della
pacificazione guatemalteca dagli accordi
pace del 1996, una sola cosa è chiara e
irreversibile: "Mai più".
D. - Due giorni prima di essere ucciso,
mons. Gerardi aveva pubblicato proprio il
Rapporto “Guatemala mai più” sui
crimini compiuti durante la guerra civile.
Quale contributo hanno portato quelle
denunce?
R. - Il Rapporto redatto da mons.
Gerardi, il noto documento intitolato
"Guatemala, mai più", ha
squarciato la menzogna e l'omertà
dimostrando che era possibile guardarsi in
faccia e non fare più finta che
"nulla fosse accaduto". Mons.
Gerardi è morto per servire la verità,
quella del cristiano, del sacerdote, del
vescovo e del patriota. Questa fu la sua
coerenza e quest'è la sua eredità
spirituale per tutti.
D. - Anche oggi, in Guatemala,
difendere i diritti umani può provocare
gravi conseguenze. Mons. Ramazzini,
vescovo di San Marcos, ha ricevuto nei
giorni scorsi minacce di morte…
R. - Purtroppo in America Latina questa
dinamica delle minacce contro i pastori
della Chiesa è dura a morire. La Chiesa
latinoamericana ha pagato altissimi
prezzi: mons. Gerardi è uno di una lista
in cui ci sono due vescovi colombiani, Isaías
Duarte Cancino e Jesús Emilio Jaramillo,
il cardinale messicano Posadas Ocampo,
decine di sacerdoti e religiose e migliaia
di catechisti. Ci auguriamo che nulla
accada a mons. Alvaro Ramazzini. E' un
dovere di tutti, anche della stampa, dare
una mano per proteggerlo. Piangere dopo
servirebbe a poco. Ad ogni modo, la Chiesa
non si ferma e va avanti: il suo mandato
missionario lo ha ricevuto da Cristo e non
ha scadenza.
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