Una
donna e la tragedia del Rwanda. I ricordi, l'esperienza e
il cammino di chi è cresciuto fuggendo. Per continuare
a vivere
.
“Dimenticare
è impossibile, ma il tempo cura il dolore. Avevo quattro
fratelli e sono stati uccisi. Per salvarsi, uno di
loro, pagava ogni giorno chi voleva assassinarlo. Piano
piano ha perso tutto, fino a non possedere più nulla.
Allora
lo hanno preso, lo hanno messo in in un tombino
della fognatura e lo hanno affogato. Il giorno dopo le
truppe del Rwandan Patriotic Front (Rpf), del presidente
Paul Kagame, sono arrivate. Poche ore per non morire”.
Gemma è una signora Tutsi del Ruanda, serena e simpatica,
in fuga da una vita.
“Quando frequentavo
le elementari – continua a raccontare – andavo a
scuola con gli hutu. Eravamo amici, andavamo d’accordo,
non ci accorgevamo di nulla. Poi, arrivò il momento di
andare alle medie e cominciarono i guai.
Per
noi l’ammissione era quasi impossibile. Io ero brava e
riuscii a farcela, ma in classe eravamo tre soli Tutsi e
tutti gli altri Hutu. Non cambiò nulla nei miei rapporti
coi compagni, eravamo tutti fratelli.
I
potenti si facevano la guerra, ma noi bambini, gli
studenti, le persone normali, eravamo eguali sotto uno
stesso cielo. Nel 1973 ero in collegio. Non si poteva fare
altrimenti per frequentare la scuola.
I
villaggi erano lontani e così ,durante i periodi di
lezione, vivevamo fuori casa. Una notte un anziano
professore belga venne nella mia stanza, mi prese per mano
e mi disse di indossare tre vestiti uno sull’altro, di
fare silenzio, di non portare nulla che desse
l’impressione di una partenza improvvisa. Non capivo.
Andammo
via. In macchina seppi: rischiavo di essere uccisa. Poche
ore prima Juvenal Habyarimana, un Hutu, aveva fatto un colpo
di stato. Ero in viaggio verso lo Zaire e la mia vita
di profuga è cominciata alllora. Quello stesso presidente
sarebbe stato ucciso il 6 aprile 1994, il giorno dopo
esplose la furia omicida e lo sterminio”.
Fa
caldo a Roma, l’umidità e insopportabile, il traffico e
i gas di scarico rendono l’aria opaca e appiccicosa.
Gemma indossa un vestito africano dai tanti colori. La
stoffa di cotone stampato è vivace e allegra. Lei
non mostra età, i capelli neri sono annodati in tante
piccole e ordinate treccine, ai polsi i bracciali e gli
ornamenti scintillanti del suo continente. Ha un sorriso
ampio e leggero, i denti bianchissimi risaltano sulla
pelle nera e i lineamenti eleganti e regolari trasmettono
fiducia.
Lei
racconta con pazienza: “Non ero in Rwanda quando la
follia collettiva si è impadronita del Paese. Forse un
milione di morti, ma non si saprà mai la verità.
In tanti non sono stati seppelliti, interi quartieri e
molti villaggi sono stati bruciati e rasi al suolo. Dove
c’erano le case adesso c'è terra abbandonata.
Noi
Tutsi siamo allevatori di bestiame. Sembravamo più ricchi
perché avevamo una mucca, potevamo avere il latte. Gli
Hutu sono agricoltori. Se hai bisogno di soldi vendi il
bestiame. Se coltivi la terra devi aspettare il raccolto e
sperare in una buona stagione. Mio padre aveva un
contadino Hutu per curare il pascolo. Un giorno gli regalò
un vitello. La vita era questa. Semplice, povera per
tutti. Un oceano dai vostri standard occidentali. Dei
giorni del massacro quasi non ho ricordo. L’angoscia era
terribile. Non si poteva parlare col Rwanda. Il telefono
non funzionava più. Nessuno sapeva niente di nessuno. Io
stavo a Roma, mia sorella a Milano.
Ci
sentivamo, non riuscivamo a renderci conto o forse non
potevamo neppure arrivare a percepire la tragedia. Io ho
quasi rimosso quei giorni, sono pensieri sfocati,
dolorosi, impossibili da superare”.
Oggi
nel lontano Paese africano è in atto un tentativo di
riconciliazione nazionale. Un presidente Tutsi, Kagame,
guida un governo impegnato a negare l’esistenza di
differenze etniche, sicuro nel dire: “Esistono solo
ruandesi”.
Gemma
è Tutsi, il suo è un punto di vista, la testimonianza di
una parte del conflitto. Tuttavia, dopo i giorni del
genocidio almeno 50mila Hutu sono stati incarcerati, non
sempre con prove certe della loro partecipazione ai
crimini.
Secondo
Amnesty International e Human Right Watch, due importanti
organizzazioni per la difesa dei diritti umani, le
prigioni sono al di sotto di qualsiasi margine
tollerabile. In due metri quadrati di cella sarebbero
trattenute anche sei persone.
La
donna aggiunge: “Io voglio imparare a perdonare,
voglio veder tornare il Rwanda alla normalità. Non potrò
mai farlo, tuttavia, per quelli dell’Interahamwe,
gli estremisti Hutu. Il loro nome tradotto vuol dire
‘coloro che uccidono insieme’. Oggi vivo in Italia, ho
due figli con l’accento romano.
Vanno
a scuola, si sentono cittadini di questo Paese. Io ho il
passaporto dello Zaire, dove scappai ragazzina. Adesso
è stato in guerra col Ruanda e allora quando chiedo di
rinnovarmelo fanno molte difficoltà. Una volta ho
cominciato a scrivere la storia della mia vita. Chissà se
finirò. L'Africa è la mia terra, voglio poter tornare. I
miei ragazzi vanno ancora a scuola, ma quando saranno più
grandi avrò modo di scegliere".
Nei
giorni dell'eccidio l'Occidente e l'Onu chiusero gli
occhi, fecero finta di non vedere, di non ascoltare le
urla lontane del Paese africano. Oggi un monumento a
Kigali ricorda il genocidio. Migliaia di profughi, di
orfani, di esseri umani sono rimasti vivi e cercano di
immaginare il domani. Gemma tra loro.
Roberto
Bàrbera