PROSPETTIVE
IN GENETICA, SPERANZA E SCIENZA (31/03/2008) |
Convegno
a Roma sul rapporto tra etica e genetica: intervista con
Bruno Dallapiccola
Ascolta
l'intervista con Bruno Dallapiccola
Coniugare
etica e sviluppo scientifico, rispetto della vita e
genetica, attingendo all’esperienza già sviluppata in
campo diagnostico e terapeutico contro patologie che senza
un approccio di natura genetica, non sarebbero
efficacemente curabili. E’ una delle priorità che
saranno analizzate durante il convegno “Prospettive in
genetica, Speranza e scienza” in programma domani a Roma
all’Ospedale pediatrico Bambino Gesù. Al convegno
parteciperà anche il genetista Bruno Dallapiccola
che sottolinea, al microfono di Amedeo Lomonaco, i
rischi legati alla pratica sempre più diffusa dei test
genetici:
R. – Le prospettive che abbiamo per i prossimi
quattro-cinque anni è quella di pensare che andremo
sempre più da una medicina molecolare e diagnostica per
le malattie semplici alla ricerca delle suscettibilità o
delle predisposizioni genetiche che sono presenti
all’interno di tutti noi. Tanto per intenderci, ognuno
di noi possiede un genoma imperfetto e quindi ognuno di
noi è potenzialmente a rischio di avere delle alterazioni
a livello genetico che lo possano predisporre a malattie
comuni, poi, nella vita adulta o a malattie
neurodegenerative, malattie metaboliche e quant’altro.
Ora, la divulgazione di questo tipo di informazione può
avere delle connotazioni estremamente negative, ad esempio
mettere le persone in uno stato di ansia o creare
addirittura malati immaginari.
D. – Cosa accade oggi se non si coniuga l’etica con
lo sviluppo scientifico?
R. – Dei disastri! Tutto quello che può produrre la
genetica viene spesso non guidato e accompagnato in
maniera corretta. Un esempio: cosa rappresenta la diagnosi
pre-impianto? Rappresenta un qualche cosa che, a livello
dei dati europei raccolti per sei anni in 45 centri, ha
documentato che su 20 mila embrioni che sono stati
sottoposti a queste analisi, sono nati 521 bambini, cioè
un successo – dico “successo” tra virgolette –
della tecnica del 2,6 per cento, con un rischio di
patologie indotte da alterata regolazione dei geni, che
capita spesso in vitro; come errori diagnostici che sono
anche nell’ordine del 15 per cento nei casi della
diagnosi di patologie cromosomiche. Quindi, uno scenario
ben diverso da quell’ottimismo che spesso la stampa
riporta sui giornali e che induce le donne a vedere come
un grande successo della tecnica questo tipo di
diagnostica, senza sottolineare correttamente loro,
invece, quelli che sono gli effetti negativi.
D. – Dove, invece, possono condurre in medicina fede
e ragione, seguendo un itinerario che affianchi la
speranza alla scienza?
R. – Io penso che se chi gestisce la scienza la
gestisce nella maniera corretta e senza voler fare voli
pindarici, penso che la scienza sia uno strumento
fondamentale che può permettere di cambiare fortemente la
storia e la qualità della vita delle persone. Il punto è
che purtroppo ci si innamora di questo entusiasmo
scientifico senza valutarlo criticamente. Quindi, il vero
problema – secondo me – della scienza è quello di non
avere assolutamente paura della scienza, ma interpretarla
in maniera corretta e utilizzarla in maniera corretta.
D. – Non solo da un punto di vista cristiano ma
soprattutto etico: quali sono, secondo lei, i fondamenti
irrinunciabili per una ricerca rispettosa dell’uomo e
della vita? Ci sono dei punti assolutamente invalicabili?
R.
– Io direi che il punto fondamentale è il seguente: il
ricercatore deve essere sostanzialmente libero, ma quando
l’oggetto della ricerca è l’uomo e la ricerca va a
distruggere l’uomo o va a compromettere l’uomo, la
ricerca va regolamentata. Quindi, non si può fare tutto
quello che la ricerca consentirebbe oggi in teoria di
fare.

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