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VERTICE G8 DI SEA ISLAND (8/06 al 10/06 2004)

8 giugno 

Terrorismo internazionale, Iraq, crisi israelo-palestinese e debito estero dei Paesi africani. E’ un’agenda a 360 gradi quella che si propone di affrontare il vertice del G8 che prende il via oggi a Sea Island, nello Stato americano della Georgia. Sugli obiettivi che si pongono i Paesi industrializzati in questo incontro, Giancarlo La Vella ha sentito il parere di Sergio Marelli, presidente dell’associazione delle Ong italiane: 

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R. – Concordo intanto su questa agenda importante e vasta del G8. Ci sono otto tra i più grandi Paesi donatori, otto Paesi ricchi, otto grandi della Terra. La loro influenza sui destini del mondo è, e deve essere, questo è il nostro richiamo, proporzionale alla responsabilità che essi assumono: a partire dal destinare delle risorse adeguate e sufficienti per risolvere i grandi drammi dei Paesi in via di sviluppo, e anche soprattutto sul discorso della pace, che è un discorso di grande attualità in questo momento. 

D. – In testa all’agenda la situazione irachena. L’Iraq ha sicuramente bisogno dell’avvio di un rinnovo istituzionale, ma ha soprattutto bisogno di ricostruzione. Come fare a coinvolgere gli iracheni? 

R. – Gli interessi dei Paesi che sono presenti oggi in Iraq, devono essere subordinati agli interessi espressi oggi finalmente da un nuovo governo locale, e comunque più in generale dagli interessi espressi dalla popolazione. Occorrono grandi interventi strutturali, dall’acqua, alla sanità, alla rete stradale ecc., e tutto questo va fatto coinvolgendo le organizzazioni locali.  

D. – Al G8 di Sea Island si parlerà anche di Africa. Voi più di una volta avete parlato di cancellare il debito estero dei Paesi più poveri, in particolare di quelli africani… 

R. – Sicuramente il debito resta uno dei problemi più importanti, nel senso che lasciare il debito è come togliere ogni possibilità, ogni opportunità perché questi Paesi recuperino, rientrino nelle possibilità di garantire uno sviluppo alle proprie popolazioni. Bisogna soprattutto sensibilizzare le popolazioni e le società dei nostri Paesi ricchi. Ed anche per questo, insieme alle Ong dei sette Paesi che fanno parte del G8, abbiamo redatto un appello, con il quale si richiama la grande responsabilità che i governi del G8 hanno per il raggiungimento degli obiettivi del millennio, che sono stati sottoscritti alla fine del 2000, come obiettivi da raggiungere entro il 2015. Il nostro appello rivolto a tutti i capi di Stato, a tutti i capi di governo del G8, è un appello per non far loro dimenticare che questi impegni che hanno sottoscritto sono degli impegni vincolanti, per garantire uno sviluppo ed un futuro ai Paesi poveri, ma anche per garantire un futuro di sicurezza e di pace ai nostri Paesi.

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9 giugno

Il sì unanime alla risoluzione dell’ONU sull’Iraq e la notizia della liberazione degli ostaggi italiani a Baghdad sono stati un’iniezione di ottimismo per il Vertice del G8, apertosi ieri sera a Savannah, sull’isola di Sea Island, nello Stato americano della Georgia. Elena Molinari: 

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Il summit della riconciliazione transatlantica è partito sotto buoni auspici: nulla di meglio per George Bush che in Georgia conta di ammorbidire gli alleati meno docili e completare così il riavvicinamento iniziato con il tour europeo della scorsa settimana. Il capo della Casa Bianca ha, infatti, commentato il ‘sì’ del Palazzo di Vetro con toni trionfali. “E’ una grande vittoria per il popolo iracheno”: ha subito detto, ma il presidente russo, Vladimir Putin, a margine di un incontro con Bush, lo ha ridimensionato. “Ci vorrà del tempo - ha sottolineato - per vedere progressi sul terreno”. La rinnovata volontà di lavorare insieme tra i Paesi delle due sponde dell’Atlantico, tuttavia, è reale. Si profilano, infatti, già alcuni accordi tra gli otto grandi: contro la carestia nel Corno d’Africa, nella lotta contro la povertà e per sconfiggere l’Aids e la poliomielite. Altre intese sono pronte sul fronte della lotta contro il terrorismo e contro la proliferazione delle armi di distruzione di massa. Ieri, intanto, il timore di un assedio di violenti ‘no-global’ è sfumato tra misure di sicurezza impressionanti e rigidi divieti di accesso. 

Da Savannah, Elena Molinari per la Radio Vaticana.

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La svolta della risoluzione Onu sull’Iraq e le riforme per il Medio Oriente sono stati i due temi forti della prima giornata del G8, in corso a Savannah, nell’isola di Sea Island a largo della Georgia. Intanto, la diplomazia internazionale è al lavoro per attuare la risoluzione 1546 del Consiglio di Sicurezza. Secondo l’inviato speciale di Kofi Annan in Iraq, Brahimi, sciiti e curdi troveranno un modo per risolvere le loro divergenze sulla risoluzione Onu. Ma torniamo alla riunione del G8, con il servizio di Elena Molinari:  

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10 giugno

Il tentativo del presidente Usa e del primo ministro britannico di ottenere un intervento Nato in Iraq, si è scontrato contro il muro francese e tedesco. George Bush e Tony Blair hanno deciso di presentare il coinvolgimento delle truppe dell’Alleanza Atlantica in Iraq come una conseguenza inevitabile per la risoluzione Onu. Ma il primo ‘no’ è già arrivato e proprio da Jacques Chirac. “Il coinvolgimento della Nato in Iraq – ha detto il presidente francese – non è nella vocazione dell’Alleanza Atlantica e non è quindi auspicabile”. Chirac sarebbe disposto a parlarne, ma solo se il governo iracheno ne facesse esplicita richiesta. Freddo anche il cancelliere tedesco, mentre Silvio Berlusconi si è tenuto in equilibrio, dicendo che un intervento Nato è possibile, ma non essenziale. Bush ha invece ottenuto la firma degli otto in calce al suo piano per la democrazia nel Medio Oriente, ma non prima di aver incassato qualche resistenza e di aver ridimensionato le proprie aspettative. Dopo le critiche di Arabia Saudita e di Egitto, che non si sono neanche presentati al Vertice, ieri Washington ha registrato qualche perplessità da parte di Turchia e Giordania. Alla fine il documento approvato dagli otto è una dichiarazione di intenti non vincolante a stabilire fermamente le basi per la democrazia nella regione tramite dei Forum multilaterali. 

Da Savannah, Elena Molinari, per la Radio Vaticana.

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11 giugno

Dopo tre giornate di lavori, si è chiuso ieri a Sea Island, in Georgia, il Vertice del G8. Sul conflitto israelo-palestinese gli 8 Grandi hanno dato l’assenso al piano Sharon sul ritiro da Gaza e riproposto la “road map”. Sul ruolo della Nato in Iraq il presidente statunitense, George Bush, ha inoltre fatto marcia indietro dopo i “no” di Francia, Germania e Russia. Il servizio di Elena Molinari: 

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George Bush non ha lasciato che le scaramucce con Jacques Chirac sul ruolo della Nato in Iraq gli rovinassero un G8 iniziato sotto i migliori auspici. Il presidente americano è arrivato alla conferenza stampa finale di ottimo umore; ha ammesso che le differenze con la Francia restano ma ha assicurato che la discussione sulla Nato resta aperta. “Aspetteremo che il governo iracheno faccia le sue richieste”, ha detto. Dal punto di vista di Washington, questo G8 non è andato male. I grandi hanno sottoscritto tutti i documenti della Casa Bianca, dall’intesa sul commercio internazionale ai progetti umanitari e gli Accordi contro la proliferazione nucleare, alla partnership per il grande Medio Oriente. Ma le novità reali sono poche. L’impegno ad adoperarsi per un Iraq libero e sovrano si è scontrato con i disaccordi sul ruolo Nato e sulla riduzione del debito iracheno. Più concrete le dichiarazioni sul processo di pace in Israele, con l’impegno ad una nuova missione del Quartetto entro la fine del mese per ridare slancio alla road-map. In definitiva, il capo della Casa Bianca è ripartito per Washington forte di una cordialità transatlantica che non assaggiava da un anno e mezzo. Un capitale che dovrà spendere saggiamente nei mesi che lo separano dalle elezioni. 

Da Savannah, Elena Molinari per la Radio Vaticana.

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Oltre alla definizione di misure volte ad affrontare le emergenze in Iraq e in Medio Oriente,  una serie di iniziative hanno interessato anche le nazioni in via di sviluppo: si è deciso, infatti, di prorogare di due anni il piano di riduzione del debito dei 27 Paesi più poveri e di intensificare i programmi di lotta contro l’Aids, la malaria e la poliomielite. Altre decisioni prese dal G8, riguardano il mantenimento della pace in Africa attraverso l’istituzione, nei prossimi anni, di una forza di 75 mila uomini in grado di intervenire, su ordine dell’Onu, per scongiurare l’esplosione incontrollata di guerre intestine. E’ stato inoltre lanciato un appello per il Darfur, martoriata regione del Sudan, affinché il governo e i ribelli rispettino il cessate-il-fuoco, consentano l’arrivo degli aiuti umanitari e creino le condizioni per il ritorno a casa degli sfollati. Sulle conclusioni del Vertice, ascoltiamo, da Washington, il commento di Empedocle Maffia: 

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Questo G8 ha prodotto un paradosso, perché ha saputo innescare impegni politici nuovi solo nelle due occasioni in cui si è allargato ad altri protagonisti: quando ha ammesso alcuni capi di Stato arabi e ha trovato la forza di ribadire la necessità del ritiro di Israele dai territori palestinesi occupati per avviare un auspicabile nuovo processo di pace in Medio Oriente; e quando ha ammesso alcuni capi di Stato africani ed ha assunto l’impegno di convogliare risorse ed intelligenze in uno sforzo comune per aggredire e debellare l’Aids. Quando, invece, a dibattere sono rimasti gli otto titolari, nulla di nuovo è emerso, né sui punti di crisi internazionali né sulle strategie per un mondo migliore. Anzi, sull’Iraq che resta il nodo della politica internazionale, l’effetto rassicurante generato dal recente accordo nel Consiglio di Sicurezza dell’Onu si è rarefatto nella nuova opposizione europea alla proposta americana di coinvolgere militarmene la Nato. E’ un segno che questo mondo e questo tempo non sono riducibili ad una gestione unica da parte dei più ricchi e dei più forti, perché le voci dei più deboli comunque irrompono con il loro carico di bisogni e – talvolta – di rancore. E tenerle lontane riduce l’impatto di qualunque scelta gli Otto siano capaci di fare.

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