Fonte:
Radio Vaticana, 15 luglio 2006
Luci
e ombre sul vertice bilaterale fra il russo, Vladimir
Putin, e il presidente americano, George
Bush, a margine del G8 in corso a San Pietroburgo:
intesa in tema di nucleare ma contenzioso aperto per
l’ingresso della Russia nell’Organizzazione
mondiale del commercio (WTO). Ma sull’urgente
questione del Medio Oriente che non può non essere al
centro del G8, da San Pietroburgo il servizio è di
Giuseppe D’Amato:
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Posizioni
diverse, ma un unico approccio per il Medio Oriente.
Mosca e Washington sono contro l’uso della violenza a
scopo politico. “Si fermi lo spargimento di sangue al
più presto” è l’invito lanciato dal presidente
russo Vladimir Putin nel corso della conferenza stampa
con il collega statunitense George Bush. “E si creino
– ha poi rimarcato il capo del Cremlino - le
condizioni internazionali per la costruzione di uno
Stato palestinese indipendente”. Due democrazie una
vicina all’altra, Israele e la Palestina, questa è
la via d’uscita dal presente vicolo cieco, ha detto
invece Bush che ha comunicato che Washington ha chiesto
alla Siria di intervenire sul movimento Hezbollah per
far terminare subito la violenza e deporre le armi.
Sullo spinoso capitolo nucleare iraniano, russi ed
americani sembrano d’accordo. No ad armi atomiche
agli ayatollah e mandato al Consiglio di Sicurezza
dell’ONU per trovare soluzioni. Bush appoggia la
proposta russa di centri internazionali per
l’arricchimento di uranio a scopo civile. Questi
dovrebbero essere utilizzati sia da Iran che da Corea
del Nord. Tra i russi vi è delusione che gli USA non
abbiano dato il via libera all’adesione di Mosca al
WTO. “Serve un accordo ratificabile dal Congresso”,
è stata la risposta di George Bush. Putin è apparso
contrariato, anche se ha sottolineato l’alto livello
dei rapporti bilaterali raggiunti. In serata cena
informale tra i leader del G8.
Da
San Pietroburgo, per
la Radio Vaticana, Giuseppe D’Amato
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Fonte:
Radio Vaticana, 16 luglio 2006
E
l’aggravarsi della crisi mediorientale monopolizza i
lavori del G8 a San Pietroburgo,
in Russia. Mentre si attende una dichiarazione
congiunta sulla situazione in Medio Oriente, il
presidente statunitense, George
Bush, e alcuni dei suoi
principali interlocutori hanno invitato, pur con toni
diversi, Israele alla moderazione per ridurre le
sofferenze dei civili. Gli “Otto grandi” hanno
anche espresso il loro sostegno alla missione delle
Nazioni Unite inviata nella regione per disinnescare la
crisi tra Israele e Libano. Il servizio di Giuseppe
D’Amato:
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Moderazione
ed un cessate il fuoco duraturo in Medio Oriente.
Questi i due punti che stanno emergendo dal vertice di
San Pietroburgo e su cui
stanno lavorando gli “Otto grandi”. “Israele ha
tutto il diritto di difendersi - ha ripetuto il
presidente Bush - ma deve
essere cosciente delle conseguenze”. Secondo
l’amministrazione americana, Iran e Siria agiscono
come “ostacoli alla pace”. Il Segretario di Stato
americano, Condoleezza Rice,
parla di necessità di porre le basi per un “cessate
il fuoco sostenibile”. Un appello alla
“moderazione”, è stato, poi, lanciato dal
presidente francese Chirac,
che rimarca come sia necessario difendere “la
sicurezza e la sovranità del Libano”. Il ministro
degli Esteri russo, Lavrov,
si attende “nuove provocazioni”. Il britannico Blair
chiede agli altri leader una posizione comune per la
crisi e sottolinea che “si devono affrontare le cause
del problema”. Intanto, va avanti l’agenda
programmata dei lavori. Il piano per la sicurezza
energetica è stato approvato, ma varie fonti mettono
in evidenza le differenze su argomenti importanti come
i cambiamenti climatici e l’energia nucleare. Gli
Otto appoggiano l’idea russa di creare centri per
l’arricchimento dell’uranio per scopi civili sotto
il controllo dell’Agenzia atomica internazionale.
Da
San Pietroburgo, per la
Radio Vaticana, Giuseppe D’Amato.
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Fonte:
Radio Vaticana, 17 luglio 2006
Il
G8 di San Pietroburgo poco fa ha approvato il documento
finale del vertice che riassume tutti i temi trattati
dagli otto “grandi” nelle discussioni. Una
dichiarazione finale di sei pagine che affronta
tantissimi temi, dall’energia alla situazione nel Nagorno-Karabakh,
dall’educazione all’economia. Tra le prese di
posizione, gli otto Paesi più industrializzati
sottolineano la necessità di sviluppare “un moderno
sistema educativo per affrontare le sfide proposte
dalla globalizzazione” e sottolineano i principi
generali e le azioni “per limitare il diffondersi
delle epidemie” aumentando l’accesso di tutti
“alla prevenzione e ai trattamenti”. E c’è poi
la dichiarazione sul commercio nella quale si invita con
forza tutte le parti a fare in modo che si
arrivi ad una conclusione positiva del cosiddetto “Doha
Round” entro la fine del 2006. Ma la mattinata a San
Pietroburgo è stata caratterizzata dall’in-contro
con i cosiddetti Paesi emergenti. Il servizio è di
Giuseppe D’Amato:
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Anche
i leader dei Paesi emergenti si sono uniti alla
dichiarazione finale del G8 sulla crisi in Medio
Oriente. Il livello di preoccupazione rimane alto.
“Una tregua subito per permettere il dislocamento di
una forza internazionale di stabilizzazione nella
regione” è l’appello del segretario dell’ONU, Kofi
Annan, e il britannico Blair
ha sottolineato la richiesta che “il cessate il fuoco
avvenga in termini rapidissimi”. “La dichiarazione
del G8 di ieri aiuterà a calmare la situazione” è
l’opinione dell’americano Bush,
che, però, ha aggiunto che gli Hezbollah,
aiutati dalla Siria e finanziati dall’Iran, intendono
fermare il processo di pace. Si iniziano ad
identificare le vere radici del conflitto. Assai più
caute le valutazioni del russo Putin,
che ha ottenuto che nella dichiarazione non si
incolpasse alcuna delle parti in causa. Oggi è stata
la giornata dedicata ai Paesi emergenti: fra
questi Cina, Brasile, Messico, India e Sud
Africa, che vedono a San Pietroburgo confermato il loro
ruolo crescente nella comunità internazionale. Da
tempo gli esperti si interrogano se sia venuto il
momento di far entrare stabilmente anche questi Stati
nel club dei Paesi più industrializzati del mondo. Il
pericolo del terrorismo è stato uno degli argomenti
trattati. I recenti attentati di Bombay, definiti un
atto barbaro da tutti i leader presenti, impongono di
non abbassare la guardia. Piena adesione poi ai
documenti definiti dal G8 nella sua agenda “sforzi
comuni per terminare le trattative per il patto di Doha”.
Da
San Pietroburgo, per la Radio Vaticana, Giuseppe
D’Amato.
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Fonte:
Radio Vaticana 18 luglio 2006
AL
VERTICE DEL G8 DI SAN PIETROBURGO, LA CRISI IN MEDIO
ORIENTE OSCURA IL
TEMA DELLO SVILUPPO DEL SUD DEL MONDO: ALL’INDOMANI
DELLA CONCLUSIONE
DEL SUMMIT, IL COMMENTO DI SERGIO MARELLI, PRESIDENTE
DELL’ASSOCIAZIONE DELLE ONG ITALIANE
Molti
sorrisi ma pochi fatti. Il vertice del G8 a San
Pietroburgo ha deluso le aspettative. C’è da dire
che sulla buona riuscita del Summit ha pesato come un
macigno l’acuirsi della crisi in Medio Oriente.
D’altro canto, proprio a San Pietroburgo ha preso
corpo l'idea di una forza di interposizione nel Libano
del Sud per garantire un cessate-il-fuoco tra Israele e
i miliziani di Hezbollah. Sulle conclusioni del
vertice, il servizio di Alessandro Gisotti:
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Un
vertice partito in salita e tra mille ostacoli
soprattutto a causa dell’escalation di violenza tra
Libano e Israele. Crisi, questa, che ha registrato
posizioni non sempre convergenti dei “Grandi della
Terra”. Così, non stupisce più di tanto la
genericità delle risoluzioni finali sui temi chiave,
dal commercio all’energia. I Paesi del G8 hanno
ribadito la necessità di allargare l’istruzione a
tutti, specie nel Sud del mondo. Quindi, hanno preso un
impegno a sradicare le malattie infettive, a partire
dall’AIDS. Il documento finale auspica inoltre
investimenti in forme energetiche che consentano uno
sviluppo sostenibile. D’altro canto, i Paesi del G8
hanno dato un mese di tempo ai propri negoziatori per
giungere a un accordo sui negoziati del Doha Round,
che immobilizzano l’Organizzazione Mondiale del
Commercio da oltre quattro anni. Pochi giorni prima del
vertice di San Pietroburgo, il Pontificio Consiglio
Giustizia e Pace aveva lanciato un appello ai Paesi
industrializzati per sbloccare il Doha Round ed
integrare così i Paesi in via di sviluppo nel sistema
di commercio internazionale. Totalmente insoddisfatti
di questo summit sono i promotori del
“controvertice” del G8 in Mali. Barry Aminata Tourè,
presidente del “Summit dei Poveri” svoltosi a Gao,
nel nord del Paese africano, ha denunciato l'assenza di
un impegno concreto nei confronti dell’Africa, dopo
le promesse dello scorso vertice del G8 a Gleneagles,
in Scozia. Dal canto suo, il cancelliere tedesco,
Angela Merkel, ha annunciato che l’Africa non verrà
trascurata nel G8 del prossimo anno, quando la
presidenza del vertice spetterà alla Germania.
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Amarezza
per l’esito del vertice viene espressa anche dal
mondo delle Organizzazioni Non Governative, che sperava
in una maggiore attenzione dei Paesi industrializzati
sul tema della lotta alla povertà. Ecco il commento di
Sergio Marelli, presidente dell’associazione delle
ONG italiane, intervistato da Alessandro Gisotti:
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R.
– Se si fa eccezione per le lunghe e importanti
discussioni che si sono avute sulla crisi
mediorientale, sulle altre grandi problematiche, ivi
comprese quelle inserite nelle priorità dell’agenda
e cioè l’energia, l’educazione e la sicurezza per
il nucleare, non si sono viste decisioni importanti. La
grande esclusa, poi, è stata la questione dello
sviluppo, sebbene tutta la società civile a livello
internazionale, all’unisono, avesse richiesto che
questo tema, come nei precedenti vertici, fosse
inserito anche a San Pietroburgo.
D.
– Ma la crisi del Medio Oriente non ha cambiato le
priorità del vertice? Oppure, già prima
dell’esplodere della crisi, c’era questa carenza di
attenzione per il tema dello sviluppo?
R.
– Sì, certo, l’acuirsi della crisi nel sud del
Libano ha monopolizzato parecchio i lavori di questo
vertice, per certi versi anche comprensibilmente.
Questo, però, ha oscurato le grandi questioni e le
grandi responsabilità che questi Paesi hanno rispetto
ai problemi che vivono i tre quarti dell’umanità.
Penso che ciò non sia né giustificabile, né
condivisibile.
D.
– Si parla molto di un allargamento del G8 a Paesi
emergenti come India, Cina e Brasile. Cosa ne pensa?
R.
– E’ fuor di dubbio che, essendo questo il vertice
dei Paesi più ricchi, oggi fare delle riunioni senza
le grandi economie emergenti dei Paesi del sud del
mondo, come appunto la Cina, l’India e il Brasile,
rischia di diventare un nonsenso. Dietro
all’allargamento del G8, però, c’è una
grandissima preoccupazione, che è quella, alla fine,
di un progressivo, eventuale allargamento, cioè creare
un’alternativa all’unico vero organo di governo
mondiale che sono le Nazioni Unite con il Consiglio di
Sicurezza. Quindi, sicuramente, se quello del G8 resta
un vertice informale, penso debba anche aprirsi a
queste grandi economie dei Paesi del sud del mondo,
ricordando dall’altra parte che nulla può
legittimare un’alternativa alle Nazioni Unite, perché
le crisi internazionali hanno in quella sede l’unica
sede legittimamente riconosciuta dal diritto
internazionale.
D.
– Quali sono, dunque, ora le aspettative delle ONG e,
in particolare, ci sono delle iniziative da parte
vostra proprio su questo fronte dello sviluppo?
R.
– Sì, sicuramente, come abbiamo detto e richiesto al
presidente del Consiglio, Romano Prodi, noi
continueremo ad insistere perché il nostro Paese
recuperi quel gravissimo ritardo che ha nell’impegno
nei confronti dei Paesi poveri, per quanto riguarda la
quantità di aiuti, la cancellazione del debito, le
regole commerciali più giuste. D’altra parte,
seguiremo le prossime decisioni del governo a partire
anche dal DPEF, che non fa minimamente accenno alle
questioni della cooperazione internazionale dello
sviluppo. L’Italia e gli altri Paesi ricchi non
possono esimersi dall’assumersi la responsabilità di
risolvere anche i gravi drammi che soffre
quotidianamente la maggior parte degli esseri umani sul
pianeta.
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