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LE FUSIONI, UNA FESTA PER PREDATORI (DI Frédéric F. Clairmont) |
da Le Monde Diplomatique, settembre 1999
Il progetto di creare un gigante francese delle banche è fallito all'ultimo momento. Le autorità di controllo hanno alla fine deciso di non autorizzare la Bnp ad acquisire il 37,1% del capitale della Société Générale. Ma l'indecente martellamento pubblicitario a cui hanno dato luogo le battaglie di borsa che, come sempre, hanno accompagnato il tentativo di fusione, sembra aver anestetizzato lo spirito critico dei media, certo grandi beneficiari di questa manna pubblicitaria. I commentatori, estasiati di fronte allo sbarco in Francia dei metodi dei capitalisti "killer" anglo-sassoni, hanno ormai assimilato il concetto di
"creazione di valore", cioè la confisca, da parte dei soli azionisti, della ricchezza creata dai lavoratori e dall'insieme della nazione. Fenomeno che non inquieta eccessivamente i dirigenti politici che hanno rinunciato al ruolo di garanti del bene comune.
di Frédéric F.Clairmont *
La folle corsa alle fusioni-acquisizioni di società, partita dagli Stati uniti, ha ora invaso l'insieme dei paesi industrializzati (1). Nel corso del solo primo trimestre del 1999, sarebbero state effettuate circa 2.500 operazioni transfrontaliere di questo tipo, per un ammontare di 411 miliardi di dollari 384 miliardi di euro con un rialzo del 68% rispetto al primo trimestre del 1998 (2). E i matrimoni obbligati o forzati non si fanno più solo a due, ma direttamente a tre, in attesa di meglio.
Per esempio, la canadese Alcan, la francese Pechiney e la svizzera Alusuisse hanno annunciato, l'11 agosto scorso, l'intenzione di creare il primo gruppo mondiale dell'alluminio e dell'imballaggio, che avrebbe dovuto superare l'americana Alcoa. Lo stesso giorno, Alcoa ha replicato avanzando un'offerta di acquisto al suo compatriota Reynolds. La proposta è stata accettata il 19 agosto, riportando di nuovo il gruppo in prima posizione. Nel settore bancario, il 19 agosto abbiamo appreso che tre dei principali istituti giapponesi Industrial Bank of Japan, Dai-Ichi Kangyo Bank e Fuji Bank avrebbero formato una holding comune a partire dall'autunno 2.000, dando così vita al primo gruppo bancario del mondo, con un
attivo totale di 140.900 miliardi di yen, cioè 1.200 miliardi di euro. Se fosse andato in porto, il progetto Sbp (Bnp- Société Générale- Paribas), che prevedeva la presa di controllo da parte della Bnp del 65,1% delle azioni di Paribas e del 36,8% di quelle della Générale, avrebbe creato il terzo polo bancario mondiale (dopo la Deutsche Bank tedesca), con un bilancio complessivo di 957 miliardi di euro. La Deutsche Bank da parte sua non è certo rimasta a guardare e per salvaguardare la sua potenza ha da tempo avviato colloqui con la Dresdner Bank. Un piano non finalizzato a una fusione integrale, ma che restituirebbe alla Deutsche il primato mondiale quanto alle dimensioni. Per giustificare il ritmo
infernale delle concentrazioni che si tratti, in Francia, di Sbp o della guerra che si stanno facendo Elf e TotalFina nell'industria petrolifera per sapere quale dei due mangerà l'altro i presidenti rispettivi invocano la "creazione di valore". Questa espressione in realtà significa la confisca, da parte dei soli azionisti, del valore creato da altri: cioè, nelle imprese stesse, dalle diverse categorie di dipendenti, e, fuori dell'impresa, dall'insieme dell'ambiente socio-economico e dai servizi pubblici, in particolare il sistema educativo e il dispositivo di ricerca (3).
Un'enorme operazione di propaganda è stata montata dai presidenti coinvolti in queste operazioni, ed è già costata somme astronomiche: varie centinaia di milioni di franchi, tra cui 175 milioni per la pubblicità (160 per la Bnp e la Société Générale e 15, finora, per Elf e TotalFina). Questa manna si è riversata sotto forma di inserzioni pubblicitarie di cui una parte della stampa ha ampiamente beneficiato, cosa che, non c'è dubbio, non ha rafforzato il suo spirito critico ma anche sotto forma di sontuosi onorari pagati a molteplici parassiti: banche consulenti specializzate nelle fusioni-acquisizioni, agenzie di pubblicità e di pubbliche relazioni, studi di
commercialisti, consulenti di ogni tipo e studi di avvocati d'affari dall'appetito insaziabile.
Presidenti killer Nel settore bancario, troviamo una situazione analoga in Malaysia. Il primo ministro, Mohamad Mahatir, dispiega una strategia grandiosa: realizzare la fusione, sotto la propria egida e prima della fine del settembre 1999, delle principali 21 banche commerciali in soli soli sei istituti. In più, 25 gruppi finanziari e 12 banche di investimento si trasformeranno in sei istituzioni finanziarie. Come in Francia, si tratta di dar vita a dei "campioni nazionali" che dovrebbero avere la capacità di resistere agli assalti delle banche transnazionali. L'operazione ha anche una dimensione politica: rafforzare la borghesia nazionale legata al partito al potere, l'Organizzazione nazionale dei
malesi uniti (Umno). Sposato all'alta politica, il denaro può più facilmente crescere e moltiplicarsi.
L'eliminazione sistematica della manodopera è il corollario di questo gioco di Monopoli tra imprese. Le transnazionali non solo hanno cessato di creare posti di lavoro, ma al contrario li distruggono massicciamente. Visto il loro modo di "creare valore" per gli azionisti, possiamo considerare questa strategia come una vera e propria dichiarazione di guerra di classe. Il settimanale Newsweek aveva pubblicato, tre anni fa (4), un articolo notevole, dal titolo "The Hit Men" ("i killer"), espressione inizialmente utilizzata dalla polizia di Chicago per designare i gangsters di Al Capone. Il testo descrive l'ampiezza dei crimini commessi da questi "killer"
imboscati in seno a società gigantesche: "Voi perdete il vostro posto d lavoro, il corso delle azioni del vostro ex datore di lavoro schizza verso l'alto e il presidente si fa attribuire un confortevole aumento di stipendio. C'è qualcosa che non funziona quando i corsi di Wall Street non cessano di salire, mentre le strade attorno sono costellate dei cadaveri dei lavoratori gettati in strada da grandi società, come At&t e Chase Manhattan".
Ciò che l'autore, tutto preso dalla propria indignazione morale, non ha visibilmente capito è che, al contrario, tutto "funziona bene" per il sistema: è la dinamica stessa dell'accumulazione capitalistica che è all'opera. I presidenti "killer" delle nove società che, tra il 1990 e il 1996, hanno licenziato 305mila dipendenti, percepivano ognuno uno stipendio annuo di base di 1,835 milioni di dollari. Con le loro stock-options (riserve di azioni della società date in pagamento supplementare ai dirigenti, ndt) e tutti gli altri vantaggi, il loro reddito annuo era superiore ai 5 milioni di dollari.
Philippe Jaffré, presidente di Elf, riunendo a Londra, l'11 agosto scorso, un piccolo gruppo di azionisti stranieri della società, ha voluto sicuramente farsi la reputazione di un "hit man": "Da quando sono alla presidenza, ho ridotto del 15% il numero dei dipendenti del gruppo in Francia. Ammetto di aver avuto qualche problema con i sindacati, ma sono riuscito lo stesso. E continuerò su questa strada" (5). Nel diluvio di progaganda per la Sbp, il presidente della Bnp, Michel Pébereau, si è ben guardato dal prendere il benché minimo impegno in materia di occupazione. E la stampa francese beneficiaria delle sue larghezze ha preferito andare
in estasi di fronte all'arrivo in Francia della "democrazia del mercato" all'anglo-sassone invece di porre domande indisponenti su questo argomento. Stesso mutismo da parte di Dominique Strauss Kahn, ministro dell'economia e delle finanze il cui appoggio alla Sbp non era un mistero anche se fa parte di un governo che ufficialmente proclama la priorità dell'occupazione, in particolare nel quadro della seconda legge sulle 35 ore (vedi alle pagine 6 e 7 l'articolo di Martine Bulard). Che fare dell'enorme quantità di capitale in eccedenza disponibile in una situazione di sovrapproduzione? Dove può essere investito e a che tasso di profitto? Le megabanche statunitensi conoscono questo dilemma dopo anni
di esplosione dei mercati finanziari. La Citicorp e la Chase Manhattan, per esempio, nell'ultimo rapporto trimestrale sui risultati, mostrano un tasso di ritorno sui fondi propri del 24%! Oltre al riacquisto delle proprie azioni, la strategia più appropriata per le società giganti, al fine di impedire il calo dei tassi di profitto, è ricorrere alle fusioni-acquisizioni che, dall'inizio degli anni '90, hanno coinvolto somme che superano i 7mila miliardi di dollari, cioè quasi quanto il prodotto interno lordo degli Stati uniti e alla diversificazione nelle assicurazioni, ad esempio, come nel caso della Citicorp.
La prodigiosa espansione dei fondi pensione ha accelerato questo fenomeno. Secondo lo studio di consulenza InterSec Research, le azioni possedute da queste strutture su scala mondiale nel 1998 arrivavano a 11mila miliardi di dollari, e dovrebbero raggiungere i 15mila miliardi nel 2003. Il 10% circa dei portafogli dei fondi pensione statunitensi sono investiti fuori degli Stati uniti, e sono diventati i protagonisti di primo piano delle fusioni-acquisizioni ovunque nel mondo, anche nelle battaglie Bnp-Société Générale o Elf-TotalFina.
Deflazione in agguato Questa dinamica è stata facilitata dalla frenesia della deregulation e delle privatizzazioni, promossa dall'Organizzazione mondiale del commercio (Omc) che, come il Fondo monetario internazionale (Fmi) e la Banca mondiale, sembra un'appendice del potere finanziario transnazionale. Allo stesso modo, l'introduzione dell'euro ha stimolato la logica delle concentrazioni, riducendo le sovranità nazionali. D'altronde, lo ha anche sottolineato il vice-presidente della Banca centrale europea, Christian Noyer: "L'emergenza di un mercato unico in Europa porterà a una concentrazione nel settore fnanziario e, un giorno o l'altro, questo avverrà attraverso le
frontiere" (6).
Con la soluzione delle fusioni-acquisizioni, considerata una risorsa estrema visto che le prede diventano sempre più rare, i predatori sono spinti a divorarsi tra loro il mondo della finanza si sforza di far fronte alle tendenze deflazioniste mondiali, cioè al ribasso generale del livello dei prezzi delle materie prime e dei beni manifatturieri. Per esempio, la capacità dell'industria automobilistica mondiale è utilizzata solo per i due terzi, ma questo non impedisce la nascita di nuovi impianti di produzione. In Brasile, per esempio, dove la Ford riceverà 730 milioni di dollari di soldi pubblici per costruire una nuova fabbrica. Secondo The Economist (7), la Cina disporrebbe di una
capacità industriale in eccedenza del 40%. La sovrapproduzione mondiale tira i prezzi verso il basso, i paesi e le imprese continuano a produrre ma con margini di guadagno vicini allo zero.
La scala sulla quale si dispiega oggi la concentrazione del capitale rende derisorie le capacità di controllo democratico esistenti, a cui d'altronde raramente si fa ricorso. I media e gli economisti benpensanti, in grande maggioranza, non si adombrano per nulla del fatto che il destino di un'impresa e dei suoi dipendenti venga deciso da azionisti, come i fondi pensioni, che hanno sede a migliaia di chilometri di distanza. Se ne hanno a male, invece, se i governi, in via di principio garanti del bene pubblico, osano dire qualcosa sulla questione. Daniel Bouton, presidente della Société Générale, ha così potuto dichiarare senza sollevare nessuno scandalo, o neppure far sorridere: "C'è qualche cosa di
assurdo in questa improvvisa caccia alle streghe contro gli azionisti stranieri" (8). Agli occhi delle mafiette di dirigenti che mettono in opera la strategia delle fusioni-acquisizioni a profitto personale e di una minoranza di investitori, un azionista "pesa" molto di più di milioni di semplici cittadini quando si tratta di "creare valore".
note:
* Economista.
(1) Cfr. Ignacio Ramonet, "Imprese giganti, stati nani", Le Monde diplomatique/il manifesto, giugno 1998.
(2) Secondo uno studio della Kpmg Corporate Finance, società di consulenza, citato da Le Monde del 20 agosto 1999.
(3) Cfr. Jean Paul Fitoussi, "La valeur et l'argent", Le Monde, 5 giugno 1999.
(4) Newsweek, 26 febbraio 1996. Vedi anche "Profession, cadre mercenaire", Capital, Parigi, agosto 1999
(5) Citato da Le Canard enchainé, 18 agosto 1999.
(6) Le Monde, 23 luglio 1999.
(7) The Economist, 20 febbraio 1999.
(8) Le Monde, 17 agosto 1999.
(Traduzione A. M. M.)
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