Corriere
della
Sera,
9
novembre
2002
Credo
che
la
radicale
e
sommaria
condanna
delle
grandi
multinazionali
nella
globalizzazione,
quale
emerge
in
tante
dichiarazioni
del
movimento
no
global,
troverebbe
in
assoluto
disaccordo
proprio
i
governi
di
molte
nascenti
o
rinascenti
democrazie
del
Terzo
Mondo
(dall'Egitto
alla
Turchia,
dal
Cile
al
Messico,
dalle
Filippine
alla
Thailandia),
o
dei
giganti
demografici
come
Cina
e
India,
che
attraverso
uno
sviluppo
accelerato
e
una
decisa
apertura
verso
l'estero
sono
riusciti
in
vent'anni
a
strappare
alla
povertà
estrema
milioni
di
abitanti.
L'articolo
4
della
«Carta
dei
Princìpi»
del
World
Social
Forum
parla
di
«opposizione
a
un
processo
di
globalizzazione
guidato
(
commanded
)
dalle
grandi
imprese
multinazionali
e
dai
governi
e
organismi
internazionali
asserviti
ai
loro
interessi,
con
la
complicità
dei
governi
nazionali».
Sulle
pagine
di
questo
giornale
si
leggono
appelli
contro
la
«mercificazione
delle
multinazionali»
(V.
Agnoletto)
o
contro
quella
globalizzazione
guidata
dalle
multinazionali
che
sta
favorendo
«il
terreno
di
coltura
di
forze
populiste
autoritarie,
fanatiche
e
fasciste»
(W.
Bello).
Beninteso
nessuno
vuole
chiudere
un
occhio
di
fronte
a
fenomeni
di
sfruttamento
e
di
rapina
di
risorse
ambientali
e
umane
(quasi
sempre
nell’industria
petrolifera,
mineraria
e
nelle
piantagioni
tropicali),
oggi
come
ieri
attribuibili
a
comportamenti
cinici
e
miopi
di
governi
e
società
multinazionali
in
taluni
Paesi
dell’Africa
nera
e
dell’America
Latina
più
povera.
Ma
come
pensare
che
abbiano
torto
quei
governi
di
quelle
nascenti
democrazie
che,
accantonate
spesso
esperienze
fallimentari
e
devastanti
di
economia
chiusa
e
pianificata,
ostile
all’integrazione
internazionale,
ormai
da
anni
stanno
cercando
vigorosamente
di
attrarre
sempre
più
(altro
che
ostracizzare!)
investimenti
produttivi
nel
proprio
Paese
da
parte
di
imprese
straniere,
grandi
medie
e
piccole,
facendo
leva
proprio
su
queste
energie
capitalistiche
per
modernizzare
le
proprie
economie,
uscire
dal
circolo
vizioso
dell’arretratezza
e
dall’economia
sommersa,
aprire
prospettive
di
occupazione
di
migliore
qualità,
promuovere
le
proprie
esportazioni
manifatturiere?
Forse
a
molti
di
coloro
che
oggi
manifestano
contro
il
dominio
delle
multinazionali
e
contro
le
nuove
forme
di
imperialismo,
animati
peraltro
da
una
generosa
e
assolutamente
condivisibile
aspirazione
ad
una
«globalizzazione
nella
solidarietà»,
gioverebbe
conoscere
un
po’
più
di
storia
contemporanea,
di
cifre,
di
fatti,
di
analisi
circa
il
ruolo
delle
imprese
multinazionali
nello
sviluppo.
Magari
come
la
Volkswagen
e
la
Ford
che
in
Messico,
già
dalla
fine
degli
anni
’80
ma
ancor
più
dopo
l’ingresso
nel
Nafta
(l’area
di
libero
scambio
nord-americana)
hanno
concentrato
la
produzione
di
automobili
e
componenti,
facendo
nascere
due
fra
i
più
grandi
impianti
manifatturieri
dell’America
Latina,
capaci
di
esportare
dal
Messico
l’80-90
per
cento
di
una
produzione
che
oggi
arriva
a
570
mila
veicoli
all’anno.
O
come
la
Motorola
in
Cina,
che
con
13
mila
addetti
e
uno
dei
maggiori
centri
di
produzione
di
semiconduttori
nel
mondo
attiva
acquisti
locali
per
quasi
2
miliardi
di
dollari,
e
somministra
a
questi
fornitori
locali
migliaia
di
ore
di
addestramento
professionale
all’anno,
mirate
a
migliorarne
l’efficienza
e
i
controlli
di
qualità.
O,
ancora
in
Cina,
la
Nestlé
che
operando
su
più
di
20
stabilimenti
nel
settore
lattiero-caseario
e
dolciario
contribuisce
in
modo
sostanziale
alla
riorganizzazione
degli
allevamenti,
alla
raccolta
del
latte
con
logistica
refrigerata,
al
miglioramento
degli
standard
sanitari,
alla
modernizzazione
delle
colture
di
caffè,
alla
fornitura
locale
degli
imballaggi.
E
ancora:
l’americana
Intel
in
India,
che
nel
distretto
informatico
di
Bangalore
ha
collocato
un
centro
di
sviluppo
tecnologico
di
mille
addetti,
e
contribuisce
allo
sviluppo
di
un
settore
come
il
computer
software,
che
in
tutta
l’India
dà
lavoro
a
5
milioni
di
addetti
ed
esporta
il
16%
della
produzione.
O
la
stessa
Intel
che
nel
distretto
di
Penang
(Malesia)
ha
generato
decine
di
nuove
imprese
(
spinoff
)
per
la
fornitura
di
componenti,
stampi,
apparecchiature
di
precisione.
Tutto
ciò
è
realtà,
non
fantasia.
Vale
la
pena
di
continuare
a
pensare
alle
imprese
multinazionali
come
parti
di
un
«asse
del
Male»,
anzi
che
come
partner
di
progetti
e
politiche
mirate
a
combattere
povertà
e
sottosviluppo?