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PROTOCOLLO DI KYOTO (15/02/2005)

DOPO UNA SOFFERTA ELABORAZIONE ENTRA IN VIGORE IL PROTOCOLLO DI KYOTO SULL’AMBIENTE. CERIMONIE UFFICIALI IERI NELLA CITTADINA GIAPPONESE CHE HA DATO IL NOME ALL’ACCORDO FIRMATO DA 141 PAESI
- Intervista con Altero Matteoli e mons. Frank Dewane -



Celebrazioni ufficiali ieri sera a Kyoto per l’entrata in vigore del Protocollo che dovrà portare alla riduzione delle emissioni di gas serra nel mondo. La cerimonia si è svolta nella cittadina giapponese che presta il nome al protocollo firmato da 141 Paesi. Presente, tra gli altri, la neo Premio Nobel signora Wangari Maathai, ministro dell'ambiente del Kenya. Il servizio di Fausta Speranza:

I Paesi industrializzati dovranno tagliare le emissioni combinate di sei principali gas serra portandole al di sotto dei livelli registrati nel 1990, e dovranno farlo tra il 2008 e il 2012. L’Unione Europea dovrà contribuire con un taglio dell’8%. Questi, in sostanza, gli obiettivi. Tra i rischi da evitare c’è la crescita eccessiva di anidride carbonica: prodotta dalla combustione del carburante fossile, è il gas che contribuisce maggiormente al cambiamento climatico. Se le concentrazioni di CO2 seguiranno a crescere, le temperature medie della superficie terrestre aumenteranno ulteriormente, gli eventi estremi diventeranno più probabili ed il livello del mare continuerà a salire. In definitiva, è “una grande opportunità per la protezione della salute”, afferma Roberto Bertollini, Direttore Tecnico Salute ed Ambiente dell’Ufficio Europeo dell’OMS, spiegando che “la ratifica del Protocollo di Kyoto è una pietra miliare verso la riduzione dei gas serra grazie ad un’azione nei settori di trasporto, energia ed industria. Ma è anche un’opportunità per ottenere immediati guadagni in salute per i cittadini di oggi attraverso la riduzione di altri rischi ambientali, quali l’inquinamento dell’aria”.

In realtà sono varie e complesse le strategie e le politiche energetiche industriali previste dall’accordo. E infatti saranno tante le conferenze organizzate a Tokyo per spiegarle. Il messaggio – sembra chiaro – è diretto soprattutto a quei Paesi che hanno rifiutato di aderire al Protocollo e che per ragioni industriali e di sviluppo economico producono enormi sostanze tossiche e inquinanti. Si tratta di Stati Uniti, Cina, India, Australia e altre economie emergenti.

Ieri la presidenza lussemburghese dell'UE ha lanciato, in particolare, un appello agli Stati Uniti perché ratifichino il Protocollo di Kyoto, sottolineando che la prossima visita di Bush, martedì a Bruxelles, sarà “un'ultima opportunità per affrontare questo tema''.

C’è anche il neo del ritardo di alcuni Paesi europei nel previsto processo di transizione dalla dipendenza dai combustibili fossili a un sistema di produzione di energia rinnovabile. Ma sul significato e l’importanza, del Protocollo, ascoltiamo, al microfono di Rita Anaclerio, il ministro italiano dell’Ambiente, Altero Matteoli:

R. – E’ l’unico strumento che è stato approvato a livello internazionale. Sono anni e anni che stiamo dibattendo ed è venuta fuori una cosa: non possiamo affrontare questo problema singolarmente, meglio sarebbe lavorare con tutti i Paesi industrializzati, per ovvi motivi, ma anche con i Paesi in via di sviluppo. Purtroppo, non tutti hanno ratificato il Protocollo di Kyoto. L’Unione Europea è d’accordo, è unita su questo, ma c’è un problema che ha posto proprio l’Italia, che ho posto io: se del Protocollo di Kyoto si deve far carico solo l’Europa diventa veramente una cosa seria, visto che le nostre imprese rischiano di non essere più competitive. Quindi, è un problema di cui dobbiamo discutere. Fermo restando la volontà politica di restare all’interno della ratifica del Protocollo di Kyoto, mi pare che l’Europa debba riflettere e parlarne. Non dobbiamo considerarlo un tabù. L’Europa ha fatto quadrato anche durante la troica precedente al nostro semestre di presidenza, andando a Mosca per cercare di convincere la Russia a ratificare. L’Europa deve fare la stessa cosa oggi con i Paesi in via di sviluppo e con gli Stati Uniti. L’Europa deve essere un soggetto politico che prende conoscenza di un problema e cerca di risolverlo, confrontandosi con tutto il mondo.

Un’iniziativa particolare dà un segno di concretezza a questa data di avvio del Protocollo per l’ambiente. Si tratta del primo progetto comunale di illuminazione a idrogeno che vede protagonista la città italiana di Sorrento. E’ il primo di una serie in via di realizzazione a Londra, alla Torre della City; a Berlino, al Reichstag; a Strasburgo, all’Emiciclo del Parlamento Europeo; in California, al palazzo della Presidenza del Governatore.

In primo piano, la necessità di riformulare le scelte di politica economica e energetica dei poteri pubblici in sintonia con uno sviluppo eco-sostenibile. Scenario, a Sorrento, è il Chiostro di san Francesco che sarà illuminato da una nuova cella a idrogeno. Dietro le quinte, c’è la collaborazione di 42 comuni di tutta Europa che, iniziata nel 2003, ha creato il Gruppo Europeo di Interesse Economico, Hydrogencities. Una collaborazione che si avvale della competenza del prof. Jeremy Rifkin, presidente della Foundation on Economic Trends di Washington.


Ma, in definitiva, per sapere quale sia il punto di vista della Chiesa in materia ambientale, ascoltiamo al microfono di Fabio Colagrande, mons. Frank Dewane, sottosegretario del Pontificio Consiglio della Giustizia e della Pace:

“Soltanto gli Stati possono essere i membri della Convenzione sui cambiamenti climatici e anche sul Protocollo di Kyoto. La Santa Sede non ne fa parte, però, in numerose sezioni della sua dottrina sociale, la Chiesa si è pronunciata su elementi o punti particolari della Convenzione del Protocollo. Il clima è un bene che va protetto e richiede che nei loro comportamenti, i consumatori e gli operatori di attività industriali, sviluppino un maggior senso di responsabilità. La tutela dell’ambiente costituisce una sfida per l’umanità intera. Si tratta del dovere comune ed universale di rispettare un bene collettivo destinato a tutti”.

Radio Vaticana, febbraio 2005

 

FESTEGGIAMENTI SOLENNI A KYOTO PER L’ENTRATA IN VIGORE DEL PROTOCOLLO SULL’AMBIENTE, MENTRE A SORRENTO SI INAUGURAVA IL PRIMO ESEMPIO DI ILLUMINAZIONE A IDROGENO. MA NON MANCANO VOCI CRITICHE SULLE ARGOMENTAZIONI DEGLI AMBIENTALISTI

- Intervista con il prof. Jeremy Rifkin e Riccardo Cascioli -



Celebrazioni ufficiali, ieri sera a Kyoto, per l’entrata in vigore del Protocollo che dovrà portare alla riduzione delle emissioni di gas-serra nel mondo, firmato da 141 Paesi. Nelle stesse ore, il chiostro di San Francesco nella città italiana di Sorrento è stato teatro di una singolare inaugurazione: il primo esempio al mondo di illuminazione a idrogeno voluto nell’ambito di un progetto che coinvolge i comuni d’Europa. Dal momento che l’anidride carbonica è il primo imputato per l’effetto serra, cioè per il surriscaldamento del pianeta, l’idea è di investire in carburanti che non sprigionano Co2, come ad esempio l’idrogeno, evitando innanzitutto il consumo del petrolio. Tecnicamente, si chiama “cella a combustibile”: in pratica, è una sorgente di autoalimentazione, che rappresenta un esempio di scelta di politica economica da parte dei poteri pubblici in sintonia con uno sviluppo eco-sostenibile. Lo stesso meccanismo è in via di realizzazione, in edifici importanti del Vecchio continente, come la Torre di Londra, il Reichstag di Berlino, l’Emiciclo del Parlamento europeo a Strasburgo, ed è stato richiesto anche per il Palazzo del Governatore, in California.

Fra tutti i luoghi famosi, è stato però scelto per l’inaugurazione, in coincidenza con l’entrata in vigore del Protocollo di Kyoto, il Chiostro di Sorrento dedicato a san Francesco. E ieri sera, nella rinomata città campana è stato sottolineato che la scelta dell’illuminazione ad idrogeno è giustificata dalla volontà di richiamarsi all’amore per la natura del Santo di Assisi. L’iniziativa nasce in particolare dalla collaborazione di 42 Comuni d’Europa che, iniziata nel 2003, si avvale della competenza del prof. Jeremy Rifkin, presidente della Foundation on Economic Trends di Washington. Fausta Speranza lo ha intervistato, chiedendogli innanzitutto cosa pensa del Protocollo di Kyoto:

R. – THE REAL SIGNIFICANCE OF KYOTO PROTOCOL IS IT’S ….

Il vero significato del protocollo di Kyoto è il suo valore simbolico. È la prima volta nella storia che l’umanità, almeno la maggior parte, si è unita per mostrare un impegno globale e comune per la biosfera del nostro pianeta. Questo Trattato è il primo riconoscimento di una consapevolezza globale del fatto che siamo una parte integrale di questo pianeta dove viviamo, che siamo tutti vulnerabili e interdipendenti, e che dobbiamo curare questo pianeta.

D. - Prof. Rifkin, che ne pensa dell’assenza degli Stati Uniti?

R. – I THINK IS A DISGRACE AND IT’S UNFORTUNATE THAT …

È una vergogna e un peccato che il congresso degli USA ed entrambi gli schieramenti politici, Democratici e Repubblicani, non abbiano voluto unirsi con altri della comunità mondiale per questo primo sforzo di creare un impegno globale per il clima e l’ambiente. Dunque, penso che sia spiacevole, triste, deludente che il governo USA abbia voltato le spalle al resto della comunità globale, e non abbia preso la sua dovuta responsabilità in questa gravissima sfida per l’umanità: l’effetto serra. Spero che il popolo americano vincerà, che troverà modo di capovolgere questa decisione: la maggior parte della popolazione degli Stati Uniti è a favore del Trattato contro l’effetto serra. E’ d’accordo con l’idea di assumersi la responsabilità per lo sviluppo sostenibile.

Ma tra l’entusiasmo delle celebrazioni per l’entrata in vigore dell’accordo sull’ambiente, si levano voci critiche. Tra queste c’è chi solleva interrogativi sulla connessione diretta tra le emissioni di gas e il cambiamento climatico chiedendosi se sia stata scientificamente provata. Roberto Piermarini ha intervistato il collega di Avvenire, Riccardo Cascioli, coautore del libro “Le bugie degli ambientalisti; i falsi allarmismi degli ecologisti”:

R. – La connessione non è mai stata approvata scientificamente. E’ soltanto un’ipotesi molto remota, peraltro, perché le cosiddette emissioni dei gas serra da parte di attività umane sono minime rispetto a quella che è l’emissione naturale. Basti pensare che un vulcano emette anidride carbonica nell’aria in misura talmente massiccia che ci vorrebbero secoli per l’uomo per arrivare agli stessi livelli.

D. – Ci sono delle perplessità su questo protocollo di Kyoto?

R. – Le perplessità sono molte. Le perplessità sono della comunità scientifica una parte della quale, chiaramente, è convinta che i presupposti su cui si basa il protocollo di Kyoto siano totalmente arbitrari, cioè il fatto che esista un fenomeno come il riscaldamento globale e che questo sia causato dall’uomo e che anche fosse così debba per forza essere catastrofico. Quindi, ci sono molte perplessità su questo approccio. Ci sono poi perplessità di carattere economico perché, pur entrando in vigore il protocollo di Kyoto, già si vede che il costo, anche da parte dei Paesi che l’hanno sostenuto, è talmente enorme per dei benefici aleatori che evidentemente si farà di tutto per tornare indietro nella pratica.

D. – Ma chi ha interesse a che venga portato avanti il protocollo di Kyoto?

R. – Gli interessi sono molteplici. Si sono in qualche modo unite delle lobbies ambientalistiche molto forti e potenti, che hanno sempre avuto e tuttora teorizzano la necessità di porre un freno allo sviluppo, di una deindustrializzazione del nord del mondo e un freno allo sviluppo anche del sud del mondo. Invece, mettere in crisi un’economia vuol dire danneggiare l’ambiente e non migliorarlo perché le possibilità di miglioramento dell’ambiente sono nell’innovazione tecnologica, nella ricerca, e senza sviluppo economico questo non è possibile.

D. – Anche perché il maggiore inquinamento spesso viene da Paesi del Terzo Mondo e in via di sviluppo …

R. – Certo. Se andiamo a vedere tutti i dati, vediamo che oggi i problemi più grossi dal punto di vista dell’ambiente sono causati dal sottosviluppo. Anche quando si parla di deforestazione o di problemi legati all’inquinamento è chiaro che i livelli in Paesi sottosviluppati sono enormemente maggiori rispetto ai Paesi sviluppati dove, per esempio, le superfici forestali aumentano. Quindi è il sottosviluppo il vero problema.


Radio Vaticana, 16/02/2005


 

 

 

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