DOPO UNA
SOFFERTA ELABORAZIONE ENTRA IN VIGORE IL PROTOCOLLO DI
KYOTO SULL’AMBIENTE. CERIMONIE UFFICIALI IERI NELLA
CITTADINA GIAPPONESE CHE HA DATO IL NOME ALL’ACCORDO
FIRMATO DA 141 PAESI
- Intervista con Altero Matteoli e mons. Frank Dewane -
Celebrazioni ufficiali ieri
sera a Kyoto per l’entrata in vigore del Protocollo che
dovrà portare alla riduzione delle emissioni di gas serra
nel mondo. La cerimonia si è svolta nella cittadina
giapponese che presta il nome al protocollo firmato da 141
Paesi. Presente, tra gli altri, la neo Premio Nobel
signora Wangari Maathai, ministro dell'ambiente del Kenya.
Il servizio di Fausta Speranza:
I Paesi industrializzati dovranno tagliare le emissioni
combinate di sei principali gas serra portandole al di
sotto dei livelli registrati nel 1990, e dovranno farlo
tra il 2008 e il 2012. L’Unione Europea dovrà
contribuire con un taglio dell’8%. Questi, in sostanza,
gli obiettivi. Tra i rischi da evitare c’è la crescita
eccessiva di anidride carbonica: prodotta dalla
combustione del carburante fossile, è il gas che
contribuisce maggiormente al cambiamento climatico. Se le
concentrazioni di CO2 seguiranno a crescere, le
temperature medie della superficie terrestre aumenteranno
ulteriormente, gli eventi estremi diventeranno più
probabili ed il livello del mare continuerà a salire. In
definitiva, è “una grande opportunità per la
protezione della salute”, afferma Roberto Bertollini,
Direttore Tecnico Salute ed Ambiente dell’Ufficio
Europeo dell’OMS, spiegando che “la ratifica del
Protocollo di Kyoto è una pietra miliare verso la
riduzione dei gas serra grazie ad un’azione nei settori
di trasporto, energia ed industria. Ma è anche
un’opportunità per ottenere immediati guadagni in
salute per i cittadini di oggi attraverso la riduzione di
altri rischi ambientali, quali l’inquinamento
dell’aria”.
In realtà sono varie e complesse le strategie e le
politiche energetiche industriali previste dall’accordo.
E infatti saranno tante le conferenze organizzate a Tokyo
per spiegarle. Il messaggio – sembra chiaro – è
diretto soprattutto a quei Paesi che hanno rifiutato di
aderire al Protocollo e che per ragioni industriali e di
sviluppo economico producono enormi sostanze tossiche e
inquinanti. Si tratta di Stati Uniti, Cina, India,
Australia e altre economie emergenti.
Ieri la presidenza lussemburghese dell'UE ha lanciato, in
particolare, un appello agli Stati Uniti perché
ratifichino il Protocollo di Kyoto, sottolineando che la
prossima visita di Bush, martedì a Bruxelles, sarà
“un'ultima opportunità per affrontare questo tema''.
C’è anche il neo del ritardo di alcuni Paesi europei
nel previsto processo di transizione dalla dipendenza dai
combustibili fossili a un sistema di produzione di energia
rinnovabile. Ma sul significato e l’importanza, del
Protocollo, ascoltiamo, al microfono di Rita Anaclerio, il
ministro italiano dell’Ambiente, Altero Matteoli:
R. – E’ l’unico strumento che è stato approvato a
livello internazionale. Sono anni e anni che stiamo
dibattendo ed è venuta fuori una cosa: non possiamo
affrontare questo problema singolarmente, meglio sarebbe
lavorare con tutti i Paesi industrializzati, per ovvi
motivi, ma anche con i Paesi in via di sviluppo.
Purtroppo, non tutti hanno ratificato il Protocollo di
Kyoto. L’Unione Europea è d’accordo, è unita su
questo, ma c’è un problema che ha posto proprio
l’Italia, che ho posto io: se del Protocollo di Kyoto si
deve far carico solo l’Europa diventa veramente una cosa
seria, visto che le nostre imprese rischiano di non essere
più competitive. Quindi, è un problema di cui dobbiamo
discutere. Fermo restando la volontà politica di restare
all’interno della ratifica del Protocollo di Kyoto, mi
pare che l’Europa debba riflettere e parlarne. Non
dobbiamo considerarlo un tabù. L’Europa ha fatto
quadrato anche durante la troica precedente al nostro
semestre di presidenza, andando a Mosca per cercare di
convincere la Russia a ratificare. L’Europa deve fare la
stessa cosa oggi con i Paesi in via di sviluppo e con gli
Stati Uniti. L’Europa deve essere un soggetto politico
che prende conoscenza di un problema e cerca di
risolverlo, confrontandosi con tutto il mondo.
Un’iniziativa particolare dà un segno di concretezza a
questa data di avvio del Protocollo per l’ambiente. Si
tratta del primo progetto comunale di illuminazione a
idrogeno che vede protagonista la città italiana di
Sorrento. E’ il primo di una serie in via di
realizzazione a Londra, alla Torre della City; a Berlino,
al Reichstag; a Strasburgo, all’Emiciclo del Parlamento
Europeo; in California, al palazzo della Presidenza del
Governatore.
In primo piano, la necessità di riformulare le scelte di
politica economica e energetica dei poteri pubblici in
sintonia con uno sviluppo eco-sostenibile. Scenario, a
Sorrento, è il Chiostro di san Francesco che sarà
illuminato da una nuova cella a idrogeno. Dietro le
quinte, c’è la collaborazione di 42 comuni di tutta
Europa che, iniziata nel 2003, ha creato il Gruppo Europeo
di Interesse Economico, Hydrogencities. Una collaborazione
che si avvale della competenza del prof. Jeremy Rifkin,
presidente della Foundation on Economic Trends di
Washington.
Ma, in definitiva, per sapere quale sia il punto di vista
della Chiesa in materia ambientale, ascoltiamo al
microfono di Fabio Colagrande, mons. Frank Dewane,
sottosegretario del Pontificio Consiglio della Giustizia e
della Pace:
“Soltanto gli Stati possono essere i membri della
Convenzione sui cambiamenti climatici e anche sul
Protocollo di Kyoto. La Santa Sede non ne fa parte, però,
in numerose sezioni della sua dottrina sociale, la Chiesa
si è pronunciata su elementi o punti particolari della
Convenzione del Protocollo. Il clima è un bene che va
protetto e richiede che nei loro comportamenti, i
consumatori e gli operatori di attività industriali,
sviluppino un maggior senso di responsabilità. La tutela
dell’ambiente costituisce una sfida per l’umanità
intera. Si tratta del dovere comune ed universale di
rispettare un bene collettivo destinato a tutti”.
Radio Vaticana, febbraio 2005
FESTEGGIAMENTI
SOLENNI A KYOTO PER L’ENTRATA IN VIGORE DEL PROTOCOLLO
SULL’AMBIENTE, MENTRE A SORRENTO SI INAUGURAVA IL PRIMO
ESEMPIO DI ILLUMINAZIONE A IDROGENO. MA NON MANCANO VOCI
CRITICHE SULLE ARGOMENTAZIONI DEGLI AMBIENTALISTI
- Intervista con il prof. Jeremy Rifkin e Riccardo
Cascioli -
Celebrazioni ufficiali, ieri sera a Kyoto, per l’entrata
in vigore del Protocollo che dovrà portare alla riduzione
delle emissioni di gas-serra nel mondo, firmato da 141
Paesi. Nelle stesse ore, il chiostro di San Francesco
nella città italiana di Sorrento è stato teatro di una
singolare inaugurazione: il primo esempio al mondo di
illuminazione a idrogeno voluto nell’ambito di un
progetto che coinvolge i comuni d’Europa. Dal momento
che l’anidride carbonica è il primo imputato per
l’effetto serra, cioè per il surriscaldamento del
pianeta, l’idea è di investire in carburanti che non
sprigionano Co2, come ad esempio l’idrogeno, evitando
innanzitutto il consumo del petrolio. Tecnicamente, si
chiama “cella a combustibile”: in pratica, è una
sorgente di autoalimentazione, che rappresenta un esempio
di scelta di politica economica da parte dei poteri
pubblici in sintonia con uno sviluppo eco-sostenibile. Lo
stesso meccanismo è in via di realizzazione, in edifici
importanti del Vecchio continente, come la Torre di
Londra, il Reichstag di Berlino, l’Emiciclo del
Parlamento europeo a Strasburgo, ed è stato richiesto
anche per il Palazzo del Governatore, in California.
Fra tutti i luoghi famosi, è stato però scelto per
l’inaugurazione, in coincidenza con l’entrata in
vigore del Protocollo di Kyoto, il Chiostro di Sorrento
dedicato a san Francesco. E ieri sera, nella rinomata città
campana è stato sottolineato che la scelta
dell’illuminazione ad idrogeno è giustificata dalla
volontà di richiamarsi all’amore per la natura del
Santo di Assisi. L’iniziativa nasce in particolare dalla
collaborazione di 42 Comuni d’Europa che, iniziata nel
2003, si avvale della competenza del prof. Jeremy Rifkin,
presidente della Foundation on Economic Trends di
Washington. Fausta Speranza lo ha intervistato,
chiedendogli innanzitutto cosa pensa del Protocollo di
Kyoto:
R. – THE REAL SIGNIFICANCE OF KYOTO PROTOCOL IS IT’S
….
Il vero significato del protocollo di Kyoto è il suo
valore simbolico. È la prima volta nella storia che
l’umanità, almeno la maggior parte, si è unita per
mostrare un impegno globale e comune per la biosfera del
nostro pianeta. Questo Trattato è il primo riconoscimento
di una consapevolezza globale del fatto che siamo una
parte integrale di questo pianeta dove viviamo, che siamo
tutti vulnerabili e interdipendenti, e che dobbiamo curare
questo pianeta.
D. - Prof. Rifkin, che ne pensa dell’assenza degli Stati
Uniti?
R. – I THINK IS A DISGRACE AND IT’S UNFORTUNATE THAT
…
È una vergogna e un peccato che il congresso degli USA ed
entrambi gli schieramenti politici, Democratici e
Repubblicani, non abbiano voluto unirsi con altri della
comunità mondiale per questo primo sforzo di creare un
impegno globale per il clima e l’ambiente. Dunque, penso
che sia spiacevole, triste, deludente che il governo USA
abbia voltato le spalle al resto della comunità globale,
e non abbia preso la sua dovuta responsabilità in questa
gravissima sfida per l’umanità: l’effetto serra.
Spero che il popolo americano vincerà, che troverà modo
di capovolgere questa decisione: la maggior parte della
popolazione degli Stati Uniti è a favore del Trattato
contro l’effetto serra. E’ d’accordo con l’idea di
assumersi la responsabilità per lo sviluppo sostenibile.
Ma tra l’entusiasmo delle celebrazioni per l’entrata
in vigore dell’accordo sull’ambiente, si levano voci
critiche. Tra queste c’è chi solleva interrogativi
sulla connessione diretta tra le emissioni di gas e il
cambiamento climatico chiedendosi se sia stata
scientificamente provata. Roberto Piermarini ha
intervistato il collega di Avvenire, Riccardo Cascioli,
coautore del libro “Le bugie degli ambientalisti; i
falsi allarmismi degli ecologisti”:
R. – La connessione non è mai stata approvata
scientificamente. E’ soltanto un’ipotesi molto remota,
peraltro, perché le cosiddette emissioni dei gas serra da
parte di attività umane sono minime rispetto a quella che
è l’emissione naturale. Basti pensare che un vulcano
emette anidride carbonica nell’aria in misura talmente
massiccia che ci vorrebbero secoli per l’uomo per
arrivare agli stessi livelli.
D. – Ci sono delle perplessità su questo protocollo di
Kyoto?
R. – Le perplessità sono molte. Le perplessità sono
della comunità scientifica una parte della quale,
chiaramente, è convinta che i presupposti su cui si basa
il protocollo di Kyoto siano totalmente arbitrari, cioè
il fatto che esista un fenomeno come il riscaldamento
globale e che questo sia causato dall’uomo e che anche
fosse così debba per forza essere catastrofico. Quindi,
ci sono molte perplessità su questo approccio. Ci sono
poi perplessità di carattere economico perché, pur
entrando in vigore il protocollo di Kyoto, già si vede
che il costo, anche da parte dei Paesi che l’hanno
sostenuto, è talmente enorme per dei benefici aleatori
che evidentemente si farà di tutto per tornare indietro
nella pratica.
D. – Ma chi ha interesse a che venga portato avanti il
protocollo di Kyoto?
R. – Gli interessi sono molteplici. Si sono in qualche
modo unite delle lobbies ambientalistiche molto forti e
potenti, che hanno sempre avuto e tuttora teorizzano la
necessità di porre un freno allo sviluppo, di una
deindustrializzazione del nord del mondo e un freno allo
sviluppo anche del sud del mondo. Invece, mettere in crisi
un’economia vuol dire danneggiare l’ambiente e non
migliorarlo perché le possibilità di miglioramento
dell’ambiente sono nell’innovazione tecnologica, nella
ricerca, e senza sviluppo economico questo non è
possibile.
D. – Anche perché il maggiore inquinamento spesso viene
da Paesi del Terzo Mondo e in via di sviluppo …
R. – Certo. Se andiamo a vedere tutti i dati, vediamo
che oggi i problemi più grossi dal punto di vista
dell’ambiente sono causati dal sottosviluppo. Anche
quando si parla di deforestazione o di problemi legati
all’inquinamento è chiaro che i livelli in Paesi
sottosviluppati sono enormemente maggiori rispetto ai
Paesi sviluppati dove, per esempio, le superfici forestali
aumentano. Quindi è il sottosviluppo il vero problema.
Radio Vaticana, 16/02/2005