FINE
DEL
DIRITTO
E
DELLE
NAZIONI
UNITE?
(FABIO
MARCELLI) |
n.
39
di
Giano.
Pace,
ambiente
e
problemi
globali.
Settembre
-
dicembre
2001
Portando
all’estremo
l’incompatibilità
tra
guerra
e
diritto,
la
"guerra
infinita"
di Bush,
illegittima
e
inefficace
contro
il
terrorismo,
appare
come
annichilimento
di
ogni
garanzia
giuridica
e
come
spinta
verso
una
condizione
di
insicurezza
dell’intero
pianeta.
- PRIMA PARTE -
1.
Premessa
La
presente
riflessione
verte
essenzialmente
sugli
aspetti
giuridici
della
guerra
in
corso
contro
"il
terrorismo
internazionale".
Si
tratta
dell’ennesima
impresa
bellica
degli
Stati
Uniti
e
dei
loro
alleati
in
questo
movimentato
terzo
dopoguerra
che
dura
ormai
da
dieci
anni
e
che
ha
visto
un
crescendo
di
iniziative
militari
da
parte
della
massima
potenza
mondiale.
Varie
sono
state
le
motivazioni
addotte,
sul
piano
giuridico
e
su
quello
propagandistico,
a
sostegno
e
giustificazione
di
queste
varie
iniziative:
la
liberazione
del
Kuwait
occupato
da
parte
dell’esercito
iracheno,
il
soccorso
della
popolazione
somala
minacciata
dalla
fame,
l’obbligo
morale
di
impedire
un
genocidio
in
atto
ai
danni
della
popolazione
albanese
del Kossovo,
oggi
infine
l’urgente
necessità
di
eliminare
una
o
più
organizzazioni
terroristiche,
raggruppate
attorno
ad
"Al
Qaeda"
capeggiata
dal
fantomatico
Bin
Laden
e
che
sarebbe,
secondo
gli
Stati
Uniti
e
in
particolare
secondo
gli
stessi
servizi
di
sicurezza (Cia, Fbi, Nsa,
ecc.)
rivelatisi
completamente
incapaci
di
(o
non
interessati
a)
prevenire
gli
attacchi,
il
principale
se
non
esclusivo
autore
delle
stragi
perpetrate
l’11
settembre
alle
due
Torri
e
al
Pentagono.
Nessuna
di
tali
giustificazioni
regge
tuttavia
ad
un
esame
attento
e
approfondito.
Oltre
all’impiego
del
bagaglio
tecnico
proprio
dei
giuristi,
vi
sono
anche
ragioni
più
profonde
che
ne
consigliano
il
rigetto,
dato
che
è
in
gioco
la
concezione
stessa
del
diritto
che
si
intende
applicare.
Se
è
vero
che
la
norma,
e
quella
internazionale
in
particolare,
dipende
in
ultima
analisi
anche
dai
rapporti
di
forza
concretamente
esistenti,
ben
altro
è
postulare
la
sua
totale
riduzione
a
questi
ultimi,
con
l’enunciazione
di
una
sorta
di
norma
fondamentale
formulata
più
o
meno
nei
termini
che
"il
più
forte
ha
sempre
e
comunque
ragione"
ed
ai
giuristi
non
resta
quindi
se
non
il
rivestimento
delle
sue
azioni
in
forme
in
qualche
modo
assimilabili
a
quelle
del
diritto
medesimo.
Particolarmente
congeniale
a
questa
impostazione,
che
si
concretizza
in
buona
sostanza
nella
legittimazione
del
fatto
compiuto,
risulta
quindi
la
guerra,
intesa
come
"uso
sregolato
della
violenza
legittimato
solo
dalla
legge
del
più
forte",
volta
all’instaurazione
di
un
ordinamento
,
se
tale
può
essere
definito,
che
consiste
in
realtà
in
"un
nuovo
assetto
senza
regole
e
basato
sulla
violenza",
che
produce
effetti
a
cascata
sugli
stessi
ordinamenti
dei
Paesi
occidentali
e
un
modello
di
comportamento
che
viene
replicato
da
potenze
regionali
come
Israele1.
Non
si
sottolineerà
mai
abbastanza
la
profonda
e
reciproca
incompatibilità
fra
guerra
e
diritto.
Non
é
forse
inutile
precisare,
a
tale
proposito,
che
giustificando
la
guerra
al
di
là
delle
limitatissime
ipotesi
nelle
quali
essa
appare
consentita
dal
diritto
internazionale,
si
pongono
le
premesse
per
la
completa
eliminazione
del
ruolo
del
diritto
come
parametro
di
conformità
dell’azione
umana
in
genere
e
statale
in
particolare
e
modello prescrittivo,
processo
che
del
resto
è
in
via
di
compiersi,
il
che
è
ben
peggio
della
sua
avvenuta
emarginazione
ad
opera
del
fatto
bellico
compiuto,
che
resta
pur
sempre
suscettibile
di
un
giudizio
di
illegittimità
ed
illegalità,
tanto
più
necessario
in
questa
sua
fase
di
crisi.
Nel
secondo
paragrafo
di
questo
scritto
ci
soffermeremo
dunque
sugli
aspetti
giuridici
della
questione,
sostenendo
l’assoluta
e
insanabile
illegalità
internazionale
della
guerra
tuttora
in
corso,
che
sarebbe
ovviamente
ulteriormente
sottolineata
dalla
sua
al
momento
progettata
espansione
verso
nuovi
bersagli
tuttora
indefiniti,
attuando
una
sorta
di
guerra
permanente
a
geometria
variabile
che
produce
immediatamente
lo
svuotamento
di
ogni
garanzia
giuridica
sia
internazionale
che
interna,
precipitando
il
pianeta
interno
in
uno
stato
di
insicurezza
permanente
e,
per
l’appunto,
globale.
Non
si
può
del
resto
non
cogliere
l’interessante
e
significativo
parallelo
esistente
fra
l’abolizione
dei
confini
propria
della
globalizzazione
economica
e
questa
guerra
che
a
sua
volta
risulta
senza
confini.
Non
è
peraltro
un
caso
che
tali
ipotizzati
scenari
di
guerra
coincidano
con
i
luoghi
dove
già
si
è
svolta,
come
accennato,
la
guerra
per
certi
versi
già
ininterrotta
che
la
Superpotenza
statunitense
conduce
a
partire
dal
1991
per
affermare
in
modo
incontrastato
il
proprio
potere
sulla
scala
globale.
Ciò
costituisce
evidentemente
un
ulteriore
stimolo
all’individuazione
puntuale
di
alcuni
motivi
strategici
della
condotta
degli
Stati
Uniti.
L’enucleazione
di
tali
motivi
o
scenari geopolitici,
avviene
applicando
metodologie
analitiche
del
tutto
differenti
da
quelle
giuridiche
ed
anzi
autonome
ad
esse
nella
loro
logica
intima
e
fortemente
conflittuali
nei
risultati,
nella
misura
in
cui
il
criterio
dell’esaltazione
e
solipsistico
soddisfacimento
dell’interesse
dei
singoli
paesi
si
rivela
immediatamente
antitetico
a
quello
della
loro
equilibrata
composizione
in
un’ottica
di
soddisfacimento
sia
delle
loro
legittime
istanze
di
enti
collettivi
sia
e
soprattutto
di
quelle
di
ulteriori
soggetti,
quali
ad
esempio
l’umanità
nel
suo
complesso,
o
i
popoli,
o
i
cittadini.
Ma
essa
si
rivela
si
per
altro
verso
capace
di
produrre
un
materiale
di
riflessione
cui
la
stessa
scienza
giuridica
non
può
mantenersi
completamente
estranea,
pena
la
mancata
comprensione
dei
presupposti
materiali
delle
scelte
in
atto
e
dell’importanza
delle
poste
in
gioco.
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