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I FIGLI DI MC DONALD (ARIES - EDIZIONI DEDALO)

"Il consumatore di hamburger diviene così un uomo senza storia, senza memoria, che non mangia più per desiderio o per tradizione, ma per bisogno impulsivo o imitativo."

Non è un saggio sull'alimentazione, piuttosto sulla società contemporanea osservata attraverso uno dei suoi maggiori feticci: la catena di fast food McDonald's. Infatti è possibile osservare sia l'importanza che questo onnipresente marchio ha avuto nelle abitudini alimentari, anticipando quasi ovunque un sistema perfettamente rispondente non certo alle esigenze del corpo, ma alle consuetudini di lavoro e di vita della modernità, sia la dinamica psicologica sottesa a questo sistema per chi vi lavora e per chi vi consuma.

Si diceva "onnipresente": 25.000 ristoranti in 115 paesi, 40 milioni di pasto al giorno. Asia, Americhe, Europa, Nord Africa, Australia, l'insegna McDonald's troneggia in tutte le grandi città, ci accompagna lungo le strade, ci ossessiona dai cartelloni pubblicitari e dalle televisioni: quindi oltre che onnipresente, anzi proprio per questo, transnazionale. Non ha infatti delle peculiarità nordamericane, quello che ci viene offerto è un cibo che non ha nessuna identità (né vuole averne) ma si rivolge a tutti, a qualsiasi ora del giorno, indipendentemente da gusti, abitudini, tradizioni familiari o regionali. L'offerta è rivolta a tutte le generazioni anche se l'immagine è di tipo familista. Ma quale famiglia, si chiede l'autore? La grave crisi della famiglia tradizionale, che ogni giorno di più tende ad aggravarsi sembrerebbe in contraddizione col messaggio offerto, eppure non è così.

Che cosa è più facile da ottenere che una mezz'ora di "serena pace familiare" prefabbricata? Quale scarso impegno richiede la persistenza nella memoria infantile (prima della crisi della coppia genitoriale) di un luogo artificiosamente allegro, in cui i tempi dell'accoglienza, della preparazione e della consumazione del pasto sono rigidamente previsti?

Anche la particolare attenzione rivolta ai bambini con giochi e pupazzetti offerti nella magica scatola (rigorosamente di cartone riciclabile) contenente l'hamburger è in fondo sostitutiva della figura paterna (più che materna, il pubblico a cui ci si rivolge è soprattutto maschile). La forte psicologizzazione del prodotto è una delle altre grandi invenzioni McDonald's. Non solo nei confronti dell'utente avviene un'operazione di spersonalizzazione e di omologazione, ma anche per quanto riguarda i lavoratori della catena. Addetti e manager vengono costruiti perfettamente funzionali all'immagine che si vuole vendere e al prodotto finale.
Tutto ciò a molti di noi, italiani (per altro grandi utenti McDonald's), individualisti, abituati da secoli ad una ricca cucina regionale, può sembrare aberrante, ma iniziamo a pensare quante altre situazioni, che un ottimo marketing ci propone, subiamo, quante operazioni snaturanti ci circondano, e come il cibo, che in ogni cultura ha avuto un peso significativo, oggi sia rappresentato (specchio di questa civiltà) da qualcosa di "finto", di imposto, di infantile e di subordinato.


Mc Donald's prosegue la sua conquista del mondo con 25.000 ristoranti in 115 paesi e con 40 milioni di pasti al giorno. Ogni cinque ore apre un nuovo punto di ristorazione. L'Europa non sfugge certamente a questa invasione, visto che un solo paese, l'Albania resiste ancora. La Francia, regno della buona tavola, non fa eccezione: conta infatti 630 McDonald's e un giro d'affari di 7 miliardi di franchi. L'Italia non è da meno. McDonald's rappresenta quindi un vero e proprio caso che coinvolge la società e non un mero fenomeno generazionale o di costume.

La trasformazione della cucina, identica da un capo all'altro del pianeta è logica, visto che gli esperti di tutti i paesi dicono che il mondo diventerà nel XXI secolo un villaggio globale: dunque come potrebbe l'alimentazione sfuggire a questa mondializzazione? McDonald's costituisce quindi un autentico laboratorio del futuro, che inventa l'alimentazione dell'era della globalizzazione del mondo e non solo una variante culinaria tra le altre. Questa modernizzazione coinvolge ognuno di noi, non solo perché decide ciò che mangeremo e come mangeremo, ma anche perché, secondo l'adagio, "siamo ciò che mangiamo". Quale cibo prepara McDonald's sui suoi fornelli? A cosa somiglierà l'uomo che nascerà da quelle infinite equazioni culinarie?

Ma McDonaldizzazione del mondo è preoccupante perché crea un cosmopolitismo alimentare che si propone come universale: McDonald's non è più americano di quanto non sia cinese o francese; ha infatti assemblato per la prima volta nella storia dell'umanità un prodotto alimentare infraculturale, perché la cultura è esattamente ciò che differenzia gli uomini e frena quindi l'omogeneizzazione dei mangiatori. In futuro mangeremo tutti la stessa cosa, allo stesso modo, con lo stesso sguardo. Questa mutazione è essenziale, poiché genera nuovi standard alimentari che minano poco a poco le fondamenta di tutte le nostre culture culinarie tradizionali. Si badi bene: McDonald's è più lontano dalla cucina delle nostre nonne di quanto non possa esserlo l'alimentazione più esotica che riusciamo ad immaginare. L'hamburger ci è davvero più estraneo di un piatto a base di serpente, ma l'uomo mondializzato non se ne rende già più conto. Questo comunismo alimentare alla Ubu è molto inquietante, poiché non si mangia mai impunemente. L'uomo McDonaldizzato, alla fine, dovrà renderne conto sia sul piano fisico che psicologico, economico e sociologico.

Paul Ariès, nato nel 1959, laureato in Scienze politiche, docente all'Università Lumière di Lione, è professore di Management alberghiero all'Istituto Vatel. Ha già pubblicato molte opere di rilievo riguardanti il tema dell'alimentazione e della modernizzazione delle relazioni sociali. Collabora a numerose riviste, Monde Diplomatique, Universalia, Golias, ed è presidente della sezione francese del Centro-Europa-Terzo-Mondo (CETIM), organizzazione non governativa riconosciuta dall'ONU.

 

 

 

 

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