La
fame in Sud America - Le persone sottonutrite (1998-2000)

Tutto il
Sud America è colpito dalla tragedia della fame:
Argentina, Brasile, Bolivia, Cile, Colombia, Ecuador,
Nicaragua, Perù, Uruguay e Venezuela presentano uno
scenario dominato da profondi disuguaglianze. Le
situazioni più critiche si registrano in Bolivia,
Venezuela e Nicaragua.
«In
America Latina stiamo cercando di superare il passato per
costruire il presente. Non c'è altra strada. Soltanto
dopo aver fatto i conti con ciò che siamo stati, potremo
guardare al futuro. Tutto dipenderà da noi: quello che
saremo capaci di seminare nei prossimi anni, sarà
esattamente ciò che raccoglieremo». Sono molti anni che
l'intellettuale argentino Adolfo Perez Esquivel s'impegna
nel difficile campo della difesa dei diritti umani in
Sudamerica. Un impegno tenace e quotidiano, pagato a caro
prezzo con la tortura nelle carceri argentine degli anni
Settanta e sottolineato nel 1980 dall'attribuzione del
premio Nobel per la pace. L'immagine che scatta del
proprio continente è quella di un «lugar maravilloso y
al mismo tiempo afligido», un luogo bellissimo ma
sofferente: «L'America Latina sta uscendo dall'epoca
delle dittature militari dopo aver pagato un alto costo in
vite umane. In molti Paesi sono in atto processi
democratici. Ma non è solo ponendo il voto in un'urna che
possiamo dirci democratici. Democrazia significa uguali
diritti per tutti. E invece è sotto i nostri occhi la
terribile sperequazione fra la condizione di pochi
privilegiati e quella, misera, della maggior parte delle
popolazioni locali».
Quali
sono oggi le emergenze in Sudamerica?
«Ci
sono mali che affliggono l'intero continente: l'aumento
della povertà, l'esclusione sociale, la violenza per le
strade e quella strutturale. Su tutto, incombe come una
spada di Damocle l'enorme debito estero che grava su molti
Paesi. Una cosa ingiusta e immorale, perché più
paghiamo, più dobbiamo e meno ci resta. Lo ha
sottolineato più volte, dall'alto della sua autorità
morale e spirituale, anche lo stesso Giovanni Paolo II: i
popoli di America Latina, Africa e Asia hanno già pagato
molte volte l'ammontare del debito. E invece gli altissimi
interessi sottraggono risorse importanti allo sviluppo.
Inoltre, c'è un'altra bomba silenziosa, che non viene
menzionata sui giornali ma fa più vittime di una guerra».
Quale?
«La
fame, che sta facendo stragi in Sudamerica. Servono nuovi
concetti di sviluppo e possibilità di vita per i
contadini, da realizzare con progetti che tengano conto
delle realtà locali. Ora, ad esempio, attraverso la
politica degli Stati Uniti, si sta applicando il
"Piano Colombia". Si tratta di ben 1300 milioni
di dollari, cifra alla quale ha contribuito anche l'Unione
Europea. Ebbene, io chiederei all'Ue di tirarsi indietro
da questa iniziativa, che mira soprattutto a
regionalizzare il conflitto colombiano nel continente. Ma
non si può pensare che il narcotraffico e la guerriglia
siano solo un problema militare o di polizia: il problema
della droga dev'essere controllato nei Paesi dov'è il
mercato, con interventi ad hoc e un'educazione e
un'informazione adeguata e non solo confinandolo laddove
oggi avvengono gli scontri e la guerriglia. In Colombia in
questo momento ci sono quasi un milione di profughi
interni. Una tragedia spaventosa, che ci riempie di
angoscia e preoccupazione».
C'è
qualcosa che i Paesi più sviluppati possono fare per
fermare tutto questo?
«Sembra
incredibile, ma in un mondo che si fa sempre più ricco e
tecnologico, vanno aumentando poveri ed esclusi. Anni fa,
con don Helder Camara andammo nel Nord Est del Brasile per
sostenere la causa di alcune popolazioni locali che una
multinazionale voleva privare del diritto alla terra.
Quando fummo in tribunale, gli indios issarono un cartello
con una grande scritta, perché il giudice potesse vederla
da lontano. Diceva: chi ha comprato la Terra a Dio? Il
Signore ha dato la terra a tutti e non a un piccolo
settore della popolazione mondiale. Lo sfruttamento delle
risorse deve essere fatto con intelligenza e rispetto: gli
indios prima di seminare chiedono permesso alla Terra, le
rendono onore perché sanno che, se utilizzata con
raziocinio, essa darà loro aiuto e nutrimento. L'appello
del Vaticano sulla necessità di rispettare la terra e di
distribuirne meglio le risorse andrebbe ripetuto nel
nostro continente ogni santo giorno, perché possa
diventare pratica quotidiana dell'operato di chi ha in
mano le leve del potere e la gestione degli sterminati
latifondi».
Già,
il potere. Molti Paesi latinoamericani stanno
attraversando una fase di delicata transizione: dalle
oligarchie militari del passato a regimi più liberali, ma
a volte simili a "democrazie sotto tutela".
«Credo
che sia un momento difficile, di transizione appunto.
Soprattutto perché ci sono problemi non risolti: basta
vedere ciò che accade in Cile con Pinochet, la situazione
del Perù, la violenza in Colombia. Credo che, per
avviarci pienamente sulla via della democrazia, dobbiamo
chiudere i conti col passato. Questo può avvenire solo
facendo giustizia. Non basta dire: "Bisogna
dimenticare il passato". I popoli che dimenticano,
commettono di nuovo gli stessi errori. Come cristiani,
siamo chiamati a ricomporre il corpo sociale e le
relazioni personali attraverso la riconciliazione, il
perdono. Ebbene, io posso perdonare coloro che mi hanno
torturato, ma non posso dimenticare. Chi ha sbagliato deve
riconoscere la propria colpa e a questo deve seguire la
riparazione del danno. Solo allora, arriveranno il perdono
e la riconciliazione».
Una
riconciliazione che potrebbe aprire la strada alla
rinascita del continente?
«Ci
sono molti segni di speranza. Sono come fiumi sotterranei,
che all'improvviso potrebbero salire in superficie e
cambiare la storia. Il movimento dei "Sem terra"
brasiliani, ad esempio, o gli altri movimenti indigeni. O
ancora le organizzazioni per i diritti umani e quelle per
i diritti delle donne, molto importanti laddove la donna
ha sempre avuto una presenza attiva nella vita sociale,
culturale e politica. Ecco, in questa epoca di
globalizzazione che a volte annichilisce le realtà
locali, dobbiamo recuperare l'identità di essere popolo,
ritrovare una spiritualità e un senso di vita comune.
Paolo VI ci chiamava il "continente della
speranza". Aveva ragione e continua ad averla ancora
oggi, perché l'America Latina continua ad essere el
continente de la esperanza».
Vincenzo R. Spagnolo