Secondo
il Social Monitor 2003 dell’UNICEF, il
tasso di mortalità infantile nel Caucaso
e nell’Asia Centrale è cinque volte
superiore rispetto al resto dell’Europa
Centrale e Orientale e della Comunità
degli Stati Indipendenti¹¹ e dodici
volte superiore ai paesi Occidentali
Industrializzati.
“
La nostra ricerca dimostra che la
mortalità infantile in questi Paesi è un
problema molto più grande di quanto
suggeriscano i dati ufficiali,” afferma
Carol Bellamy, Direttore generale
dell’UNICEF. “Abbiamo guardato aldilà
delle statistiche ufficiali e abbiamo
parlato con le madri nelle loro case. I
loro racconti ci rivelano che la
sopravvivenza infantile è in grave
crisi”.
Secondo
il rapporto redatto dal Centro Ricerca
Innocenti dell’UNICEF con sede a
Firenze, la maggior parte di queste morti
infantili possono essere prevenute.
L’UNICEF afferma che responsabili della
maggior parte di queste morti sono una
combinazione di fattori come la povertà,
il cattivo stato di salute e malnutrizione
delle madri, e un’assistenza medica
carente.
“
Ci troviamo di fronte a due problemi
distinti”, ha detto Bellamy. “Abbiamo
decine di migliaia di morti infantili che
dovrebbero essere prevenute, e
sistematicamente non riusciamo a contare
in modo corretto il numero di vite
perdute. Il fatto stesso di non riuscire a
capire la portata di ciò che succede ci
ostacola nell’attuare le misure atte a
correggere la situazione; quindi, è
fondamentale avere le cifre giuste. Si
tratta di un primo passo cruciale per
salvare giovani vite.”
Il
rapporto è incentrato sulla mortalità
infantile negli otto paesi del Caucaso e
dell’Asia Centrale, oltre alla Romania e
all’Ucraina. Confronta il tasso
ufficiale di mortalità infantile in quei
paesi e i dati che sono stati invece
raccolti durante le interviste dirette con
le donne. Secondo le indagini, negli otto
Paesi del Caucaso e dell’Asia Centrale,
il tasso calcolato di mortalità infantile
è molto superiore al tasso ufficiale.
Nell’Azerbaigian, ad esempio, la stima
risultante dall’indagine è quattro
volte superiore – 74 morti infantili su
1.000 nati vivi- rispetto al tasso
ufficiale di 17 su 1.000. Anche la Romania
sembra soffrire di questa sottostima,
benchè in misura minore.
“
Questo genere di imprecisione e di
statistiche fuorvianti possono contribuire
a creare un clima di accettazione”
afferma Bellamy. “Fanno sì che i
governi e il personale sanitario siano
inconsapevoli dei rischi di morte
infantile e della necessità di
intervenire e inoltre tengono all’oscuro
sia genitori che i responsabili delle
comunità”.
CHE COSA E’ CHE NON VA
Nell’esaminare i motivi di questo
divario, il Social Monitor ha individuato
e sottolineato tre problemi: una mancata
definizione di “nati vivi” secondo gli
standard internazionali accettati, una
informazione non attendibile sulle morti
infantili a livello locale e ostacoli alla
registrazione delle nascite.
Secondo
il rapporto, una morte infantile può
passare inosservata perché il neonato non
è mai stato registrato come ufficialmente
“vivo”. Secondo la definizione
stabilita dall’Organizzazione Mondiale
della Salute, un bambino è considerato
vivo alla nascita se respira o mostra
altri segni di vita, come il movimento di
un muscolo o il battito cardiaco. Secondo
una definizione risalente all’era
sovietica, la respirazione viene
considerata l’unico criterio di vita.
Inoltre, i bambini nati prima della 28a
settimana di gravidanza, di peso inferiore
a 1.000 grammi e con meno di 35 centimetri
di lunghezza, vengono considerati vivi
solo dopo il settimo giorno di
sopravvivenza.
Questa
definizione sovietica è ancora prevalente
in molti paesi della Comunità di Stati
Indipendenti. Una corretta trasmissione
dei dati finisce per abbassare
ulteriormente i dati ufficiali. Il sistema
comunista sottolineò la necessità di
tenere bassa la mortalità infantile; gli
ospedali e il personale sanitario
rischiavano di essere penalizzati se
riferivano un aumento nella mortalità
infantile. Di conseguenza, a volte si
registrava la morte dei bambini in cura
come aborti spontanei o nati morti. A
causa delle condizioni di deterioramento
del servizio sanitario e della mancata
riforma del sistema, tutto ciò si è
rivelato un retaggio difficile da superare
e in alcuni paesi l’informazione
continua ad essere poco attendibile.
La
difficoltà di quantificare la mortalità
infantile è inoltre esacerbata dagli
ostacoli posti alla registrazione delle
nascite. Uno studio recente ha calcolato
che ogni anno circa il 10% delle nascite
nelle regioni più povere non vengono
registrate – la maggior parte nel
Caucaso e nell’Asia Centrale. I genitori
incontrano ostacoli al momento della
registrazione dovuti ai costi, alla
difficoltà di recarsi all’anagrafe più
vicina, alle lungaggini burocratiche ed
alla mancanza di incentivi ad una
tempestiva registrazione. Se la nascita di
un bambino non viene registrata, è poco
probabile che se ne registri la morte.
Perché
si perdono tante vite?
Secondo gli standard globali, nuove
indagini riportano un alto tasso di
mortalità infantile nel Caucaso e
nell’Asia Centrale, che varia da 36 per
ogni 1.000 nati vivi in Armenia a 89 per
1.000 in Tagikistan. Molte di queste morti
sono causate dalla povertà, dalla
malnutrizione e dal cattivo stato di
salute delle donne con conseguenti
complicanze durante la gravidanza ed il
parto. La povertà limita l’accesso
all’assistenza sanitaria e a trattamenti
farmacologici. Come ha detto una mamma nel
Tagikistan ai ricercatori quando ha
descritto la morte del figlio: “sono
andata dal pediatra che ha prescritto le
medicine ma non avevo i soldi per
comprarle. Sono andata da un guaritore ma
la condizione del bambino peggiorò. Morì
al settimo giorno.”
Un
altro aspetto del problema riguarda la
carente assistenza medica. I problemi
indicati nel rapporto comprendono una
mancata assistenza sanitaria preventiva
nonché la mancata esecuzione di base alla
nascita, anche quelli che non richiedono
tecnologie particolari, come: pesare il
bambino e valutarne il polso, le smorfie,
l’aspetto e la respirazione (il test
APGAR).
Il
Social Monitor è prodotto dal Centro di
Ricerca Innocenti dell’UNICEF con sede a
Firenze