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LA PIAGA DELLA FAME IN ASIA

La mappa della fame in Asia - Le proporzioni delle persone sottonutrite (1998-2000)

I BAMBINI, PRINCIPALI VITTIME DELLA FAME IN ASIA

 

Secondo il Social Monitor 2003 dell’UNICEF, il tasso di mortalità infantile nel Caucaso e nell’Asia Centrale è cinque volte superiore rispetto al resto dell’Europa Centrale e Orientale e della Comunità degli Stati Indipendenti¹¹ e dodici volte superiore ai paesi Occidentali Industrializzati.

“ La nostra ricerca dimostra che la mortalità infantile in questi Paesi è un problema molto più grande di quanto suggeriscano i dati ufficiali,” afferma Carol Bellamy, Direttore generale dell’UNICEF. “Abbiamo guardato aldilà delle statistiche ufficiali e abbiamo parlato con le madri nelle loro case. I loro racconti ci rivelano che la sopravvivenza infantile è in grave crisi”.

Secondo il rapporto redatto dal Centro Ricerca Innocenti dell’UNICEF con sede a Firenze, la maggior parte di queste morti infantili possono essere prevenute. L’UNICEF afferma che responsabili della maggior parte di queste morti sono una combinazione di fattori come la povertà, il cattivo stato di salute e malnutrizione delle madri, e un’assistenza medica carente.

“ Ci troviamo di fronte a due problemi distinti”, ha detto Bellamy. “Abbiamo decine di migliaia di morti infantili che dovrebbero essere prevenute, e sistematicamente non riusciamo a contare in modo corretto il numero di vite perdute. Il fatto stesso di non riuscire a capire la portata di ciò che succede ci ostacola nell’attuare le misure atte a correggere la situazione; quindi, è fondamentale avere le cifre giuste. Si tratta di un primo passo cruciale per salvare giovani vite.”

Il rapporto è incentrato sulla mortalità infantile negli otto paesi del Caucaso e dell’Asia Centrale, oltre alla Romania e all’Ucraina. Confronta il tasso ufficiale di mortalità infantile in quei paesi e i dati che sono stati invece raccolti durante le interviste dirette con le donne. Secondo le indagini, negli otto Paesi del Caucaso e dell’Asia Centrale, il tasso calcolato di mortalità infantile è molto superiore al tasso ufficiale. Nell’Azerbaigian, ad esempio, la stima risultante dall’indagine è quattro volte superiore – 74 morti infantili su 1.000 nati vivi- rispetto al tasso ufficiale di 17 su 1.000. Anche la Romania sembra soffrire di questa sottostima, benchè in misura minore.

“ Questo genere di imprecisione e di statistiche fuorvianti possono contribuire a creare un clima di accettazione” afferma Bellamy. “Fanno sì che i governi e il personale sanitario siano inconsapevoli dei rischi di morte infantile e della necessità di intervenire e inoltre tengono all’oscuro sia genitori che i responsabili delle comunità”.

CHE COSA E’ CHE NON VA
Nell’esaminare i motivi di questo divario, il Social Monitor ha individuato e sottolineato tre problemi: una mancata definizione di “nati vivi” secondo gli standard internazionali accettati, una informazione non attendibile sulle morti infantili a livello locale e ostacoli alla registrazione delle nascite.

Secondo il rapporto, una morte infantile può passare inosservata perché il neonato non è mai stato registrato come ufficialmente “vivo”. Secondo la definizione stabilita dall’Organizzazione Mondiale della Salute, un bambino è considerato vivo alla nascita se respira o mostra altri segni di vita, come il movimento di un muscolo o il battito cardiaco. Secondo una definizione risalente all’era sovietica, la respirazione viene considerata l’unico criterio di vita. Inoltre, i bambini nati prima della 28a settimana di gravidanza, di peso inferiore a 1.000 grammi e con meno di 35 centimetri di lunghezza, vengono considerati vivi solo dopo il settimo giorno di sopravvivenza.

Questa definizione sovietica è ancora prevalente in molti paesi della Comunità di Stati Indipendenti. Una corretta trasmissione dei dati finisce per abbassare ulteriormente i dati ufficiali. Il sistema comunista sottolineò la necessità di tenere bassa la mortalità infantile; gli ospedali e il personale sanitario rischiavano di essere penalizzati se riferivano un aumento nella mortalità infantile. Di conseguenza, a volte si registrava la morte dei bambini in cura come aborti spontanei o nati morti. A causa delle condizioni di deterioramento del servizio sanitario e della mancata riforma del sistema, tutto ciò si è rivelato un retaggio difficile da superare e in alcuni paesi l’informazione continua ad essere poco attendibile.

La difficoltà di quantificare la mortalità infantile è inoltre esacerbata dagli ostacoli posti alla registrazione delle nascite. Uno studio recente ha calcolato che ogni anno circa il 10% delle nascite nelle regioni più povere non vengono registrate – la maggior parte nel Caucaso e nell’Asia Centrale. I genitori incontrano ostacoli al momento della registrazione dovuti ai costi, alla difficoltà di recarsi all’anagrafe più vicina, alle lungaggini burocratiche ed alla mancanza di incentivi ad una tempestiva registrazione. Se la nascita di un bambino non viene registrata, è poco probabile che se ne registri la morte.

Perché si perdono tante vite?
Secondo gli standard globali, nuove indagini riportano un alto tasso di mortalità infantile nel Caucaso e nell’Asia Centrale, che varia da 36 per ogni 1.000 nati vivi in Armenia a 89 per 1.000 in Tagikistan. Molte di queste morti sono causate dalla povertà, dalla malnutrizione e dal cattivo stato di salute delle donne con conseguenti complicanze durante la gravidanza ed il parto. La povertà limita l’accesso all’assistenza sanitaria e a trattamenti farmacologici. Come ha detto una mamma nel Tagikistan ai ricercatori quando ha descritto la morte del figlio: “sono andata dal pediatra che ha prescritto le medicine ma non avevo i soldi per comprarle. Sono andata da un guaritore ma la condizione del bambino peggiorò. Morì al settimo giorno.”

Un altro aspetto del problema riguarda la carente assistenza medica. I problemi indicati nel rapporto comprendono una mancata assistenza sanitaria preventiva nonché la mancata esecuzione di base alla nascita, anche quelli che non richiedono tecnologie particolari, come: pesare il bambino e valutarne il polso, le smorfie, l’aspetto e la respirazione (il test APGAR).

Il Social Monitor è prodotto dal Centro di Ricerca Innocenti dell’UNICEF con sede a Firenze

 

 

 

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