giovedì,
22 gennaio 2004
Ex
colonie italiane, Etiopia ed Eritrea vengono invase dalle
truppe britanniche nel 1941, mentre l’imperatore Ras
Tafari Makonnen (meglio conosciuto come Haile Selassie)
può far ritorno sul trono, da lui già occupato prima
dell’invasione decisa da Mussolini nel 1935.
L’Eritrea
non faceva originariamente parte dell’Impero Etiope
essendo diventata colonia italiana nel 1890, ma il mandato
britannico decide, per motivi strategici e logistici, di
riunire entrambi i territori sotto l’autorità del fido
alleato Selassiè (che aveva trascorso in Gran Bretagna il
periodo di esilio tra il 1936 ed il 1941).
Nel
1952 le Nazioni Unite decidono finalmente lo status
dell’Eritrea: regione autonoma federata con l’Etiopia.
La
situazione si mantiene relativamente stabile per una
decina d’anni, ma quando, nel 1962 Haile Selassie revoca
l’autonomia all’Eritrea facendone una semplice
provincia dell’Etiopia, ecco che le richieste
indipendentiste si fanno più radicali e nasce la
guerriglia dell’ELF (Fronte di Liberazione
Eritreo). Da questi si staccherà nel 1970 la fazione di
sinistra dell’EPLF (Esercito Eritreo Popolare di
Liberazione) che vedrà tra i suoi fondatori l’attuale
presidente eritreo Isaias Afewerki.
Nel
corso degli anni ’60 l’influenza inglese sulla regione
scema progressivamente a favore degli Stati Uniti, i quali
non riescono però ad impedire la crescita di movimenti
filo-comunisti appoggiati da Mosca soprattutto a partire
dall’inizio degli anni ’70.
Questa
deriva a sinistra avrà il suo culmine nel 1974, quando un
colpo di stato da parte del Comitato Supremo della Forze
Armate (più conosciuto come DERG) guidato da Teneri
Benti e Mengistu Haile Mariam prende il potere
in Etiopia imprigionando il vecchio imperatore
che
morirà l’anno successivo in circostanze misteriose.
Lo
stesso Benti verrà poi eliminato nel 1977 da Mengistu, il
quale inizierà una sistematica politica
di
soppressione di ogni forma di opposizione: a tutt’oggi
non si sa ancora esattamente quante
centinaia
di migliaia di persone siano morte durante il cosiddetto
“Terrore Rosso”. Si sa però che la
collettivizzazione dell’agricoltura non darà i
risultati sperati (nemmeno con i sostanziali aiuti di
Mosca) e nel corso del 1984-85 si registrerà la peggiore
carestia da decenni, che verrà alleviata solamente grazie
alla solidarietà internazionale.
Nel
frattempo la guerriglia eritrea continua la sua guerra di
liberazione, trovando alleati nel TPLF (Fronte di
Liberazione Popolare del Tigray) che lotta per
l’autonomia del Tigray (o Tigrè), regione al confine
con l’Eritrea, oltre che per rovesciare Mengistu.
Entrambi gli eserciti si trovano perciò ad operare nelle
stesse zone e cominciano quindi ad elaborare piani e
strategie in comune contro il regime militare del DERG.
L’attuale primo ministro etiope Meles Zenawi
faceva parte del comitato centrale del TPLF.
Nemmeno
l’aiuto di truppe cubane e di consiglieri sovietici ad
Addis Abeba riesce a piegare definitivamente la
guerriglia, che anzi continua a logorare l’esercito
etiope nel corso degli anni ’80. La lotta dell’EPLF
(eritreo) e del TPLF (etiope di etnia tigrina) si
unisce a nuove forme di opposizione all’interno
dell’Etiopia quali il Movimento Democratico del Popolo
Etiope (MDPE) di etnia amhara.
Sarà
questa coalizione di forze riunite sotto la sigla dell’EPRDF
(Fronte Democratico Rivoluzionario del Popolo Etiope) a
conquistare nel 1991 Addis Abeba costringendo Mengistu a
fuggire in esilio.
Nuove
elezioni ed una nuova costituzione dividono l’Etiopia in
una repubblica federale organizzata su base regionale,
mentre l’Eritrea ottiene finalmente la propria
indipendenza nel 1993.
Il
fatto però di non aver stabilito fin dall’inizio
confini chiari e definitivi, ha portato ad un rapido
deterioramento dei rapporti tra i due Paesi, finché nel
maggio del 1998 le truppe di Asmara decidono di varcare il
confine, dando inizio a scontri armati che degenerano
presto in una sanguinosa guerra a tutto campo. I vecchi
compagni d’armi Isaias Afewerki e Meles Zenawi
che combatterono contro Mengistu si trovano così ad
essere capi di stato di Paesi in guerra fra loro.
Mentre
la diplomazia internazionale (Stati Uniti, OAU e ONU in
testa) si muove nel tentativo di riportare le due parti
alla ragione, i cannoni fanno sentire la loro voce e le
bombe a grappolo fanno strage di civili a Mekele
(capitale dello stato del Tigray in Etiopia) ed Adigrat
(in Eritrea).
Nel
febbraio del 1999, allorché la pace sembra non esser più
un miraggio, scoppiano nuovi combattimenti nei pressi
della città etiope di Badme e la situazione
precipita nuovamente.
Nel
corso di due sanguinose offensive (febbraio 1999 e maggio
2000), l’esercito di Addis Abeba penetra profondamente
in territorio eritreo fino al cessate il fuoco del 18
giugno 2000.
Le
vittime del conflitto sono ormai più di 70.000.
In
questo periodo è l’Organizzazione per l’Unità
Africana (OAU) ad essere maggiormente attiva nel
ricomporre il conflitto, con la proposta (accettata da
entrambe le parti) di ritiro delle truppe etiopi alle loro
posizioni pre-1998 e l’invio di una missione di
peacekeeping sotto l’egida delle Nazioni Unite (missione
UNMEE) che pattugli i confini in attesa di un accordo
definitivo.
Etiopia
ed Eritrea siglano un trattato di pace ad Algeri
nel dicembre del 2000 acconsentendo alla formazione di una
commissione indipendente che stabilisca una volta per
tutte i confini tra i due Paesi. Nell’aprile del 2002
giunge la decisione della Commissione: in base al diritto
internazionale ed a trattati del periodo coloniale, la
città di Badme deve essere assegnata
all’Eritrea.
L’Etiopia
si rifiuta di accettare la decisione e minaccia di
riprendere le armi. Perché?
Il
territorio di Badme in fondo non rappresenta una regione
fondamentale dal punto di vista strategico né possiede
rilevanti risorse minerarie o petrolifere. Anzi, Badme è
una modesta cittadina di 5.000 abitanti con una scuola
elementare, un ospedale e qualche albergo; l’acqua
scarseggia ed il terreno non è particolarmente fertile.
Le
ragioni sono altre. Nel corso degli anni ’80, quando il TPLF
e l’EPLF erano alleati contro il regime marxista
di Mengistu, Badme era un’importante base
militare per la guerriglia. Già a quel tempo sorsero
dissidi su chi dovesse controllare quella regione, ma
furono momentaneamente messi da parte per concentrare i
propri sforzi nella lotta contro il governo centrale. I
dissapori non tardarono però ad emergere nuovamente una
volta che, posati i fucili, i capi della guerriglia si
ritrovarono ad essere capi di governo: Afewerki ad
Asmara e Zenawi ad Addis Abeba.
Le
motivazioni di questa guerra sanguinosa e di questa pace
mancata sono perciò di natura squisitamente politica e,
se vogliamo, simbolica. Sia l’Etiopia che l’Eritrea
sono portati a vedere l’abbandono di Badme al nemico
come un’irrimediabile sconfitta, come una svendita del
proprio orgoglio nazionale, come una minaccia diretta
contro la stabilità interna, che peraltro entrambi i
governi faticano a mantenere.
Fonte:
www.warnews.it
