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"Quasi
tutto quello che gli uomini hanno detto di meglio
è stato detto in greco", ha affermato
Marguerite Yourcenaur. Furono i pensatori greci -
gli scenziati, i filosofi, gli storici - a tentare
di interpretare i fenomeni naturali alla luce di
leggi sottratte al mito e alla magia, e a
ricercare negli eventi le cause razionali e
logiche dell'agire umano. Furono gli artisti greci
a elaborare una concezione del bello inteso come
perfezione delle forme, a riflettere sulla
tragicità della vita e a esprimere la commedia
della storia. |
I
greci per primi cominciarono a raffigurare la terra, su
cui l'uomo abita e vive, come un corpo rotondo, dischos
o sphairos. Per Parmenide l'Essere intero è una
sfera. E dalla globalizzazione metafisicocosmologica
passarono poi a quella politico-amministrativa: parlarono
di oikoumene, "ecumene", per dire
"la terra abitata" nel suo insieme.
Anche
il concetto latino di orbis terrarum segnala
l'importanza della mondializzazione nella cultura antica e
tardo-antica. Quanto all'evo moderno, con la scoperta
delle Americhe e le prime circumnavigazioni il concetto di
globus, "globo terracqueo", da rappresentazione
cosmografica astratta qual era, divenne realtà effettiva.
Più tardi sarebbe fiorita perfino una letteratura della
globalizzazione, di cui Il giro del mondo in ottanta
giorni di Jules Vernes, apparso nel 1872, è il
capolavoro. Certo è che la globalizzazione cui stiamo
assistendo oggi è la più gigantesca di tutte quelle
verificatesi nella storia. È una mobilitazione
planetaria, totale. Sotto la spinta della tecnica e
dell'economia l'intero spazio terrestre, marittimo, aereo
è solcato e attraversato di continuo, realmente e
virtualmente, da navi, aeroplani, merci, capitali,
segnali, informazioni. La rete dell'interscambio
universale, nella sua realtà e virtualità, si estende
sull'intero globo e lo pervade.
Assieme
a innumerevoli vantaggi materiali, essa ha portato altresì
scompensi. Nel nostro immaginario collettivo sta
provocando una crisi della tradizionale rappresentazione
degli spazi abitati e abitabili dall'uomo. Una messa in
questione della nostra identità antropologica. Sorge
allora la domanda: che cosa significa per un animale
fondamentalmente terricolo come l'uomo, legato alla
propria terra, vivere su un globo? Nel cercare una
risposta a questo e ad altri interrogativi legati al
problema ci soccorrono le analisi svolte da Carlo Galli in
Spazi politici. L'età moderna e l'età globale (Il
Mulino, pagg. 179, lire 26.000). Preciso, informato e
illuminante come sempre, Galli ripensa i concetti
fondamentali della politica alla luce dei presupposti
spaziali ai quali essi rimandano e sui quali si reggono.
La
Politica, in quanto organizzazione della vita comune degli
uomini, è sempre stata conquista e amministrazione dello
spazio, perché lo spazio è l'arena delle azioni umane.
Tutte le forme tradizionali di ordinamento politico la
Polis, l'Impero, lo Stato rinviano a determinate
concezioni spaziali e si fondano su una rappresentazione
politica dello spazio. Il quale, messo in forma dalla
Politica, da spazio geografico diventa spazio di potere,
di libertà, di cittadinanza, delle leggi e del diritto.
Insomma, non c'è Politica senza l'imprescindibile
dimensione dello spazio.
Oggi
però con la globalizzazione con la libera circolazione
di persone, merci e capitali, con la deregulation, il
tendenziale esautoramento delle sovranità nazionali, il
multiculturalismo il tradizionale rapporto tra la
politica e lo spazio entra in crisi. Se un tempo la
politica organizzava e delimitava lo spazio, oggi nuove
azioni ed operazioni di tipo economico, tecnico,
informatico, che si lanciano nello spazio globale,
infrangono i tradizionali confini della politica.
Ci
si chiede: c'è una forma politica a cui assegnare la
globalizzazione? Un potere capace di conferire ordine allo
spazio globale? Un nuovo nomos della terra? Un
merito delle riflessioni di Galli, attento a cogliere le
differenze specifiche e le novità dell'era globale, è la
consapevolezza critica che a questi interrogativi non ci
sono risposte semplici. E che non bastano le categorie
della modernità, né una loro risignificazione, per
comprendere la nuova realtà.
L'idea
kantiana di una grande confederazione degli Stati, la
teoria schmittiana dei Grandi Spazi o il sogno jüngeriano
di uno Stato mondiale sono, più che soluzioni, modi
intelligenti di nominare il problema. Se la politica è
potere sullo spazio, e lo spazio l'arena della prassi,
allora la globalizzazione come apertura dell'agire umano
alla virtualità dell'interconnessione planetaria richiama
un'istanza politica capace di costituire una nuova
"ecumene".
Oggi
difettiamo però di Trascendenze rappresentative su cui
possa formarsi un ordine. Non c'è una teologia politica
ma nemmeno un'antropologia della globalizzazione, voglio
dire: un'idea comune della natura dell'uomo. Forse un
sentimento comune della sua condizione. L'organizzazione
Politico-simbolica della globalizzazione è per ora una
conquista lontana, resa difficile dalle faticose e
complesse dinamiche dell'esclusione e dell'inclusione,
dell'appartenenza e dell'espulsione, dell'identità e
dell'alterità, della soggezione e del dominio, che ancora
richiedono di essere attraversate.
Carlo
Galli