1.
Adam
Smith,
nella
Ricchezza
delle
nazioni,
scrive:
"Non
è
dalla
benevolenza
del
macellaio,
del
birraio
o
del
fornaio
che
noi
attendiamo
il
nostro
pranzo,
ma
dalla
loro
considerazione
dell’interesse
proprio.
Noi
ci
rivolgiamo
non
alla
loro
umanità,
ma
al
loro
interesse,
e
non
parliamo
mai
loro
dei
nostri
bisogni,
ma
dei
loro
vantaggi".
Mai
affermazione
risulta
tanto
inquietante
e
non
vera,
come
ai
nostri
giorni.
Non
soltanto
la
produzione
capitalistica
non
è
stata
orientata
che
in
minima
parte
al
soddisfacimento
dei
bisogni
individuali
o
sociali,
essendo
essenzialmente
il
suo
scopo
quello
di
assicurare
il
massimo
possibile
del
profitto,
ma,
insomma,
il
domandante
non
è
affatto
il
sovrano
che
si
dice
che
sia.
Poiché
il
consumatore
chiede
soltanto
ciò
che
può
effettivamente
chiedere
nell’ambito
delle
alternative
che
di
fatto
gli
si
offrono,
le
quali,
appunto,
sono
quelle
che
i
produttori
capitalistici
ritengono
di
poter
offrire
sulla
base
dei
loro
calcoli
di
convenienza.
E
seppure
il
valore
di
scambio
presuppone
certamente
l’esistenza
del
valore
d’uso
di
un
determinato
bene,
avviene
che,
per
restare
nell’esempio
tratto
da
Smith,
"nelle
mani
del
fornaio,
il
pane
è
soltanto
il
portatore
di
un
rapporto
economico
,
in
quelle
del
consumatore
è
invece
cibo.
Per
divenire
valore
di
scambio
una
merce
deve
cessare
di
essere
valore
d’uso.
...
mentre
la
sua
utilizzazione
come
valore
d’uso
presuppone
la
sua
esistenza
come
valore
di
scambio"
(Marx,
Per
la
critica
dell’economia
politica).
Ma,
poi,
le
alternative
non
disponibili
sono
anche
pensabili?
In
premessa
al
famoso
Rapporto
del
Mit
sui
limiti
della
crescita
era
riprodotto
un
grafico
riguardante
lo
schema
degli
interessi
delle
persone
inquadrati
nel
tempo
(in
termini
di
giorni,
pochi
anni,
durata
della
vita,
generazioni
future)
e
nello
spazio
(in
termini
di
famiglia,
vicinato,
razza,
paese,
mondo).
La
maggioranza
delle
persone
è
interessata
esclusivamente
ai
problemi
della
propria
famiglia
o
degli
amici
in
un
futuro
a
breve
termine.
Soltanto
pochi
hanno
una
prospettiva
realmente
globale,
estesa
ai
vari
e
complessi
problemi
dell’intero
mondo
in
un
futuro
non
troppo
vicino.
Appare
clamoroso
l’
errore
compiuto
da
Smith,
di
considerare
naturali
o
valide
al
di
fuori
del
tempo
in
cui
venivano
pensate
le
caratteristiche
della
società
che
stava
studiando.
Nel
senso
che
la
divisione
del
lavoro,
alla
base
della
crescente
produttività
del
lavoro
della
moderna
economia
capitalistica,
non
postula
affatto
come
unico
e
necessario
mezzo
di
scambio
l’interesse
privato
e
ancor
meno
funziona
la
cosiddetta
mano
invisibile
che
armonizza
gli
interessi
in
gioco.
Ci
sono
voluti
225
anni,
ma
la
smentita
definitiva
è
arrivata,
anche
se
si
stenta
a
riconoscerla
per
tale!
Naturalmente,
molti
altri
potrebbero
essere
gli
esempi
attraverso
i
quali
dimostrare
che
stanno
divenendo
insostenibili
le
condizioni
stesse
che
permettono
l’evoluzione
della
specie
umana,
e
addirittura
la
sua
stessa
sopravvivenza.
Se
ne
possono
citare
alcuni
tra
i
più
evidenti,
dal
cambiamento
climatico,
all’inquinamento
dell’aria,
al
depauperamento
dell’acqua,
al
consumo
di
territorio
e
alla
desertificazione,
alla
riduzione
della
diversità
biologica,
ecc.
Il
terzo
Rapporto
Ipcc,
per
esempio,
contiene
l’annuncio
di
vere
e
proprie
imminenti
catastrofi,
indicate
dalle
nuove
e
ulteriori
misurazioni
effettuate
sulla
riduzione
dei
ghiacci
dell’Antartide
e
dalle
analisi
degli
impatti,
determinati
dall’aumento
della
temperatura
dell’atmosfera
terrestre,
sul
regime
delle
piogge,
sui
rischi
di
alluvione,
sulle
possibilità
di
avanzamento
delle
zone
desertiche
e
semi
desertiche.
In
definitiva,
sui
processi
irreversibili
che
il
cambiamento
climatico
può
produrre
negli
ecosistemi
terrestri.
Né
possiamo
sottovalutare
che
gran
parte
della
popolazione
di
Africa,
Asia
e
America
Latina,
è
povera
o
poverissima
e
continuerà
ad
essere
tale
nel
prossimo
futuro.
Nonostante
i
solenni
impegni
della
comunità
internazionale:
negli
ultimi
trent’anni
non
si
è
registrato
alcun
miglioramento
nelle
condizioni
di
vita
di
quelle
popolazioni.
Un
miliardo
e
200
milioni
di
persone
vivono
al
disotto
della
soglia
della
povertà
(due
dollari
al
giorno)
e
l’80%
di
esse
vivono
nelle
campagne.
Campagne
che
a
loro
volta
presentano
accentuati
gradi
di
degrado
ambientale.
Dobbiamo
infatti
tener
presente
che
i
sistemi
agricoli
più
fragili,
perché
propri
di
popolazioni
povere
e
più
direttamente
legati
all’avvicendarsi
delle
stagioni
–
ovvero
con
minor
uso
della
chimica
e
di
sistemi
tecnologici
–,
sono
anche
i
più
esposti
e
saranno
i
più
colpiti
dalla
conseguenze
indotte
dal
cambiamento
climatico.
E
sono
anche
i
meno
suscettibili
di
essere
difesi
o
protetti.
Si
tratta
di
aspetti
noti
della
costruzione
sociale
di
disastri
ambientali.
Il
punto
è
di
capire
perché
alla
descrizione
della
catastrofe
fisica
sia
così
difficile
far
seguire
l’analisi
della
catastrofe
politica
che
ne
è
il
presupposto.
In
altro
contesto,
Vincenzo
Cuoco
ebbe
a
dire:
"Ma
una
catastrofe
fisica
è,
per
l’ordinario,
più
esattamente
osservata
e
più
veracemente
descritta
di
una
catastrofe
politica.
La
mente,
in
osservar
questa,
segue
sempre
i
moti
irresistibili
del
cuore;
e
degli
avvenimenti
che
più
interessano
il
genere
umano,
invece
di
aversene
la
storia,
non
se
ne
ha
per
lo
più
che
l’elogio
o
la
satira"
(Saggio
storico
sulla
rivoluzione
di
Napoli).
Così
avviene
che
la
critica
della
forma
determinata
nella
quale
si
svolge
lo
scambio
uomo–natura
ha
perso
ogni
determinante
politico
e
il
modello
capitalistico
appare
sempre
di
più
un
modello
naturale,
inerente
all’intima
struttura
della
società
umana.
Di
pari
passo
con
la
scomparsa
e
il
fallimento
pratico
delle
alternative
tentate,
dei
progetti
elaborati
dalla
politica,
dalle
società
umane
o
dalle
classi
che
si
sono
poste
il
problema
di
contrastare
la
forza
sfigurante
e
la
spietatezza
della
ricerca
del
massimo
profitto.
E
vi
è
una
difficoltà
oggettiva
a
raccontare
il
nesso
che
lega
l’economia
capitalistica
al
disastro
ambientale,
anzi
paradossalmente
il
rimedio
viene
cercato
ricorrendo
ancora
a
quegli
stessi
meccanismi
sociali
che
ne
sono
una
delle
cause.
È
sufficiente
ricordare
che
gran
parte
del
fallimento
del
recente
vertice
dell’Aja
sul
cambiamento
climatico
verte
sul
dissenso
che
ha
opposto
l’Ue
agli
Usa
sull’estensione
del
commercio
di
aria
calda.
Ossia
sulla
possibilità,
per
un
Paese
avanzato
che
dovrebbe
riconvertire
le
proprie
industrie
e
il
proprio
sistema
di
trasporti
per
produrre
meno
anidride
carbonica
e
altri
gas
serra,
spendendo
una
quantità
enorme
di
denaro,
di
acquistare
invece
dai
paesi
in
via
di
sviluppo
o
dell’est
europeo
che
stanno
al
di
sotto
del
limite
per
essi
stabilito,
una
quota
di
emissioni
pari
alla
quantità
che
dovrebbero
ridurre.
Vale
a
dire,
un
determinato
Paese,
dovendo
ridurre
le
proprie
emissioni
di
anidride
carbonica
del
7%,
pari
a
tot
tonnellate,
paga,
di
meno
di
quel
che
gli
costerebbe
se
dovesse
riconvertire
i
suoi
consumi,
un
paese
terzo
che
gli
cede
i
propri
diritti
ad
emettere
una
analoga
quantità
di
anidride
carbonica.
In
ogni
caso,
si
tratta
di
Conferenze
che
hanno
perso
gran
parte
del
loro
significato,
e
molto
tempo,
senza
che
alcuno
degli
obiettivi
inizialmente
decisi
sia
stato
raggiunto.
Anzi,
da
noi,
in
Italia
le
emissioni
di
anidride
carbonica
non
solo
non
si
sono
fermate
al
livello
delle
quantità
prodotte
nel
1990,
ma
sono
aumentate
del
6,7%
nel
1998.
2.
Qual
è,
dunque,
il
modo
in
cui
l’uomo
abita
la
terra?
Alle
radici
del
pensiero
occidentale
sta
il
celeberrimo
brano
di
Eschilo,
nel
Prometeo
incatenato:
"Prometeo:
Tolsi
ai
mortali
la
preveggenza
della
propria
morte./
Coro:
E
quale
rimedio
trovasti
a
questa
malattia?/
P:
Insinuai
in
loro
cieche
speranze./
C:
È
un
grande
beneficio
questo
che
tu
hai
donato
ai
mortali./
P:
E
poi
diedi
loro
il
fuoco./
C:
Anche
ora
posseggono
il
fuoco
scintillante,
gli
esseri
dalla
breve
vita?/
P:
Conosceranno
molte
arti,
grazie
al
fuoco./
C:
Dunque
per
queste
colpe
Zeus
–/
P:
mi
tortura,
non
dà
tregua
alle
mie
sofferenze"
O,
l’altrettanto
celebre
Coro
dell’Antigone
di
Sofocle:
"Di
molte
specie
è
l’inquietante,/nulla,
tuttavia,
di
più
inquietante
dell’uomo
s’aderge./
Questi
balza
sul
flutto
schiumante/
pel
vento
del
sud
invernale/
e
incrocia
sulle
creste/
delle
onde
furiosamente
spalancantesi
/
anche
la
più
sublime
delle
divinità,
la
terra/
l’indistruttibile,
infaticabile
egli
l’estenua,/
poi
voltandola
d’anno
in
anno,/
passandovi
e
ripassandovi,
con
i
cavalli/
gli
aratri./
Anche
il
leggero
volitante
stormo
d’uccelli/
egli,
irretisce
e
caccia/
e
la
frotta
degli
animali
di
località
selvagge/
e
ciò
che
si
muove
e
risiede
nel
mare,/
l’uomo
sagace./
Con
astuzie
sopraffà
l’animale/
che
sui
monti
pernotta
ed
erra,/
e
al
cavallo
dalla
ruvida
criniera/
e
all’indomito
toro/
circondando
il
collo
col
legno/
impone
il
giogo".
Azioni,
e
cultura,
che
hanno
ridotto
nel
tempo
la
natura
a
puro
oggetto
di
sfruttamento,
trasformando
in
cosa
quello
che
era
ed
è
un
organismo
vivente,
rendendo
res
la
physis.
Con
l’
avvertenza
che
fino
all’avvento
della
rivoluzione
industriale
dell’età
moderna
la
natura
veniva
pur
sempre
considerata
come
un
tutto,
come
un
organismo
vivente,
nel
contesto
di
una
sostanziale
unità
che
legava
l’umanità
alla
terra
e
al
cielo.
(Francesco
d’Assisi
chiamava
beati
fratel
foco
e
sora
acqua,
frate
vento
e
sorella
luna,
ecc.)
Secondo
la
cultura
dello
sviluppo
industriale,
invece,
l’attività
umana
può
crescere
senza
porsi
alcun
limite
e
senza
neppure
tenere
conto
dei
limiti
fisici
della
biosfera.
Anche
perché
poco
si
sa
intorno
a
questi
limiti.
Ed
è
merito
del
pensiero
ecologico
aver
contribuito
alla
rinascita
di
una
percezione
critica
della
linearità
dei
processi
e
dei
fenomeni
sia
fisici
che
biologici.
Dando
spazio
a
culture
che
ripropongono
la
biosfera
come
organismo
vivente.
Il
che,
ovviamente,
comporta
la
messa
in
discussione
di
alcune
fondamenta
sulle
quali
si
reggono
le
economie
di
mercato
e
le
stesse
moderne
società
democratiche.
Cioè
quella
parte
dell’umanità
che
vive
nella
punta
più
avanzata
dello
sviluppo
e
della
crescita
civile.
William
Petty
sostenne
che
il
lavoro
è
il
padre
e
la
natura
è
la
madre
della
ricchezza.
Vorrei
ricordare
questo
punto
per
dire
che
mentre
ai
tempi
di
Petty
si
voleva
sostanzialmente
sottolineare
la
capacità
di
dominio
dell’uomo
sulla
natura,
oggi
è
possibile
indicare
anche
il
dato
quantitativo
che
sta
alla
base
di
quella
affermazione,
sostanzialmente
giusta.
Un
famoso
studio
pubblicato
sulla
rivista
"Nature"
stima
pari
a
33
trilioni
di
dollari
Usa
l’anno,
l’apporto
della
terra
(della
natura)
alla
formazione
della
ricchezza,
contro
un
apporto
dell’attività
umana
pari
soltanto
a
18
trilioni
di
dollari
Usa
l’anno.
Una
bella
differenza!
Ogni
analisi
e
ogni
politica
di
programmazione
dovrebbe
partire
dalla
valutazione
di
questi
dati
e
dalla
considerazione
dell’entità
progressivamente
sempre
più
consistente
delle
perdite
e
degli
sprechi
di
capitale
naturale
(da
50
a
33
trilioni
di
dollari
Usa
in
pochi
anni).
Perché
procedendo
così
come
l’umanità
sta
procedendo
si
è
innestata
una
dinamica
che
sta
portando
non
solo
all’accentuarsi
della
disuguaglianza
tra
gli
uomini,
ma
anche
alla
non
sostenibilità,
da
parte
dei
cicli
biogeochimici
globali,
della
pressione
esercitata
dall’uomo.
Il
fatto
è
che
la
produzione
non
può
essere
infinitamente
crescente
in
un
mondo
finito.
Vi
è
un
limite
fisico,
indipendente
dagli
esiti
definiti
dall’ulteriore
sviluppo
di
tecnologie
più
avanzate
e
dallo
stesso
lavoro
dell’uomo.
Le
leggi
della
termodinamica
determinano
l’impossibilità
dello
sfruttamento
di
un
bene
quando
si
spenda
per
produrlo
una
energia
maggiore
di
quella
che
se
ne
può
ricavare
dal
suo
utilizzo.
Nicholas
Georgescu
Roegen
ha
avuto
il
grande
merito
di
indicare
nell’entropia
(cioè
nel
progressivo
degrado
della
materia
e
dell’energia
a
causa
delle
trasformazioni
cui
vengono
sottoposte)
la
caratteristica
saliente
della
produzione
in
un
contesto
–
quello
terrestre
–
nel
quale
le
varie
risorse
naturali
(il
rame,
l’alluminio,
il
carbone
ecc.)
sono
in
quantità
finite
e
dove
il
riuso
e
il
riciclo
comportano
la
spendita
di
crescenti
quantità
di
energia.
Sempre
che
ciò
sia
possibile,
perché
alcuni
fenomeni
sono
irreversibili
o
tali
da
mettere
capo
comunque
a
un
bilancio
energetico
negativo.
La
carrying
capacity
del
pianeta,
cioè
la
capacità
di
assorbire
l’impatto
determinato
dalle
specie
viventi
e
soprattutto
dalla
specie
umana,
non
può
essere
illimitata,
non
può
funzionare
oltre
il
limite
dato
dagli
specifici
ritmi
della
natura.
Con
i
quali
dobbiamo
riuscire
a
mantenere
il
giusto
equilibrio.
Una
politica
attenta
ai
vincoli
biofisici
della
terra
comporta
il
controllo
della
crescita:
della
crescita
della
specie
umana
e
della
crescita
della
produzione,
e
postula
inoltre
la
equa
ripartizione
della
ricchezza
prodotta,
ossia
l’eguaglianza
di
tutti
gli
esseri
umani.
In
tutta
evidenza,
la
nostra
attuale
società
non
rispetta
alcuna
di
queste
condizioni.
Non
è
sufficiente
controllare
le
nascite,
sosteneva
Hermann
Daly
"se
non
si
riforma
il
diritto
di
proprietà,
altrimenti
si
ridurrà,
al
più,
il
numero
dei
poveri
senza
eliminare
la
povertà".
Né
è
pensabile
vi
siano
modelli
di
sviluppo
compatibile
per
l’ambiente
e
la
qualità
della
vita
senza
ridurre
drasticamente
l’uso
di
beni,
in
particolare
l’energia
fossile
e
quella
nucleare.
Mi
si
permetta
lo
sfogo:
anche
a
sinistra
si
sente
dire
che
bisogna
piuttosto
cercare
di
trasformare
l’ambiente
in
ricchezza
e
che,
per
farlo,
occorre
realizzare
un
modello
che
non
comporti
la
distruzione
delle
risorse
naturali
e
ambientali,
ma
invece
determini
una
crescita
forte
e
rispettosa
dell’ambiente.
A
parte
l’andamento
tautologico
dell’affermazione,
si
può
al
massimo
cercare
di
capire
la
motivazione
politica
che
ne
è
alla
base.
Anche
se
mai
come
in
questo
caso
la
politica
sembra
essere
più
distante
dalla
realtà:
poiché
si
pone
una
condizione
impossibile
da
rispettare
o
raggiungere.
Il
problema,
infatti,
non
è
tecnologico,
non
si
può
affidare
alla
ricerca
tecnologica
di
trovare
una
soluzione
impossibile
nell’ambito
delle
leggi
della
fisica
e
della
biologia.
La
soluzione
va
precisamente
ricercata
sovvertendo,
abbandonando,
l’attuale
modello
di
produzione
e
i
conseguenti
stili
di
vita.
Peraltro,
se
la
ricchezza
è
il
prodotto
della
natura
e
del
lavoro
umano,
il
valore
è
dato
dalla
società,
è
quindi
una
costruzione
umana
senza
più
alcun
riferimento
alla
naturalità
dei
beni.
Ecco
perché
è
necessario
pensare
con
urgenza
a
un
processo
produttivo
che
stia
in
equilibrio
con
i
tempi
e
i
ritmi
degli
ecosistemi,
dimensionato
su
flussi
di
energia
e
di
beni
rinnovabili.
Un
sistema
di
produzione
contenuto
e
non
fine
a
se
stesso,
i
cui
prodotti
siano
equamente
distribuiti
fra
gli
esseri
umani.
Un
compito
difficilissimo,
quindi,
quello
di
operare
per
il
riconoscimento
consapevole
della
dipendenza
dalla
natura
della
produzione
delle
merci.
Produzione
di
merci
a
mezzo
di
natura,
è
stato
detto
a
significare
un
ripensamento
di
fondo
e
la
ricerca
di
un’altra
strada,
a
cui
dovrebbero
lavorare
tutti,
superando
la
parcellizzazione
dei
saperi
e
le
remore
della
politica.
[...]