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L'ECOLOGIA E LE INSUFFICIENZE DELLA POLITICA (VITTORIO SARTOGO) 

1. Adam Smith, nella Ricchezza delle nazioni, scrive: "Non è dalla benevolenza del macellaio, del birraio o del fornaio che noi attendiamo il nostro pranzo, ma dalla loro considerazione dell’interesse proprio. Noi ci rivolgiamo non alla loro umanità, ma al loro interesse, e non parliamo mai loro dei nostri bisogni, ma dei loro vantaggi".
Mai affermazione risulta tanto inquietante e non vera, come ai nostri giorni. Non soltanto la produzione capitalistica non è stata orientata che in minima parte al soddisfacimento dei bisogni individuali o sociali, essendo essenzialmente il suo scopo quello di assicurare il massimo possibile del profitto, ma, insomma, il domandante non è affatto il sovrano che si dice che sia. Poiché il consumatore chiede soltanto ciò che può effettivamente chiedere nell’ambito delle alternative che di fatto gli si offrono, le quali, appunto, sono quelle che i produttori capitalistici ritengono di poter offrire sulla base dei loro calcoli di convenienza. E seppure il valore di scambio presuppone certamente l’esistenza del valore d’uso di un determinato bene, avviene che, per restare nell’esempio tratto da Smith, "nelle mani del fornaio, il pane è soltanto il portatore di un rapporto economico , in quelle del consumatore è invece cibo. Per divenire valore di scambio una merce deve cessare di essere valore d’uso. ... mentre la sua utilizzazione come valore d’uso presuppone la sua esistenza come valore di scambio" (Marx, Per la critica dell’economia politica).


Ma, poi, le alternative non disponibili sono anche pensabili?
In premessa al famoso Rapporto del Mit sui limiti della crescita era riprodotto un grafico riguardante lo schema degli interessi delle persone inquadrati nel tempo (in termini di giorni, pochi anni, durata della vita, generazioni future) e nello spazio (in termini di famiglia, vicinato, razza, paese, mondo). La maggioranza delle persone è interessata esclusivamente ai problemi della propria famiglia o degli amici in un futuro a breve termine. Soltanto pochi hanno una prospettiva realmente globale, estesa ai vari e complessi problemi dell’intero mondo in un futuro non troppo vicino.
Appare clamoroso l’ errore compiuto da Smith, di considerare naturali o valide al di fuori del tempo in cui venivano pensate le caratteristiche della società che stava studiando. Nel senso che la divisione del lavoro, alla base della crescente produttività del lavoro della moderna economia capitalistica, non postula affatto come unico e necessario mezzo di scambio l’interesse privato e ancor meno funziona la cosiddetta mano invisibile che armonizza gli interessi in gioco. Ci sono voluti 225 anni, ma la smentita definitiva è arrivata, anche se si stenta a riconoscerla per tale! Naturalmente, molti altri potrebbero essere gli esempi attraverso i quali dimostrare che stanno divenendo insostenibili le condizioni stesse che permettono l’evoluzione della specie umana, e addirittura la sua stessa sopravvivenza. Se ne possono citare alcuni tra i più evidenti, dal cambiamento climatico, all’inquinamento dell’aria, al depauperamento dell’acqua, al consumo di territorio e alla desertificazione, alla riduzione della diversità biologica, ecc.


Il terzo Rapporto Ipcc, per esempio, contiene l’annuncio di vere e proprie imminenti catastrofi, indicate dalle nuove e ulteriori misurazioni effettuate sulla riduzione dei ghiacci dell’Antartide e dalle analisi degli impatti, determinati dall’aumento della temperatura dell’atmosfera terrestre, sul regime delle piogge, sui rischi di alluvione, sulle possibilità di avanzamento delle zone desertiche e semi desertiche. In definitiva, sui processi irreversibili che il cambiamento climatico può produrre negli ecosistemi terrestri.
Né possiamo sottovalutare che gran parte della popolazione di Africa, Asia e America Latina, è povera o poverissima e continuerà ad essere tale nel prossimo futuro. Nonostante i solenni impegni della comunità internazionale: negli ultimi trent’anni non si è registrato alcun miglioramento nelle condizioni di vita di quelle popolazioni. Un miliardo e 200 milioni di persone vivono al disotto della soglia della povertà (due dollari al giorno) e l’80% di esse vivono nelle campagne. Campagne che a loro volta presentano accentuati gradi di degrado ambientale. Dobbiamo infatti tener presente che i sistemi agricoli più fragili, perché propri di popolazioni povere e più direttamente legati all’avvicendarsi delle stagioni – ovvero con minor uso della chimica e di sistemi tecnologici –, sono anche i più esposti e saranno i più colpiti dalla conseguenze indotte dal cambiamento climatico. E sono anche i meno suscettibili di essere difesi o protetti.


Si tratta di aspetti noti della costruzione sociale di disastri ambientali.
Il punto è di capire perché alla descrizione della catastrofe fisica sia così difficile far seguire l’analisi della catastrofe politica che ne è il presupposto.
In altro contesto, Vincenzo Cuoco ebbe a dire: "Ma una catastrofe fisica è, per l’ordinario, più esattamente osservata e più veracemente descritta di una catastrofe politica. La mente, in osservar questa, segue sempre i moti irresistibili del cuore; e degli avvenimenti che più interessano il genere umano, invece di aversene la storia, non se ne ha per lo più che l’elogio o la satira" (Saggio storico sulla rivoluzione di Napoli).
Così avviene che la critica della forma determinata nella quale si svolge lo scambio uomo–natura ha perso ogni determinante politico e il modello capitalistico appare sempre di più un modello naturale, inerente all’intima struttura della società umana. Di pari passo con la scomparsa e il fallimento pratico delle alternative tentate, dei progetti elaborati dalla politica, dalle società umane o dalle classi che si sono poste il problema di contrastare la forza sfigurante e la spietatezza della ricerca del massimo profitto. E vi è una difficoltà oggettiva a raccontare il nesso che lega l’economia capitalistica al disastro ambientale, anzi paradossalmente il rimedio viene cercato ricorrendo ancora a quegli stessi meccanismi sociali che ne sono una delle cause.


È sufficiente ricordare che gran parte del fallimento del recente vertice dell’Aja sul cambiamento climatico verte sul dissenso che ha opposto l’Ue agli Usa sull’estensione del commercio di aria calda. Ossia sulla possibilità, per un Paese avanzato che dovrebbe riconvertire le proprie industrie e il proprio sistema di trasporti per produrre meno anidride carbonica e altri gas serra, spendendo una quantità enorme di denaro, di acquistare invece dai paesi in via di sviluppo o dell’est europeo che stanno al di sotto del limite per essi stabilito, una quota di emissioni pari alla quantità che dovrebbero ridurre. Vale a dire, un determinato Paese, dovendo ridurre le proprie emissioni di anidride carbonica del 7%, pari a tot tonnellate, paga, di meno di quel che gli costerebbe se dovesse riconvertire i suoi consumi, un paese terzo che gli cede i propri diritti ad emettere una analoga quantità di anidride carbonica.
In ogni caso, si tratta di Conferenze che hanno perso gran parte del loro significato, e molto tempo, senza che alcuno degli obiettivi inizialmente decisi sia stato raggiunto. Anzi, da noi, in Italia le emissioni di anidride carbonica non solo non si sono fermate al livello delle quantità prodotte nel 1990, ma sono aumentate del 6,7% nel 1998.

2. Qual è, dunque, il modo in cui l’uomo abita la terra? Alle radici del pensiero occidentale sta il celeberrimo brano di Eschilo, nel Prometeo incatenato: "Prometeo: Tolsi ai mortali la preveggenza della propria morte./ Coro: E quale rimedio trovasti a questa malattia?/ P: Insinuai in loro cieche speranze./ C: È un grande beneficio questo che tu hai donato ai mortali./ P: E poi diedi loro il fuoco./ C: Anche ora posseggono il fuoco scintillante, gli esseri dalla breve vita?/ P: Conosceranno molte arti, grazie al fuoco./ C: Dunque per queste colpe Zeus –/ P: mi tortura, non dà tregua alle mie sofferenze"
O, l’altrettanto celebre Coro dell’Antigone di Sofocle: "Di molte specie è l’inquietante,/nulla, tuttavia, di più inquietante dell’uomo s’aderge./ Questi balza sul flutto schiumante/ pel vento del sud invernale/ e incrocia sulle creste/ delle onde furiosamente spalancantesi / anche la più sublime delle divinità, la terra/ l’indistruttibile, infaticabile egli l’estenua,/ poi voltandola d’anno in anno,/ passandovi e ripassandovi, con i cavalli/ gli aratri./ Anche il leggero volitante stormo d’uccelli/ egli, irretisce e caccia/ e la frotta degli animali di località selvagge/ e ciò che si muove e risiede nel mare,/ l’uomo sagace./ Con astuzie sopraffà l’animale/ che sui monti pernotta ed erra,/ e al cavallo dalla ruvida criniera/ e all’indomito toro/ circondando il collo col legno/ impone il giogo".
Azioni, e cultura, che hanno ridotto nel tempo la natura a puro oggetto di sfruttamento, trasformando in cosa quello che era ed è un organismo vivente, rendendo res la physis. Con l’ avvertenza che fino all’avvento della rivoluzione industriale dell’età moderna la natura veniva pur sempre considerata come un tutto, come un organismo vivente, nel contesto di una sostanziale unità che legava l’umanità alla terra e al cielo. (Francesco d’Assisi chiamava beati fratel foco e sora acqua, frate vento e sorella luna, ecc.)


Secondo la cultura dello sviluppo industriale, invece, l’attività umana può crescere senza porsi alcun limite e senza neppure tenere conto dei limiti fisici della biosfera. Anche perché poco si sa intorno a questi limiti. Ed è merito del pensiero ecologico aver contribuito alla rinascita di una percezione critica della linearità dei processi e dei fenomeni sia fisici che biologici. Dando spazio a culture che ripropongono la biosfera come organismo vivente. Il che, ovviamente, comporta la messa in discussione di alcune fondamenta sulle quali si reggono le economie di mercato e le stesse moderne società democratiche. Cioè quella parte dell’umanità che vive nella punta più avanzata dello sviluppo e della crescita civile.
William Petty sostenne che il lavoro è il padre e la natura è la madre della ricchezza. Vorrei ricordare questo punto per dire che mentre ai tempi di Petty si voleva sostanzialmente sottolineare la capacità di dominio dell’uomo sulla natura, oggi è possibile indicare anche il dato quantitativo che sta alla base di quella affermazione, sostanzialmente giusta. Un famoso studio pubblicato sulla rivista "Nature" stima pari a 33 trilioni di dollari Usa l’anno, l’apporto della terra (della natura) alla formazione della ricchezza, contro un apporto dell’attività umana pari soltanto a 18 trilioni di dollari Usa l’anno. Una bella differenza!


Ogni analisi e ogni politica di programmazione dovrebbe partire dalla valutazione di questi dati e dalla considerazione dell’entità progressivamente sempre più consistente delle perdite e degli sprechi di capitale naturale (da 50 a 33 trilioni di dollari Usa in pochi anni). Perché procedendo così come l’umanità sta procedendo si è innestata una dinamica che sta portando non solo all’accentuarsi della disuguaglianza tra gli uomini, ma anche alla non sostenibilità, da parte dei cicli biogeochimici globali, della pressione esercitata dall’uomo.
Il fatto è che la produzione non può essere infinitamente crescente in un mondo finito. Vi è un limite fisico, indipendente dagli esiti definiti dall’ulteriore sviluppo di tecnologie più avanzate e dallo stesso lavoro dell’uomo. Le leggi della termodinamica determinano l’impossibilità dello sfruttamento di un bene quando si spenda per produrlo una energia maggiore di quella che se ne può ricavare dal suo utilizzo. Nicholas Georgescu Roegen ha avuto il grande merito di indicare nell’entropia (cioè nel progressivo degrado della materia e dell’energia a causa delle trasformazioni cui vengono sottoposte) la caratteristica saliente della produzione in un contesto – quello terrestre – nel quale le varie risorse naturali (il rame, l’alluminio, il carbone ecc.) sono in quantità finite e dove il riuso e il riciclo comportano la spendita di crescenti quantità di energia. Sempre che ciò sia possibile, perché alcuni fenomeni sono irreversibili o tali da mettere capo comunque a un bilancio energetico negativo.


La carrying capacity del pianeta, cioè la capacità di assorbire l’impatto determinato dalle specie viventi e soprattutto dalla specie umana, non può essere illimitata, non può funzionare oltre il limite dato dagli specifici ritmi della natura. Con i quali dobbiamo riuscire a mantenere il giusto equilibrio. Una politica attenta ai vincoli biofisici della terra comporta il controllo della crescita: della crescita della specie umana e della crescita della produzione, e postula inoltre la equa ripartizione della ricchezza prodotta, ossia l’eguaglianza di tutti gli esseri umani.
In tutta evidenza, la nostra attuale società non rispetta alcuna di queste condizioni.


Non è sufficiente controllare le nascite, sosteneva Hermann Daly "se non si riforma il diritto di proprietà, altrimenti si ridurrà, al più, il numero dei poveri senza eliminare la povertà". Né è pensabile vi siano modelli di sviluppo compatibile per l’ambiente e la qualità della vita senza ridurre drasticamente l’uso di beni, in particolare l’energia fossile e quella nucleare. Mi si permetta lo sfogo: anche a sinistra si sente dire che bisogna piuttosto cercare di trasformare l’ambiente in ricchezza e che, per farlo, occorre realizzare un modello che non comporti la distruzione delle risorse naturali e ambientali, ma invece determini una crescita forte e rispettosa dell’ambiente. A parte l’andamento tautologico dell’affermazione, si può al massimo cercare di capire la motivazione politica che ne è alla base. Anche se mai come in questo caso la politica sembra essere più distante dalla realtà: poiché si pone una condizione impossibile da rispettare o raggiungere. Il problema, infatti, non è tecnologico, non si può affidare alla ricerca tecnologica di trovare una soluzione impossibile nell’ambito delle leggi della fisica e della biologia. 

La soluzione va precisamente ricercata sovvertendo, abbandonando, l’attuale modello di produzione e i conseguenti stili di vita.
Peraltro, se la ricchezza è il prodotto della natura e del lavoro umano, il valore è dato dalla società, è quindi una costruzione umana senza più alcun riferimento alla naturalità dei beni. Ecco perché è necessario pensare con urgenza a un processo produttivo che stia in equilibrio con i tempi e i ritmi degli ecosistemi, dimensionato su flussi di energia e di beni rinnovabili. Un sistema di produzione contenuto e non fine a se stesso, i cui prodotti siano equamente distribuiti fra gli esseri umani. Un compito difficilissimo, quindi, quello di operare per il riconoscimento consapevole della dipendenza dalla natura della produzione delle merci. Produzione di merci a mezzo di natura, è stato detto a significare un ripensamento di fondo e la ricerca di un’altra strada, a cui dovrebbero lavorare tutti, superando la parcellizzazione dei saperi e le remore della politica. [...]

 

 

 

 

 

 

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