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QUESITI GLOBALI. DOMANDE E RISPOSTE SULLA GLOBALIZZAZIONE (1)

 

Questo dossier, scritto prima del G8 di Genova è basato sul sistema FAQ (Frequently Asked Questions, ossia "risposte alle domande più frequenti) e fa riferimento ad una pluralità di fonti che vengono man mano citate. Di seguito sono riportate tutte le domande del dossier: un semplice click ti permetterà di leggerne le relative risposte.

  1. Cos'è la globalizzazione?

  2. La globalizzazione è negativa?

  3. Quale modificazione di fondo produce l'attuale globalizzazione a livello di produzione?

  4. Il trasferimento delle produzioni in Paesi poveri avviene anche per motivi fiscali?

  5. Quali vantaggi fiscali offre alle multinazionali l'attuale globalizzazione?

  6. Che cosa sono le attività economiche offshore?

  7. Quali condizioni di lavoro vengono imposte dall'attuale globalizzazione?

  8. Perchè  i lavoratori accettano questi ritmi massacranti di lavoro?

 

  1. Cos' è la globalizzazione? La globalizzazione è un fenomeno di "annullamento" del tempo e dello spazio consentito dalle nuove tecnologie della comunicazione  e di superamento delle barriere allo spostamento delle merci e delle persone. 

  2. La globalizzazione è negativa? Di per sé non è un fenomeno negativo. Può essere gestita ad esempio per vendere le merci dei paesi poveri "saltando" l'intermediazione delle multinazionali. Ma può essere gestita anche con il fine di mettere i lavoratori di tutto il mondo in competizione fra loro. Per questo sarebbe corretto parlare di "globalizzazione del capitale" e non di generica globalizzazione. Facciamo un esempio di globalizzazione del capitale? Robert B. Reich spiega che, quando un cittadino statunitense acquista per 10.000 dollari una Pontiac Le Mans della General Motors, "3000 dollari vanno in Corea del Sud per lavorazioni di routine e per operazioni di assemblaggio, 1750 in Giappone per componenti ad alta tecnologia (motori, trasmissioni e parti elettroniche), 750 in Germania per il design e per il progetto delle parti meccaniche, 4000 a Taiwan, Singapore e Giappone per piccoli componenti, 250 nel Regno Unito per pubblicità e servizi commerciali e altri 50 circa in Irlanda e nelle Barbados per l'esecuzione di calcoli al computer". Fonte: Robert B. Reich "L'economia delle nazioni. Come prepararsi al capitalismo del Duemila", Il Sole 24 Ore, Milano 1993.

  3. Quale modificazione di fondo produce l'attuale globalizzazione a livello di produzione? La produzione delle merci viene spostata in Paesi in cui il costo del lavoro è minore.  "Trasferendo all'estero le proprie strutture, le grandi imprese sono in grado di aggirare i controlli che una volta i governi e le organizzazioni imponevano loro. Attualmente, se i governi e le organizzazioni dei lavoratori non offrono condizioni lavorative, ambientali, sociali e legislative gradite alle grandi imprese, esse hanno la possibilità di andarsene altrove, lasciando una scia di devastazione economica" (CICG p.31) In tal modo per chi investe non vi sono limiti alla "flessibilità" e di colpo vengono annullati decenni di lotte per i diritti sindacali, la tutela sociale e la salvaguardia dell'ambiente.

  4. Il trasferimento delle produzioni in Paesi poveri avviene anche per motivi fiscali? Sì. Infatti nelle "zone franche" in cui investono le imprese collegate alle multinazionali l'incentivo più forte è quello legato alle esenzioni fiscali. In questi Paesi vengono così attirati i capitali stranieri che in realtà non procurano un gettito fiscale per promuovere la realizzazione di programmi pubblici.

  5. Quali vantaggi fiscali offre alle multinazionali l'attuale globalizzazione? "Il grande capitalismo - scrive Giorgio Bocca - va dove vuole, e non paga più le tasse". In passato le pagava molto meno dei comuni mortali, ma ora, potendo stabilire la sua sede nei Paesi dove le tasse sono basse o addirittura inesistenti, mette assieme profitti enormi. La Bmw in quattro anni è scesa dai 435 milioni di marchi l'anno di tasse pagate ai 32 (...) Senza più frontiere le Guardie di finanza sono come fantasmi" (L'Espresso 11 dicembre 1997).

  6. Che cosa sono le attività economiche offshore? Vengono definite offshore le attività economiche delle imprese fuori dal proprio Paese di origine e soprattutto in Paesi con legislazioni permissive in materia fiscale e di diritti del lavoro. L'offshore banking è l'attività monetaria di banche operanti attraverso filiali nei paradisi fiscali; l'offshore production si concentra nei Paesi a basso costo di manodopera governati da regimi repressivi. (CICG p.86)

  7. Quali condizioni di lavoro vengono imposte dall'attuale globalizzazione? Più o meno le stesse che vissero i lavoratori inglesi nei primi anni della rivoluzione industriale, quando mancavano i diritti sindacali e la previdenza sociale. Ad esempio nelle Filippine nella zona di Cavite "i turni regolari vanno dalle sette di mattino alle dieci di sera, ma alcune notti alla settimana le dipendenti devono lavorare fino alle due di mattino. Nei periodi di maggior lavoro non è raro avere due turni consecutivi di straordinari con la conseguenza che molte donne hanno solo due ore di sonno prima di ripartire da casa per tornare al lavoro (...) In Cina vi sono casi documentati di turni che durano tre giorni consecutivi durante i quali i lavoratori sono costretti a dormire sotto i macchinari". (NL p.196-7) Per non parlare dei bambini incatenati ai telai per produrre tappeti (emblematica è la storia di Iqbal Masih, bambino sindacalista assassinato in Pakistan).

  8. Come mai i lavoratori accettano questi ritmi massacranti di lavoro? La globalizzazione mette in competizione i lavoratori del sud del mondo, in una corsa che mira a raggiungere il minimo salario, le minime garanzie ambientali e sanitarie, il massimo orario di lavoro e il massimo profitto possibile. "Anche se tale processo è stato reso possibile dalle nuove tecnologie di trasporto, comunicazione e produzione, esso è stato largamente dominato dal desiderio di diminuire i costi di produzione". Inoltre "brandendo come una clava la minaccia di trasferirsi le grandi imprese possono estorcere ai lavoratori del loro paese di origine delle concessioni sui salari e sulle condizioni di lavoro" (CICG p.72).

Il dossier è stato curato da Alessandro Marescotti (a.marescotti@peacelink.it) ed è liberamente riproducibile.

 

 

 

 

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