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LA DITTATURA DEL CAPITALISMO (LUTTWAK - MONDADORI)

C'era una volta il giardino zoologico di Buenos Aires. Grande, affascinante, frequentatissimo. E soprattutto gratuito. Poi, un bel giorno, lo stato decide di venderlo per far soldi. La società che lo compra impone un biglietto d'ingresso abbastanza caro. Con il risultato che i bambini più poveri della città non possono più vedere scimmie, tigri, leoni.

È giusto tutto questo? Ed è giusto anche trasformare gli ospedali in macchine da soldi, le biblioteche in imprese per fare profitti? No, risponde, secco e deciso, Edward Luttwak nel suo libro, La dittatura del capitalismo (Mondadori editore), in libreria dal 18 maggio. "Il mio è un attacco al pensiero unico dell'età in cui viviamo, quella del capitalismo al turbo" spiega in questa intervista esclusiva a Panorama. Luttwak, nato nel 1942 in Transilvania, cresciuto ed educato in Italia, in Gran Bretagna e negli Usa, da anni 'senior fellow' del Centro di studi strategici e internazionali di Washington. 

"Lo chiamano libero mercato, ma è un'abbreviazione per molto più che la semplice libertà di comprare e vendere' sostiene." Quello che celebrano, pregano e domandano è l'impresa privata liberata da regole governative, non controllata da sindacati veri, priva di preoccupazioni sentimentali sul destino dei dipendenti o delle comunità, non regolamentata da barriere doganali e molestata il meno possibile da tasse spiega. Sulla scia del filosofo John Gray in Gran Bretagna e del finanziere George Soros in America, anche Luttwak, passato dagli studi di geopolitica a quelli di geoeconomia, riconosce che il capitalismo di fine secolo, pur creando molta ricchezza, contiene germi estremamente pericolosi. Per la stessa democrazia.

Il capitalismo deve avere messo veramente il turbo, se nemmeno una guerra come quella nei Balcani sembra preoccupare Wall street.

Il mondo è diviso. C'è un'arena principale dove ci si occupa di questioni economiche. E una secondaria dove si lotta ancora con le armi in pugno per la conquista del territorio. Queste due arene non sono neppure più in contatto.

È preoccupante?

È tragico ma non preoccupante, perchè l'arena maggiore non è intaccata da quella minore. È tragico nel senso che il piccolo conflitto una volta sarebbe stato sedato, ma anche in un certo senso controllato e reso razionale dall'interessamento dei grandi. E invece viene abbandonato a se stesso e alla barbarie.

Sì, ma le grandi potenze occidentali sono intervenute contro Slobodan Milosevic.

D'accordo, ma lo fanno con la mano sinistra. Per esempio, bombardano ma non sono disposti a schierare le truppe di terra in un ambiente ostile.

E intanto il mercato vola.

Esatto. Ma, come ho detto, è tragico. Soprattutto perchè nell'arena principale sta giocando solo Wall street, che è al massimo, mentre sono escluse per esempio le materie prime, che hanno toccato i prezzi minimi. Questo è uno scenario da 1929.

Insomma, una borsa così alta non significa che l'economia americana funzioni davvero.

Anche nel 1929 la borsa era ai massimi mentre il prezzo del grano, della carne di maiale, dell'olio, del petrolio e del carbone era ai minimi. Io vedo una deflazione globale in corso. Deflazione vuol dire prezzi in discesa perchè la domanda è in discesa.

Non crede nemmeno ai miracoli di due uomini come il governatore della Federal reserve, Alan Greenspan, e il ministro del Tesoro Usa, Bob Rubin, che per dieci anni ci hanno garantito benessere e prosperità intervenendo sempre nel momento giusto per correggere le distorsioni dell'economia?

Il grande merito di Greenspan è di avere ucciso il drago dell'inflazione. Ma quando l'ha fatto il drago era già moribondo. Quello che c'è oggi è lo strangolamento della domanda. I miei amici in Brasile vendono la soia al prezzo di due anni fa.

Perchè?

Perchè in Asia la domanda è bloccata dal crollo finanziario e in Europa dall'euro che ha prodotto tagli alla spesa pubblica e aumento delle tasse.

di Pino Buongiorno, 7/05/1999

   

 

 

 

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