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Non sempre il lavoro produce uno
sviluppo equo e solidale. Possiamo constatare come la globalizzazione
dell’economia mondiale abbia creato un nuovo ordine economico internazionale,
in cui la ricchezza prodotta non si traduce in miglioramento per le popolazioni
di buona parte del mondo, ma crea disoccupazione, salari bassi, distruzione
delle economie rurali e delle aziende famigliari.
Da due anni a questa parte si parla molto di
globalizzazione dei mercati, spesso ignorando che questo fenomeno, che a noi può
sembrare nuovo, risale in realtà all’epoca del colonialismo.
Il termine globalizzazione ha più
significati.Con esso si intende indicare ad esempio l’estensione della
razionalità tecnico-economica ad ogni campo. Ciò significa che le imprese, che
ormai sono spesso multinazionali, devono avere la capacità di variare la
propria produzione in base alle esigenze di mercato. Ne è un esempio la
multinazionale Maxus, che produceva bombe al Napalm, e in seguito a svariati
processi intentati da ecologisti e reduci dal Vietnam, ha rivoluzionato
completamente la produzione, diventando industria estrattiva e operando nella
amazzonia ecuadoriana.
Ma globalizzazione significa anche
delocalizzazione dell’impresa. Le imprese americane ed europee attuano la
produzione, o l’estrazione delle materie prime, nei paesi del sud del mondo,
dove è presente manodopera a basso costo. In questo modo limitano i costi di
produzione e aumentano i profitti. Come diretta conseguenza, i paesi in via di
sviluppo, la cui economia si basa spesso sulla monocoltura, sono costretti ad
esportare tutti gli altri prodotti necessari alla sopravvivenza, creando un
enorme flusso di capitali che alimenta la ricchezza dei paesi del nord del mondo
e fa crescere a dismisura il debito pubblico.
Spesso le multinazionali stringono accordi
economici coi i singoli stati, i quali concedono parte del territorio
sottraendolo ai contadini con la forza. Accade frequentemente che contadini
sudamericani vengano privati delle proprie terre dall’esercito o da squadroni
paramilitari, finanziati dalle stesse multinazionali. Questo fenomeno porta
spesso a episodi di rivolta, come la guerriglia che da anni sta devastandoli
Chiapas, regione messicana da sempre contraria all’accordo NAFTA, di cui fanno
parte Messico, Stati Uniti e Canada.
Un altro punto è quello che riguarda il
moderno sistema finanziario, il quale permette di effettuare operazioni di tipo
speculativo sulle valute, creando così capitale ma non posti di lavoro. Ma solo
chi possiede capitali da investire può permettersi di effettuare speculazioni,
e ciò aumenta ulteriormente il divario tra i paesi ricchi e i paesi poveri.
Tutto questo ci permette di capire perché
il 10 % dei paesi (quelli appartenenti al nord del mondo) possiedono l’80 %
della ricchezza globale.
E’ in questo contesto che nascono i gruppi
anti-globalizzazione. Pacifisti, cattolici, ambientalisti, vengono tutti
raggruppati sotto il nome di “Popolo di Seattle” o “No-Global”,
eliminando così le profonde differenze esistenti tra i vari movimenti.
L’evento in cui si è parlato di più del popolo no-global è stato
sicuramente il G-8 di Genova. Credo che i mass-media si siano concentrati più
sugli scontri tra i due schieramenti (forze dell’ordine e contestatori) che
non sui dibattiti e sugli incontri promossi da entrambe le parti, e sui
risultati ottenuti.
Gli otto “grandi” partecipanti al
vertice hanno stilato un documento finale in cui si continua la linea del
“neoliberismo” intrapresa da qualche anno, e si annuncia che verranno
assicurati i farmaci necessari alla cura delle malattie maggiormente
responsabili della morte nel terzo mondo (tra cui l’AIDS). Il guaio è che il
controllo del mercato farmaceutico è nelle mani delle grandi multinazionali, le
quali possono imporre i prezzi che vogliono, a danno dei paesi poveri. Non è
forse un altro modo per aumentare il divario di ricchezza tra nord e sud?
Un’alternativa a tutto ciò è
rappresentata dalle associazioni no-profit che operano in tutto il mondo e che
hanno come scopo lo sviluppo dei paesi del terzo mondo. In questi organismi si
collocano la Banca Popolare Etica Italiana, la Triodos Bank (Olanda-Belgio), la
Grameen Bank (Bangladesh) e altri enti non governativi che operano nel sistema
bancario al fine di offrire migliori condizioni sui prestiti o, in alcuni casi,
di fare da garante delle piccole cooperative agricole presso i colossi bancari.
Questo ci fa capire che ci sono persone a cu
stanno a cuore i diritti dei paesi e che combattono queste ingiustizie con armi
che non sono né i fucili né i carri armati.
Penso che la globalizzazione di per sé non
sia un fenomeno negativo, ma il problema è che gli stati potenti lo usano per
incrementare i propri profitti.
Non ha senso che i capi di stato parlino di
“libertà” quando poi le multinazionali dei loro paesi riducono in schiavitù
migliaia di persone.
Io sarei favorevole ad una globalizzazione
più giusta, che tenga conto delle esigenze e soprattutto dei diritti di tutti
quegli stati che vengono sfruttati dai paesi del nord del mondo.
Andrea Venturini