da
"La
Repubblica", 30 novembre 2001
NESSUNO
sa quando e come vinceremo questa guerra. Qualche idea ce la siamo invece fatta
su come potremmo perderla. Ad esempio, imbarcandoci in una guerra mondiale
permanente: oggi in Afghanistan, domani in Iraq, dopodomani chissà dove. Forse
riusciremmo a imporre la forza delle nostre armi, ma le devastazioni culturali e
sociali di una guerra potenzialmente eterna ci cambierebbero i connotati.
Se per
redimere il resto del mondo sfigurassimo l'Occidente, non avremmo troppo da
celebrare. A questo inclina la retorica della "sicurezza sopra tutto",
che trasforma la guerra da mezzo a fine e tende ad assimilarci alla barbarie che
vorremmo estirpare.
Siamo
per fortuna lontani da un simile esito. Ma, come suggerivano gli antichi,
principiis obsta – è meglio opporsi subito. Già osserviamo alcuni sintomi
poco promettenti. Specialmente negli Stati Uniti. Tanto da far esclamare al
senatore americano Patrick J. Leahy: "Rischiamo di assomigliare ad alcune
delle cose che vogliamo combattere". Il presidente della Commissione
Giustizia del Senato (democratico) si riferisce alle misure speciali
antiterrorismo che il governo ha preso senza consultare il Congresso.
La più
rilevante è il decreto con cui Bush ha stabilito che gli stranieri accusati di
terrorismo saranno processati da tribunali speciali militari. I quali
giudicheranno in segreto e potranno condannare l'accusato a morte senza
possibilità di appello, anche usando prove inammissibili davanti a una corte
civile. In parole povere, l'esecutivo dice giustizia.
Non
basta. In questi giorni migliaia di mediorientali regolarmente residenti in
America stanno ricevendo una lettera in cui li si invita a farsi
"intervistare" dalla polizia: "Gentile signore, non abbiamo
ragione di pensare che Lei sia in alcun modo coinvolto in attività
terroristiche.
Tuttavia, Lei può conoscere qualcosa che potrebbe aiutarci nei
nostri sforzi". A parte la discriminazione per razza, appare molto
ottimistico immaginare che eventuali soci di bin Laden non attendano che di
essere convocati al posto di polizia per spifferare tutto. L'effetto è semmai
di confermare alcuni milioni di arabi americani nell'idea di essere oggetto di
una campagna di odio.
Inoltre,
il ministro della Giustizia John Ashcroft – il quale tiene a far sapere che la
mattina invece dei giornali legge la Bibbia – ha escogitato una quantità di
misure di dubbia efficacia contro i terroristi ma di sicura presa sulle garanzie
dei cittadini. Ad esempio, la detenzione di 652 persone in seguito all'inchiesta
sull'11 settembre, nessuna delle quali accusata di terrorismo. Di quasi tutti
non si conosce il nome.
Costoro non possono conferire con gli avvocati se non
accettando che la conversazione sia registrata. La tesi del governo è che in
questo momento la priorità è la protezione delle vite americane: "È
difficile per una persona in carcere uccidere innocenti", ci illumina
Ashcroft. Ragionamento ineccepibile. Preso sul serio, e
l'attorney general è
persona seria, significa che per essere totalmente sicuri che innocenti non
vengano uccisi chiunque abiti il suolo americano va incarcerato. Carcerieri
compresi.
Un
altro argomento a favore di Ashcroft sembra essere la necessità di evitare che
l'eventuale processo a bin Laden si risolva in una sceneggiata televisiva stile
O.J. Simpson. Con i principi del foro a difendere il miliardario saudita, il
quale non mancherebbe di glissare antipatici pettegolezzi circa i suoi passati
rapporti con Casa Bianca e dintorni. Ma per questo non c'è bisogno di rivoltare
dalle fondamenta l'amministrazione della giustizia in uno dei paesi più
liberali del mondo.
C'è un mezzo più sicuro, cui i vincitori spesso ricorrono
in simili casi: uccidere il leader nemico. Nella sua grotta o sul campo di
battaglia. Eventualmente aiutandolo a suicidarsi, se da solo proprio non ce la
facesse.
Quando
la guerra è cominciata eravamo tutti consapevoli di dover pagare un prezzo in
termini di libertà. È semplicemente inevitabile, se vogliamo vincerla. Sarebbe
ipocrita, oltre che pericoloso per la salute, far finta di nulla. Ma le scelte
di Bush e Ashcroft esprimono rabbia, paura e una certa libidine fondamentalista.
Sono volte a captare gli umori della gente più che a sconfiggere il nemico.
Rischiano di essere inefficaci prima ancora che illiberali. Nell'inchiesta
sull'11 settembre gli americani hanno messo le mani su 548 persone accusate di
violare la legge sull'immigrazione e 104 incriminate per reati ordinari. In
Italia abbiamo preso alcuni presunti associati di Al Qaeda senza scardinare le
garanzie costituzionali.
È
estremamente improbabile, poi, che un qualsiasi paese civile possa estradare
detenuti destinati a finire davanti a un tribunale militare segreto, fors'anche
su una sedia elettrica. La caccia al mediorientale conforta invece la propaganda
di bin Laden sulla "jihad difensiva" contro l'aggressione antiislamica
di "ebrei e crociati". Non si vede proprio che cosa l'America e
l'Occidente abbiano da guadagnare da uno "scontro di civiltà" contro
i musulmani – oggi un quinto dell'umanità, destinato a diventare un terzo nel
2025.
Finora
gli Stati Uniti hanno fatto lezione al mondo sui "diritti umani".
Senza perdere di vista i propri interessi. Brandendo anzi la suprema arma del
"diritto" contro i nemici del momento. Non c'è da scandalizzarsi:
ognuno usa gli strumenti che considera più efficaci. In questo caso, però, lo
strumento è delicatissimo. Giacché incarna e ostenta la propria superiorità
morale.
Quando si istituiscono tribunali speciali in casa propria, è meno
facile fare le pulci ai cinesi o a Saddam. Se il diritto obbedisce a fini
strategici cessa di essere tale. E lo fa dubitare di se stesso, rendendolo più
vulnerabile. Anche le armi migliori si logorano con l'uso. Evitiamo almeno di
trasformarle in boomerang.
LUCIO
CARACCIOLO