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A CHI APPARTENGONO LE CONOSCENZE? (DI PHILIPPE QUEAU)

 

da Le Monde Diplomatique, gennaio 2000

di Philippe Quéau*
Lungi dall'essere un semplice adattamento tecnico alla "società dell'informazione", l'evoluzione del diritto della proprietà intellettuale è un obbiettivo politico. Invocando la "rivoluzione multimedia", alcuni gruppi d'interessi si sono infatti mobilitati per chiedere e ottenere una revisione del diritto riguardante la proprietà intellettuale nel senso di un suo rafforzamento a favore dei detentori di questi diritti. Essi hanno ottenuto una estensione della durata di protezione delle opere, la creazione di nuovi diritti di proprietà intellettuale come il diritto detto sui generis, che protegge l'attività, non inventiva, di costituzione di banche dati a partire da elementi preesistenti , la limitazione delle eccezioni legali come l'uso leale delle opere protette (fair use) , la rimessa in causa di vantaggi acquisiti per gli utenti (il caso delle biblioteche pubbliche), e persino la possibilità di brevettare programmi informatici. Nel 1985, tutti i dati del programma pubblico americano di osservazione della terra via satellite Landsat furono concessi a EOPSat, una filiale di General Motors e di General Electric.
Risultato: il costo di accesso ai dati si moltiplicò per venti.
Gli istituti universitari non potevano più accedere a queste informazioni dal prezzo ormai esorbitante, sebbene fossero state ottenute grazie a un finanziamento integralmente pubblico. Lo sfruttamento dei dati ha favorito soprattutto alcune grandi compagnie petrolifere, che sono state così direttamente sovvenzionate.
Dietro tale evoluzione si profila una ristrutturazione dei rapporti di forza fra stati (esportatori o importatori netti di produzioni intellettuali) e fra gruppi sociali dagli interessi divergenti (azionisti di imprese, insegnanti, educatori, ricercatori scientifici, utenti). S'impone quindi una riflessione sul concetto di "interesse generale", per evitare che i gruppi dominanti manipolino il diritto della proprietà intellettuale a loro esclusivo vantaggio. La maggior parte delle innovazioni e invenzioni ha origine da idee che fanno parte del patrimonio comune dell'umanità. E' quindi anormale ridurre l'accesso alle informazioni e alle conoscenze che costituiscono questo patrimonio comune con i meccanismi di un diritto troppo desideroso di tutelare interessi particolari. Garantire la protezione di una "proprietà pubblica" mondiale dell'informazione e della conoscenza è un aspetto importante della difesa dell'interesse generale. Del resto il mercato si avvale dei "beni pubblici mondiali" attualmente disponibili, come le conoscenze di dominio pubblico, o le informazioni o ricerche finanziate da fondi pubblici. Ma non gli spetta di contribuire direttamente alla promozione e alla tutela di questo spazio pubblico. Compito di cui le organizzazioni internazionali si potrebbero invece fare carico facilmente. La "rivoluzione multimedia" ha fatto da detonatore e da pretesto per il lancio di un programma complessivo di revisione del diritto della proprietà intellettuale, iniziato nel 1976 con la revisione della legge sul diritto d'autore (Copyright Act) negli Stati uniti. Le direttive europee sulle banche dati (1) o sulla protezione dei programmi informatici (2), i due trattati dell'Organizzazione mondiale della proprietà intellettuale (Ompi) adottati nel 1996 (Trattato sulle interpretazioni ed esecuzioni e sui fonogrammi e Trattato sul diritto d'autore), il Digital Millenium Copyright Act ("legge sul diritto d'autore per il millennio numerico") o il Sonny Bono Copyright Term Extension Act ("estensione della durata del diritto d'autore") adottati nell'ottobre 1998 negli Stati uniti, l'accordo sugli Adpic (3), etc. sono dimostrazioni di una forte bulimia giuridica. Prima dell'accordo sugli Adpic, alcuni paesi come la Cina, l'Egitto o l'India concedevano e riconoscevano brevetti sui procedimenti farmaceutici, ma non sui prodotti finali. Questo ha permesso la produzione locale di farmaci generici con una notevole riduzione dei costi. Come sottolineava il rapporto del Programma delle Nazioni unite per lo sviluppo (Undp) del 1999, il prezzo dei farmaci può essere fino a tredici volte più alto in Pakistan, paese che accetta i brevetti sui prodotti, che in India.
Consenso euro-americano Esemplare il caso del Sudafrica, che sta per autorizzare la fabbricazione di farmaci contro l'aids da parte di imprese farmaceutiche nazionali nonostante l'esistenza di brevetti detenuti da compagnie americane o europee (si legga, alle pagine 8 e 9 il servizio di Martine Bulard). In un mondo in cui la scienza rimane una prerogativa dei paesi ricchi mentre i poveri continuano a morire, non c'è dubbio che le raffinatezze della proprietà intellettuale sono meno convincenti delle realtà sociali. I gruppi transnazionali e le istituzioni dei paesi ricchi brevettano tutto quanto è possibile, dal genoma umano alle piante subtropicali, perpetrando una vera e propria rapina sul bene comune dell'umanità. E' necessaria una riflessione collettiva sulla tutela e sul finanziamento dei "beni pubblici mondiali" senza i quali l'umanità si ridurrebbe a una miriade d'interessi categoriali.
Contro la voracità degli interessi privati, è urgente rivitalizzare, rafforzare e proteggere il concetto di "proprietà pubblica" in un momento in cui gli operatori privati tentano di allargare il loro campo di appropriazione dell'informazione. Consideriamo, ad esempio, la proprietà dei dati grezzi e dei fatti. Ovunque lo stato si "disimpegna" e delega la gestione di numerose banche dati pubbliche a subappaltatori che ne recuperano così i diritti di esercizio. La Securities and Exchange Commission (Sec, "gendarme della Borsa" americano) è stata così costretta a riacquistare i propri dati da un gruppo commerciale che ne è ormai "proprietario". Il ministero statunitense della giustizia aveva ceduto i diritti di pubblicazione delle leggi federali alla società West Publishing. Una versione commerciale di questa pubblicazione comportava una numerazione delle pagine che era già stata utilizzata per gli indici di riferimento in altre pubblicazioni: West Publishing è riuscita quindi a rivendicare un "diritto di proprietà intellettuale" sull'integralità della banca dati delle leggi federali a causa di questo presunto "valore aggiunto". West Publishing ha tentato persino, alla 104ma seduta del Congresso americano, di far inserire una clausola speciale nel Paperwork Reduction Act (adottato nel maggio 1995) che le avrebbe assicurato il monopolio de facto sulla pubblicazione delle leggi federali. Ma questa manovra è stata bloccata dall'invio massiccio di lettere di protesta da parte di una associazione di contribuenti. In Francia, la società Ort sfrutta su Minitel e Internet le banche dati dei registri di commercio (bilanci delle imprese, protesti cambiari), nell'ambito di un'opera di servizio pubblico affidatale dall'Institut national de la propriété industrielle (InpiI). Questo affidamento esclusivo le frutta un volume d'affari di circa 280 milioni di franchi (84 miliardi di lire) e un profitto che si aggira intorno agli 8 milioni di franchi (2 miliardi 400 milioni di lire). Lo stato, che fornisce i dati, è uno dei suoi più grossi clienti. Il 9 dicembre 1999, il gruppo Reuters ha confermato che stava per acquistare l'Ort Le informazioni contenute nelle banche dati pubbliche non sono forse legittimamente di dominio pubblico? Avendo il monopolio della raccolta di queste informazioni, lo stato non può disinteressarsene senza recare pregiudizio al cittadino. Di più, questo tipo di trasferimento di proprietà può compromettere il diritto all'informazione, perché l'accesso ai dati pubblici può essere sottoposto a un pagamento e a una autorizzazione privati, e arbitrari. Tale evoluzione è frutto di un accordo fra gli Stati uniti e l'Europa, dissimulato dietro il dibattito ricorrente (e necessario) sulla "eccezione culturale". La commissaria europea all'educazione e alla cultura Viviane Reding raccontava in questi termini l'incontro con Jack Valenti, presidente della Motion Picture Association che rappresenta gli interessi di Hollywood: "I responsabili americani [] considerano totalmente superata la nostra preoccupazione intorno alla diversità culturale. Ciò che li preoccupa sono la pirateria, la protezione del diritto d'autore sui nuovi media. Mi hanno detto che non attaccheranno le nostre quote e i nostri aiuti pubblici. Ciò che vogliono è che cerchiamo di vedere come affrontare insieme queste nuove sfide. Se concederemo aiuti alla produzione e alla diffusione lasciando che le opere siano in fin dei conti rubate grazie alle nuove tecnologie, tutto il nostro sistema sarà superato. Invece di batterci [contro] gli americani, dobbiamo cercare di preservare insieme le nostre diversità culturali (4)".
Ma chi sono i "pirati", chi sono questi "ladri"? La risposta sta in una recente nota della Commissione europea a proposito degli Adpic, nella quale si legge: "Dobbiamo aspettarci la resistenza di un certo numero di paesi in via di sviluppo, membri dell'Organizzazione mondiale del commercio. Essi ritengono che la protezione fornita dalla Convenzione internazionale per la protezione delle nuove varietà di piante (5) è troppo favorevole ai proprietari di queste varietà, e non considera le esigenze degli agricoltori tradizionali". La stessa nota concludeva ricordando "un problema strategico" "I paesi in via di sviluppo resisteranno all'avvio di negoziati sostanziali sulla protezione della proprietà intellettuale.
Potrebbero addirittura lanciare un dibattito sulla relazione fra gli Adpic e altri aspetti come la competizione, l'ambiente e il suo impatto sulla salute e il benessere. Bisogna resistere a questo tentativo per preservare gli interessi di tutte le parti" (6). Qual è la finalità della tutela della proprietà intellettuale?
Si tratta forse, di nuovo, secondo la dottrina su cui si fonda, di tutelare l'interesse generale assicurando la diffusione universale delle conoscenze e delle invenzioni in cambio di un monopolio di esercizio consentito dalla collettività agli autori (per un periodo limitato)? La creazione di un monopolio sullo sfruttamento delle opere per i 95 anni seguenti la scomparsa di un autore (come nel caso americano dopo il Sonny Bono Copyright Act) non è tale da favorire la creatività. Tenderebbe piuttosto a indurre gli editori a contare sul proprio catalogo di autori riconosciuti invece di promuovere la ricerca di nuovi talenti. Il vero problema è che bisogna incoraggiare la creatività ed evitare che venga persa, e non solo tutelare gli aventi diritto. Se la società riconosce all'inventore una certa protezione, è in cambio di contropartite, definite nell'"interesse superiore dell'umanità": fare in modo che l'invenzione ritorni, a termine, a far parte della proprietà pubblica, o che sia puntualmente descritta e pubblicata, affinché tutti se ne possano appropriare.


Per l'umanità una libera circolazione delle idee e delle conoscenze è più vantaggiosa della limitazione di questa circolazione. Aristotele afferma che l'uomo è animale mimetico per eccellenza. Un'idea che fu ripresa dagli illuministi, come il filosofo francese âtienne Bonnot de Condillac (1715-1780), che scriveva: "Gli uomini finiscono per essere così diversi solo perché hanno iniziato col copiare e perché continuano a farlo". Peraltro, una protezione troppo severa della proprietà intellettuale fa vacillare la "libera concorrenza", pilastro del funzionamento del mercato. Il decreto di Allarde e Le Chapelier del 2 e del 17 marzo 1791 esprime il principio della libertà del commercio e dell'industria e quindi il principio della libera concorrenza. Implica per definizione la possibilità di offrire sul mercato lo stesso prodotto degli altri e dunque la libertà di copia. Ci sono due tendenze contraddittorie: la volontà di deregolamentazione e di "concorrenza leale"da una parte e l'affermazione della potenza degli oligopoli e dei monopoli dall'altra. Infine, occorre tener conto di diritti fondamentali come l'accesso all'informazione e la libertà di espressione quando si estende la proprietà intellettuale all'informazione. Negli Stati uniti il concetto di accesso pubblico all'informazione risale ai padri fondatori e in particolare a Thomas Jefferson, promotore del concetto di "biblioteca pubblica" e della dottrina del "fair use" che consente l'uso a scopo educativo e le citazioni a fini accademici di testi protetti (7). Sebbene certi teorici liberali come Friedrich Hayek considerino la "giustizia sociale"come un "incantesimo sciocco", una "superstizione quasi religiosa (8)", è importante capire che non si possono analizzare i fondamenti stessi di un diritto importantissimo come quello della proprietà intellettuale nella società mondiale dell'informazione senza una riflessione sulla "giustizia sociale" e addirittura su ciò che si potrebbe chiamare "la giustizia sociale mondiale". La manna dei brevetti Alla fine del 1997, l'Ompi, Organizzazione mondiale della proprietà intellettuale, decideva di diminuire del 15% circa i canoni imposti alle imprese desiderose di depositare brevetti industriali. Per quale ragione? Il numero crescente di richieste di deposito, passate in appena dieci anni da alcuni migliaia all'anno a oltre 50.000 nel 1997. Di conseguenza l'Ompi disponeva di forti eccedenze finanziarie di cui non sapeva che fare. Che un'organizzazione internazionale guadagni troppo denaro è oggi rarissimo. E non mancano le idee per destinare all'interesse generale fondi di questo tipo che provengono costantemente da una delle fonti finanziarie più ricche che ci siano. I brevetti industriali, e più complessivamente tutte le produzioni intellettuali tutelate dalle leggi sulla proprietà intellettuale, utilizzano in buona parte un fondo comune d'informazioni, di saperi e di conoscenze che appartengono in modo indiviso all'umanità intera. Sarebbe equo, in un'ottica di "bene comune mondiale", utilizzare i redditi ottenuti dall'Ompi grazie al deposito dei brevetti. Ad esempio per incoraggiare la creazione di una biblioteca pubblica mondiale virtuale, costituita esclusivamente di testi di proprietà pubblica e dunque gratuitamente accessibili a tutti. Ciò sarebbe tanto più equo in quanto, nelle organizzazioni internazionali come l'Ompi, è la capacità pubblica combinata dei paesi membri che è messa al servizio della difesa degli interessi privati di chi depone un brevetto. Il costo dell'infrastruttura giuridica e di polizia che consente il rafforzamento effettivo della proprietà intellettuale è infatti interamente sostenuto dai fondi pubblici. Parte dei fondi raccolti presso i detentori di brevetti potrebbe inoltre servire a finanziare ricerche lasciate da parte perché non interessano il "mercato", secondo la proposta di un rapporto recente dell'Undp (9). Queste somme potrebbero essere assegnate alle agenzie delle Nazioni unite (Unesco, Oms, Unicef, etc..) le cui risorse sono notoriamente insufficienti e che potrebbero svolgere in modo più soddisfacente il ruolo di regolazione della ricerca a livello planetario che ci si aspetta da loro. Ruolo che il mercato, lasciato a se stesso, è davvero incapace di assumere.



note:

* Direttore della divisione informazione e informatica dell'Unesco.

(1) Direttiva 96/9/CE del Parlamento e del Consiglio dell'11 marzo 1996 sulle banche dati.

(2) Direttiva del Consiglio 91/250 del 14 maggio 1991 sulla protezione legale dei programmi informatici.

(3) Accordo sugli aspetti dei diritti di proprietà intellettuale riguardanti il commercio, oggetto dell'allegato 1C dell'accordo di istituzione dell'Organizzazione mondiale del commercio in inglese TRIPs. Notiamo in particolare che, per entrare nell'Omc, la Cina è costretta ad accettare i termini dell'Adpic.

(4) Intervista a Libération, 29 ottobre 1999.

(5) International Convention for the Protection of New Varieties of Plants, adottata nel marzo 1991, entrata in vigore nell'aprile 1998. Si veda http:// www.upov.int/eng/convntns/1991/content.htm
(6) Nota del 24 febbraio 1999, DG I, Commissione europea.

(7) Leggere "Il diritto all'informazione nella gabbia del mercato", Le Monde diplomatique/il manifesto, febbraio 1997.

(8) Friedrich A. Hayek, Droit, législation et liberté, tomo 2, Le mirage de la justice sociale, PUF, Parigi, 1982. Trad. it.
Legge, legislazione e libertà, Il Saggiatore, 1994.

(9) Inge Kaul, isabelle Grunberg, Marc A. Stern (a cura di), Global Public Goods: International Cooperation in the 21st Century, Undp Oxford University Press, New York e Oxford, 1999. (Traduzione di M.G.G. )

 

 

 

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