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DAVID MARQUAND - IL FALSO MITO: LA GLOBALIZZAZIONE

Il mercato globale c'è, serve la legge globale

La grande domanda che ci si pone a dodici mesi dall'11 settembre 20001 è se la storia si ripeterà, o se da essa sapremo imparare a modellare una versione più civile, duratura, multilaterale della globalizzazione basata sulla legge, i negoziati e la partecipazione politica, piuttosto che sul potere di un egemone inevitabilmente egoista e altrettanto inevitabilmente temporaneo.

A prima vista, i segnali non sono incoraggianti. Un funesto esperimento a livello mondiale ha dominato la storia dell'ultimo decennio: la costruzione di un mercato globale non accompagnato da uno stato globale. Quasi senza eccezioni, le elite del mondo occidentale considerano questo esperimento una favorevole opportunità. In realtà, è molto più pericolosa di quanto possano immaginare. 

La globalizzazione sconvolge il corso della storia sotto due aspetti fondamentali. Storicamente, gli stati sono sempre venuti prima dei mercati. I mercati nazionali venivano creati dagli stati - nazione; gli stati interessati ricevevano quindi il sostegno della ricchezza creata di volta in volta dai mercati nazionali. 

Certo è che il XX secolo ha visto un esperimento di globalizzazione senza stato non diversa da quella in atto. Marx ed Engels proclamarono la vittoria mondiale del "mondo di produzione borghese" nel Manifesto Comunista. Un'affermazione prematura, anche se, sul finire del XIX secolo, si stava già formando un mercato globale, più completo di qualsiasi cosa si sia mai vista fino ad oggi. Anche esso si era sviluppato senza il contributo di uno stato globale. Il surrogato di un simile stato - il fulcro del mercato globle - era la Gran Bretagna, prima nazione al mondo egemone a livello globale. Tuttavia, pur avendo prevalso sui paesi concofrrenti durante la prima rivoluzione industriale, la Gran Bretagna avrebbe perso il suo ruolo guida in seguito. Tra la fine del XIX secolo e l'inizio del XX. era già chiaro che essa non aveva più la forza necessaria per mantenere il sistema economico globale che aveva fatto nascere. Il suo crollo avvenne tra le due guerre, con conseguenze disastrose per il mondo intero.

Finora l'odierna globalizzazione è stata una reiterata rappresentazione di quella del XIX secolo, con gli Stati Uniti al posto della Gran Bretagna nel vecchio ruolo di perno del sistema globale. Per la maggior parte degli europei i risultati sono stati nel complesso accettabili. Purtroppo i dodici mesi trascorsi dagli orrori delle Twin Towers hanno messo in dubbio l'accettabilità di questa versione della globalizzazione. Si scorgono segnali preoccupanti nel fatto che gli Stati Uniti non sono più disposti ad accettare le discipline dell'egemonia e via via che gli equilibri interni di potere scivolano dalla costa atlantica verso Sud e verso Ovest, le elite americane diventano sempre più provinciali, sempre più miopi e sempre meno preparate a subordinare gli interessi nazionali nel breve periodo ai requisiti, di più lunga durata, del sistema globale, così come fecero gli inglesi nel XIX secolo e gli Stati Uniti di Truman, Acheson e Marshall dopo la Seconda guerra mondiale.

Proprio qui sta il vero significato dell'anno che ha avuto inizio con le atrocità dell'11 settembre a New York. Nonostante un fiorire di internazionalismo subito dopo l'orrore di un anno fa, è apparso con sempre maggiore chiarezza che gli attuali governanti statunitensi, pur fermamente fiduciosi della posizione di potenza egemone globale del proprio paese, non vedono alcuna ragione per affiancare a questa egemonia l'internazionalismo dei tempi andati. La vera lezione dell'Afghanistan, dice la destra americana più dura, è che la potenza americana è oggi talmente schiacciante che gli Stati Uniti possono ignorare l'opinione mondiale e dettare i termini in base ai quali la globalizzazione debba procedere. Se gli altri hanno qualcosa da obiettare tanto peggio per loro. 

Ad un livello più profondo la situazione appare più complicata. Un approccio diverso alla globalizzazione è già davanti ai nostri occhi, un approccio che privilegia aspetti quali interdipendenza, dialogo e legge a scapito dell'egemonia: una giurisprudenza globale in embrione che si è manifestata più chiaramente con l'affare Pinochet e il processo a Slobodan Milosevic; i flebili inizi di una politica senza nazionalità o confini, soprattutto attraverso le attività di organizzazioni globali non governative; la crescente popolarità di un concetto di cittadinanza globale vagamente definito ma fortemente propugnato. Certamente, non si può ancora parlare di governo globale, ma perlomeno si comincia a vedere l'emergere di una società civile o di uno spazio pubblico globale. Quale di questi processi prevarrà? Qui l'Europa può giocare un ruolo cruciale. 

A prescindere da altre obiezioni, il modello egemonico di globalizzazione che ha predominato dopo il crollo del comunismo non può funzionare a lungo termine. Il resto del mondo non tollererà per sempre l'egemonia americana; in ogni caso la soverchiante preponderanza americana prima o poi avrà fine, così come fu per quella britannica. Come dovrebbe rispondere l'Europa? Adulare servilmente gli americani non serve a nessuno, meno che mai agli stessi americani. Un antiamericanismo semplicistico è parimenti pericoloso e altrettanto inutile.

Il modello civile di globalizzazione, basato sulla legge, che offre la sola alternativa al fallimentare modello egemonico non può vedere la luce senza una convinta partecipazione americana. Così l'Europa si trova a dover affrontare un'ardua prova. Deve avere il coraggio di dire agli americani quand'è che sbagliano.

 

David Marquand, Il Messaggero, 11 settembre 2002

 

 

 

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