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EMERGENZA UMANITARIA NEL DARFUR

 

La regione del Darfur è situata nell’estremo ovest del Sudan. Confinante con Libia e Ciad, “Dar” significa “dimora”, “Fur” è invece il nome dell’etnia più diffusa sul territorio. La superficie del Darfur, diviso in tre Stati, Settentrionale, Meridionale e Occidentale, è pari al 20% di quella dell’intero Paese, mentre la sua popolazione risulta essere vicina ai 6.000.000 d’abitanti, suddivisi in una cinquantina di differenti comunità tribali, spesso dotate di una propria lingua che va ad affiancare quella ufficiale araba.

La stragrande maggioranza della popolazione è analfabeta, spesso isolata da una generale inconsistenza della rete viaria, tra le altre cose motivo della forte arretratezza economica della provincia, incapace di avvantaggiarsi delle sue ricchezze naturali (ferro, zinco e gas naturali). Come nella maggior parte del Sudan, anche qui la prima fonte di reddito sono l’agricoltura e la pastorizia, attività di sovente gestite in modo da garantire la mera sussistenza.

Da decenni in Darfur si combatte una guerra permanente che nulla ha a che vedere con quella che vede Khartoum opporsi agli autonomisti cristiani e animisti. Qui il conflitto ha matrice tribale, motivata da una rivalità interetnica spesso sconfinante nel banditismo di pastori nomadi arabi contro i villaggi di agricoltori e allevatori sedentari neri. Dunque non v’è tradizionalmente alcun fenomeno d’insorgenza politica.


Le ostilità sono passate dalla bassa intensità degli anni ’50-’60-’70 a un conflitto su larga scala a partire dalla metà degli anni ’80, anche per effetto del flusso di armi che Sadiq al-Mahadi fece affluire alle milizie arabe per contrastare l’insinuarsi del SPLM/A nel Darfur del Sud. La salita al potere del Presidente Idris Deby in Ciad (1990) ha avuto l’effetto di gettare benzina sul fuoco: il nuovo Capo di Stato è infatti appartenente all’etnia Zaghawa, la stessa di alcuni leaders della rivolta, presunti beneficiari di una sotterranea politica di supporto della lotta contro il regime sudanese.

Le violenze, le ingiustizie e l’assoluta mancanza di protezione da parte delle autorità sudanesi, hanno spinto i capi villaggio Fur e delle altre etnie sedentarie non arabe a organizzarsi in una sorta di forza d’autodifesa: il Darfur Liberation Movement (DLM). Dalla metà del 2002 esso è lentamente salito agli onori della cronaca per gli attacchi rivolti contro le stesse forze regolari di Khartoum, una sorta di rappresaglia al lassismo nel perseguire i loro aggressori. Inoltre, il FLD non ha esitato ad accusare il governo di essere spalleggiatore delle scorribande di cui sono vittime i coltivatori. La manipolazione delle tradizionali tensioni etniche sarebbe parte di una strategia volta al cambiamento della composizione demografica della regione, al fine di “arabizzare” la popolazione e garantirsi il controllo sulle terre e soprattutto sulle preziosissime risorse idriche.


Nel nuovo anno, le accuse delle organizzazioni attive nel campo dei diritti umani in Darfur segnalarono un inasprimento degli scontri, mentre i Fur persero sempre meno incertezza nel denunciare un vero e proprio genocidio nei loro confronti, perpetrato per mano delle etnie filo-governative, raggruppate tra l’altro nella milizia araba denominata Janjawid (che significa letteralmente “uomo con cavallo e fucile”). Dalla capitale però arrivarono solo smentite di qualsiasi implicazione negli scontri, definiti riduttivamente come episodi di “banditismo” da contrastare.

Le Nazioni Unite stimano che dall’inizio del 2003 le persone che hanno dovuto abbandonare le proprie case per l’infuriare dei combattimenti ammontano a 600.000. Altri 110.000 hanno cercato rifugio al di là della frontiera, in Ciad, mentre 7.000 civili sono caduti, inermi bersagli dell’escalation di barbarie in corso. Tutto questo va ad aggravare una situazione alimentare già di per sé difficile, poiché sono proprio le comunità agricole, da cui ogni anno dipende il raccolto, le prime vittime degli effetti della guerra.
Pochi mesi fa l’ONU ha stanziato 23 milioni di dollari per portare soccorso alla popolazione. Dall’altro lato, il governo sudanese ha stabilito il divieto di accesso nella regione occidentale del Paese all’UNICEF e ad alcune altre agenzie ONU.

Nel febbraio del 2003 dirigenti del DLM hanno voluto precisare la loro estraneità alla lotta perseguita dal SPLM/A, impegnato col governo islamista a superare la fragile pace armata di questi ultimi anni. Tuttavia è difficile credere che non sia stato approntato un “asse d’intesa”: l’esistenza di un nemico comune, seppur per ragioni differenti, costituisce infatti un aggregante formidabile. Forse questa è la chiave per leggere gli sviluppi che, poco dopo, si sarebbero tenuti in seno al DLF.


Il mese successivo, infatti, quest’ultimo annunciava che il suo nome sarebbe cambiato in Sudan Liberation Movement/Army (SLM/A). I ribelli, la cui leadership appartiene a Mini Arkoi Minawi, oltre a cambiare il nominativo andavano compiendo un mutamento ben più rilevante: da organizzazione aspirante alla secessione, il programma del movimento prevedeva ora la “liberazione” del Sudan dalla dittatura nel rispetto della sua integrità territoriale. La secessione è un obiettivo depennato da quelli rivendicati dai ribelli: il nodo della questione è un’autonomia politica ed una più equa distribuzione delle risorse gestite dall’amministrazione centrale. Sicuramente un avvicinamento alle rivendicazioni del formalmente “alieno” SPLM/A.


In risposta a questa forte presa di posizione, sempre più politica e lontana dalle vecchie aspirazioni d’autodifesa dagli arabi, Khartoum ha incrementato la sua presenza militare in loco, avviando una campagna che, come confermato da attivisti e operatori umanitari, ha sempre più preso di mira piccoli abitati, lungi dall’essere obiettivi d’un qualche valore strategico. Intanto il SLM/A viene ostinatamente definito dalla capitale come organizzazione “di banditi”, descrizione obbligatoria per un governo imbarazzato dall’incapacità di gestire un focolaio di ribellione proprio mentre si trova sul punto d’estinguerne un altro, durato circa 20 anni.

Forse messi in difficoltà dalla strenua resistenza in Darfur, il governo centrale poche settimane fa ha invitato i leaders di SLM/A e dell’altra più recente formazione ribelle, Justice and Equality Movement (JEM), a recarsi nella capitale nel quadro di una conferenza che risolva politicamente la crisi. I portavoce di quest’ultimi hanno declinato formalmente l’offerta, poiché diffidenti verso Khartoum. La controproposta di incontri su territorio neutrale, o nel Darfur stesso, non hanno ricevuto risposta.

Continua...

 

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