La
parola greca techne, correntemente tradotta con “arte” si riferisce
in realtà ad una famiglia di significati ben più vasta. La techne
infatti comprende non solo l’arte ma anche la tecnica e designa la capacità
di fare qualcosa secondo determinate regole; la techne non si riduce ad
una mera esecuzione dei progetti altrui e non si esplica in una creatività
libera da regole.
L’arte
e la tecnica sono sublimazione e strumento del sapere per la diffusione della
conoscenza: gli artisti sono anche tecnici e i tecnici sono anche artisti,
perché il loro fare, in entrambi i casi, comporta un saper fare; comporta, cioè,
una conoscenza, pratica e teorica, e una partecipazione consapevole a ciò che
si fa attraverso l’acquisizione di un metodo.
La lingua greca connette strettamente i concetti di visibilità
e conoscibilità. Il
termine eidos spaziando dai significati di aspetto, forma, figura a
quelli di metodo, bellezza e idea offre un percorso cognitivo unitario.
Per
questo Platone riesce a passare dall'eidos come modello o schema
visibile, di cui si vale l'artigiano nel suo lavoro, all'idea,
struttura intelligibile
del reale osservabile con gli occhi della mente. La techne può essere
concepita come una forma di conoscenza: l'uomo della techne non ha un
sapere mnemonico, come il poeta, ma si caratterizza proprio perchè rende
visibili e, dunque conoscibili, i modelli di riferimento per il proprio lavoro.
Questo principio vale sia per il lavoro intellettuale, sia per il lavoro
manuale: alla techne greca partecipano sia l'architetto, sia l'ingegnere,
sia il muratore esperto del proprio mestiere. La riflessione platonica
successiva affronta il tema dei confini della techne, sotto una forma
duplice:
a.
come è possibile l'apprendimento?
b.
è
possibile dare un senso unitario alle tecniche?
La
prima questione si ritrova nel dilemma euristico del Menone: la ricerca
è comunque impossibile, perché non si cerca ciò che si sa, perché lo si sa
già, e non si cerca ciò che non si sa, perché non si sa che cosa cercare. Dal
dilemma, Platone esce negandone entrambi i corni: non
siamo mai né nel sapere assoluto, né nella ignoranza assoluta; il nostro
sapere è sempre un ricordare - un chiarire per se stessi e per gli altri - nel
quale trasmissione, ricerca e apprendimento sono congiunti in un processo senza
fine.
La seconda questione si risolve nel primato
delle tecniche d'uso sulle tecniche di produzione e acquisizione poiché l'uso
riguarda la condizione dell'utilità degli oggetti prodotti. Ma ogni tecnica
producendo un nuovo risultato e richiedendo una tecnica superiore d'uso pone al
culmine della gerarchia una tecnica nella quale produzione, acquisizione e uso
coincidono. Per questo, il
problema del sapere è inestricabilmente legato, in Platone, al problema della
comunicazione del sapere.
Per
Platone è possibile attribuire un senso unitario alle cose tramite una
prospettiva globale di quelle tecniche che rendano la capacità di comunicare il
sapere un accrescimento per la società. Questa esigenza predominante nel mondo
di Platone si manifesta ancora più prepotentemente nella nostra società, la
società del villaggio globale, un villaggio fortemente influenzato
dall’eredità ricevuta da Platone e dal mondo greco.
“Quasi
tutto quello che gli uomini hanno detto di meglio è stato detto in greco” ha
affermato Margherite Yourcenaur. Furono infatti gli scienziati, i filosofi e gli
storici greci a ricercare negli eventi le cause razionali, le logiche
dell’agire umano interpretando i fenomeni naturali alla luce di leggi
sottratte al mito e alla magia.
Furono gli artisti greci a elaborare una
concezione del bello inteso come perfezione delle forme, a riflettere sulla
tragicità della vita e a esprimere la commedia della storia. Nel nostro mondo
immerso nell’era della globalizzazione i contributi del pensiero greco e gli
insegnamenti platonici costituiscono quindi un paradigma cognitivo di
riferimento.
Amedeo Lomonaco