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LA CRISI ARGENTINA E LA GLOBALIZZAZIONE (DI FERDINANDO TARGHETTI)

dal Manifesto, 7/08/2002

La crisi economica dell'Argentina, che si sta allargando ad altri Paesi del continente sudamericano ed è una delle più gravi della storia, consente di formulare considerazioni di una certa generalità sulla relazione tra responsabilità interne e globalizzazione. Negli anni '50 l'Argentina aveva un reddito pro-capite più elevato di quello italiano, non aveva problemi razziali o demografici, aveva un buon livello di cultura; aveva però una struttura esportativa concentrata sul settore primario, che la pessima politica dell'import substitution non aveva modificato; aveva una struttura sociale sperequata che si rifletteva nell'incapacità di tassare le classi benestanti; aveva una classe politica populista che non era in grado di attuare una politica di responsabile concertazione. Come ci ha insegnato Hirschman la cartina di tornasole di tutte queste difficoltà è rappresentata dall'inflazione, che alla fine degli anni '80 aveva raggiunto il 5000% annuo (1989).


La teoria insegna che per stroncare l'iperinflazione bisogna stroncare le aspettative di inflazione. La disinflazione ottenuta con un mutamento delle aspettative non comporta peraltro gravi costi in termini di disoccupazione. L'«ancoraggio» della valuta argentina al dollaro aveva questo scopo. Sembrava una ricetta eccezionale. E per un certo tempo lo è stata. Infatti l'inflazione cadde al 5% (1994); gli investimenti esteri affluirono; l'economia conobbe una consistente fase di crescita dal 1991 al 1994 (8-10% annuo); e soprattutto l'Argentina sembrava capace di reagire in modo straordinario agli shocks esterni, come la tequila crisis del Messico del 1994, che non compromise il regime di cambio argentino. La politica valutaria argentina fu accompagnata anche da privatizzazione di molti settori come energia, telecomunicazioni e banche; dalla riforma del sistema pensionistico (da ripartizione a capitalizzazione); e da una severa politica di finanza pubblica (il bilancio del governo nel 1993 era in attivo, nel '98 in disavanzo solo dell'1,3% rispetto al PIL, nel 2001 del 3%). L'Argentina adottò in sostanza il cosiddetto modello ortodosso del Washington Consensus.


Ma la ricetta dell'"ancoraggio" è molto pericolosa. Infatti si sa che cambi fissi e libertà di movimento dei capitali non sono compatibili nel lungo periodo, lo sono solo come premessa al passaggio ad una unione monetaria, come è accaduto in Europa. Dopo un periodo di successo, obiettivamente superiore al previsto, l'Argentina è crollata in una crisi molto peggiore di ogni possibile previsione. Gli analisti si dividono tra chi trova la responsabilità prevalentemente all'interno e chi la trova all'esterno. Tra i primi si segnalano tutti coloro che (come gli economisti Allan Metzler, Michael Mussa del FMI e il premio Nobel Robert Mundel) sostengono che quel modello di politica economica era incompatibile con la non risoluzione di due problemi. Primo, la finanza pubblica: ma è una tesi assai debole se si pensa che per tutto il periodo l'Argentina sarebbe stata ammessa alla moneta unica europea. Secondo, la rigidità del mercato del lavoro: è nota anche nel nostro paese la tesi che se non c'è flessibilità sul fronte esterno del cambio questa la si deve trovare sul fronte interno del costo del lavoro. Ma in realtà il cambio non fu fisso, ma si rivalutò e veniamo così alla tesi di coloro che individuano la responsabilità della crisi soprattutto in eventi esterni.


Dalla svalutazione del peso messicano cominciano i guai dell'Argentina: aumento dei saggi di interesse, fuoriuscita dei capitali e interruzione della fase di robusta crescita economica. L'economia argentina si riprende dalla crisi messicana solo nel 1996, ma già l'anno dopo viene colpita dalla crisi finanziaria internazionale che ha origine in Tailandia. Questa crisi determina due effetti. Innanzitutto un aumento dei saggi di interesse in tutti i mercati emergenti e in particolare in quello dell'Argentina, ove raggiunge il 20%. Il cambio tiene, ma a costo di un crescente onere per interessi sul budget dello stato (9% del PIL), non compensato dal piano di austerità fiscale varato dal governo. In secondo luogo la crisi determina un aumento del tasso di cambio del dollaro verso tutte le monete principali, tra le quali anche l'Euro e siccome il peso argentino è legato al dollaro da un rapporto di 1 a 1, anche la moneta argentina subisce la stessa rivalutazione. Fino a quel momento anche il real brasiliano era stato in qualche modo legato al dollaro, ma nel 1998, dopo che la crisi asiatica si era estesa alla Russia, si estende anche al Brasile, il quale nel gennaio 1999 reagisce svalutando fortemente la propria moneta. Se si tiene presente che le esportazioni argentine si indirizzano solo per il 12% negli Stati Uniti e invece per il 30% in Brasile e per il 20% in Europa, si capisce perché questo shock esterno è stato esiziale per l'Argentina e si capisce anche perché la caduta di salari e prezzi in questo paese non fu sufficiente a compensare questo shock. Molte imprese manifatturiere argentine cominciarono a delocalizzrsi dal paese in aree limitrofe, soprattutto in Brasile, ove la possibilità di esportazione erano molto più convenienti. Allo shock finanziario del 1997-98 e valutario del 1999, si aggiunge poco dopo, nel 2000-2001, quello della decelerazione globale dell'economia, finchè nel 2001 la crisi di fiducia tocca il suo apice quando i cittadini, temendo di non poter rientrare in possesso dei loro fondi al cambio di 1 a 1 con il dollaro,cercano di ritirare i loro depositi dal sistema bancario. La crisi finanziaria sfocia nell'abbandono quest'anno del regime di cambio. Ma l'onere del debito estero continua a gravare come un macigno sull'economia argentina. E nessuno sa cosa succederà in futuro a questo paese.


Circa il ruolo giocato nella crisi argentina dal FMI i giudizi negativi sopravanzano quelli positivi. Tra i giudizi negativi ci sono tesi diametralmente opposte. Innanzitutto va ricordato che la scelta della dollarizzazione fu del presidente Menem e del ministro dell'economia Cavallo, non del Fondo, che inizialmente era perplesso (in genere suggerisce regimi di cambio flessibili), ma che poi appoggiò decisamente questa politica quando ne vide gli effetti eccellenti in tema di riduzione dell'inflazione. C'è chi critica il Fondo sostenendo che non fu abbastanza severo nel concedere prestiti e richiedere, insieme a cambi fissi, politiche di bilancio più restrittive. Circa la debolezza di questa tesi già si è detto più sopra. A me pare più convincente invece la tesi opposta (sostenuta da molti, tra cui da Jeffrey Sachs) che attribuisce gravi responsabilità al Fondo per la gestione della crisi argentina degli ultimi due anni. L'errore del Fondo è stato duplice: all'inizio della crisi l'errore fu quello di incoraggiare il mantenimento di un sistema di cambio (di fatto un gold standard) che non consente l'aumento dell'offerta di moneta, neanche nel breve periodo, per finanziare il disavanzo di bilancio e che comporta quindi un aumento dei saggi di interesse a breve, ma anche a lungo periodo, perché la spirale del debito allontana la fiducia; e ora, dopo la svalutazione di gennaio, l'errore consiste nell'insistere nella richiesta di attuare una politica di bilancio restrittiva nella speranza che questo porti a superare la crisi di fiducia. In un'economia in contrazione da domanda, con disoccupazione a due cifre, con investimenti esteri e interni che latitano, solo una testardaggine ideologica può far pensare che una contrazione di bilancio può far riguadagnare fiducia. In realtà quella politica non fa che peggiorare la crisi e oggi si parla di previsioni di caduta del reddito del 15%.


La morale che si trae dalla storia di questa grave crisi è così sintetizzabile. La globalizzazione, sebbene offra ai paesi delle straordinarie occasioni di crescita e di riduzione della povertà, li espone però ad enormi shock; l'aggiustamento dei cambi è un ammortizzatore di questi shock che si può abbandonare solo per un periodo breve e in previsione della costituzione di un'area valutaria unificata come in Europa. L'inflazione si combatte con un accordo sociale, che richiede classi politiche e sindacali mature; se ci si basa solo su meccanismi monetari, alla lunga tornerà a far capolino. La crescita richiede istituzioni la cui natura può essere diversa in diverse fasi storiche e in diversi paesi: un sistema bancario privato può essere una cosa positiva in mercati sviluppati come quelli europei e una cosa negativa in Tailandia e in Argentina. Le istituzioni finanziarie internazionali spesso sono viziate da ideologismo miope e per questo motivo incapaci di far fronte ai loro stessi obiettivi, di evitare le crisi finanziarie internazionali. Peraltro e infine va rilevato che le istituzioni finanziarie internazionali non hanno la responsabilità nel disegnare l'assetto produttivo del paese ed è da questo che dipende quanto il paese riesca ad approfittare delle occasioni offerte e a difendersi dagli shock prodotti dalla globalizzazione. Il Cile per tutti gli anni '90 e il Messico dopo la crisi sono emersi come economie che producono e vendono all'estero prodotti industrialmente abbastanza avanzati, mentre l'Argentina ha una struttura produttiva e di esportazioni ancora largamente basata sulla produzione del settore primario.
Oggi è evidente quali sono le economie robuste e quale quella gracile. In conclusione si può dire che la globalizzazione può svolgere nel bene e nel male un ruolo molto rilevante di moltiplicatore di crescita, ma anche di crisi, che le decisioni politiche interne giocano un ruolo di primo piano nell'intraprendere un sentiero di sviluppo di un paese, che gli errori di oggi esercitano spesso i loro effetti lontano nel tempo. Questo non esime i paesi con maggiori responsabilità politiche internazionali a por mano ad una riforma delle istituzioni finanziarie internazionali.

Ferdinando Targhetti, Il Manifesto, 7/08/2002

 

RIFERIMENTI BIBLIOGRAFICI

BAIROCH P., "Lo sviluppo bloccato. L'economia del Terzo Mondo tra il XIX e il XX secolo" - Einaudi, Torino, 1976

CHALMERS J., "Gli ultimi giorni dell'impero americano" - Garzanti MI 2001

CHOSSUDOVSKY M., "La globalizzazione della povertà.L'impatto delle riforme del Fondo Monetario Internazionale" - Edizioni Gruppo Abele 1998

CHOMSKY N., "Il club dei ricchi" - Gamberetti 1996

PLANA M.– Trento A. (1992), L’America latina nel XX secolo, Firenze, Ponte alle Grazie

 

 

 

 

 

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