LA
COSTELLAZIONE POSTNAZIONALE (HABERMARS - FELTRINELLI) |
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"Non ho dubbi su quale sarà una tendenza dominante nel XXI secolo.
L’aumento dell’integrazione economica planetaria, oserei dire l’unità
dell’economia-mondo, andrà avanti in maniera inarrestabile. La principale
sfida di fronte a noi nel nuovo millennio è costruire un governo di questi
processi tumultuosi, una globalizzazione della politica che sappia equilibrare
la globalizzazione economica. È un compito che chiama in causa noi: l’Europa
deve diventare una risposta e un modello".
Questa opinione di Romano Prodi, apparsa sul quotidiano "La
Repubblica" del 5 gennaio 2000, ben si presta a introdurre la riflessione
attorno a La costellazione postnazionale. Mercato globale, nazioni e
democrazia, raccolta di tre saggi di Jürgen Habermas dedicati alla
globalizzazione e alle crescenti difficoltà di controllo politico del fenomeno
da parte degli stati nazionali. |
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Il testo raccoglie i due capitoli "Aus
Katastrophen lernen?" e "Die postnationale Konstellation und die
Zukunft der Democratie" del saggio Die postnationale Konstellation,
(Frankfurt a/M:
Suhrkamp, 1998) e la trascrizione della conferenza "Der
Europäische Nationalstaat unter dem Druck der Globalisierung" preparata
per il Goethe Institut di Palermo e in seguito pubblicata su "Blätter für
deutsche und internationale Politik" (aprile 1999, pp. 425-436).
Dall’edizione italiana restano purtroppo esclusi alcuni saggi collaterali
contenuti nell’edizione tedesca.
Secondo Ulrich Beck (Was ist Globalisierung) definire cosa sia la
globalizzazione "è simile al tentativo di inchiodare un budino alla
parete". Nell’opera di Habermas i diversi aspetti del fenomeno
globalizzazione sono ricondotti essenzialmente alle ridotte possibilità
d’azione dello stato nazionale, in ambiti sui quali prima esercitava un saldo
controllo. Nel mutare delle tradizionali coordinate d’azione della politica le
soluzioni difensive, di chiusura nazionalistica, sono improponibili, come pure
inaccettabile è la prospettiva neo-liberista per gli alti costi sociali che
comporta. La globalizzazione non va intesa come un fenomeno inevitabile e
ingestibile, ma come una nuova sfida, alla quale si dovrà rispondere con
formule politiche inedite, che superino il gretto orizzonte nazionale. La
definizione delle linee di questa nuova politica si rivela l’argomento più
delicato di fronte alla rassegnata impotenza degli stati.
L’appoggio più solido, che Habermas riesce a trovare nella definizione di
nuove forme d’organizzazione politica, non può che essere dunque l’Unione
europea, la cui evoluzione in senso federale è intesa come il primo impulso
verso la creazione di un sistema politico internazionale più razionale e a
dimensione di globalizzazione.
Rispetto ai precedenti interventi di Habermas sul tema dello svuotamento delle
capacità d’intervento dello stato nazionale, questi ultimi contributi segnano
un ulteriore avvicinamento alle posizioni degli Eurofederalisti. In Morale,
diritto e politica, Habermas aveva discusso delle possibilità di costruire
la cittadinanza europea sulla base della fedeltà a una costituzione europea,
anziché su miti quale la comunanza di stirpe, lingua, cultura. Stabilita la
possibilità teorica di questa realizzazione, ora Habermas, sembra volerne
mettere in primo piano la necessità storica imposta dai problemi della
globalizzazione, dalla crisi della capacità decisionale dei governi nei più
diversi settori (stato sociale, economia, lotta alla criminalità, politiche per
l’ambiente).
Alla base di questa fiducia in una rivalsa della politica sui processi economici
rimane un ottimismo di fondo, giudicato ingenuo dai critici di Habermas, svelato
dall'interpretazione evolutiva della politica europea. Il corso storico è visto
kantianamente come realizzazione della ragione. Habermas rintraccia, in questo
sviluppo, una grande spinta astrattiva (Abstraktionsschub) già
responsabile della trasformazione della coscienza locale e dinastica in una
coscienza nazionale e democratica. Nell’inevitabile prossimo sorgere di un
movimento d’opinione dalla comune coscienza dei cittadini di essere già di
fatto unificati in una "comunità del rischio" (Risikogemeinschaft)
Habermas scorge le basi per un ulteriore passo in avanti di questo processo
astrattivo che si concretizzerà nella nascita di un organismo statale di
dimensioni continentali.
Nella storia dell’ultimo cinquantennio, il filosofo tedesco vede
un’ulteriore prova delle capacità di affermazione della democrazia. In
garbata polemica col pessimismo di Hobsbawm, Habermas sottolinea le tappe di
questo sviluppo. La periodizzazione del secolo breve (1914-1989) ha il torto di
non considerare la frattura del 1945, anno di svolta per la delegittimazione dei
miti antidemocratici e d’avvio per i processi di decolonizzazione e di nascita
dello stato sociale.
L’Europa sembra essere pronta al grande passo dell’unificazione perché pare
aver compreso le lezioni della storia. Il modello di questo cambiamento è la
rifondazione della coscienza civica della Germania, riunificata sulla base di
valori del tutto nuovi, libera dalle pericolose suggestioni del passato.
2. Habermas e il dibattito
federalista
Habermas ricostruisce il dibattito sulla crisi dello stato nazionale e sulle
possibilità di creazione di uno stato europeo ponendosi decisamente nel campo
degli "eurofederalisti", assertori della necessità di estendere il
progresso di integrazione alle strutture politiche. Da questa scelta di campo
discende la polemica contro gli "euroscettici" che considerano
sbagliata o affrettata la scelta di accelerare il cammino verso l’unità
federale con l’adozione dell'euro e contro gli "europeisti del
mercato" che con l'euro considerano conclusa l'esperienza europeista.
Contro i primi, Habermas si era già sforzato altrove di mostrare come non
esistano teoricamente motivi insuperabili alla realizzazione della federazione
europea, mentre nei confronti dei secondi la polemica è resa ancor più acerba
da motivi ideologici. Habermas non può, infatti, condividere la fiducia nelle
capacità del mercato di sopperire autonomamente alle distorsioni del sistema,
in assenza di un intervento della politica nei processi economici.
Anche ammettendo che il sistema economico sappia trovare da sé un bilanciamento
ottimale tra domanda e offerta di lavoro, come si potrebbero difendere i ceti
deboli durante i periodi di passaggio allo stato ottimale? Lo smantellamento del
welfare state in nome dell’assoluta liberalizzazione dei mercati
comporterebbe ricadute sociali inaccettabili e la fine di un sistema fondato
sulla solidarietà civica che rappresenta, come già ricordato, una delle
principali conquiste del dopoguerra. Meno socialità e meno solidarietà
implicano, di conseguenza, più esclusione.
La stessa concezione habermasiana della globalizzazione come sfida, come miccia
per accendere la fantasia politica istituzionale, può essere vista come una
risposta al pensiero catastrofico neoliberista, uso a diffondere lo spauracchio
della globalizzazione come pretesto per una totale deregulation
dell’economia. Da queste posizioni derivano gli attacchi contro la deriva neo
liberista della politica della banca centrale europea - che pare affascinare
anche settori della socialdemocrazia tedesca (Schröder) e del new labour
di Blair -, e un’implicita presa di posizione di Habermas a favore di
Lafontaine.
La proposta di Habermas è tutta volta alla progettazione di nuovi scenari
d’attacco che sappiano affrontare e porre sotto controllo la globalizzazione.
Il primo di questi scenari è la federazione europea: "l’unione monetaria
è l’ultima tappa di un percorso che gli iniziatori del programma avevano
cominciato con ben altre speranze. A uno sguardo retrospettivo questo percorso
può essere descritto come una semplice formazione intergovernativa di mercato.
Oggi siamo giunti al punto per cui un fitto intreccio orizzontale tramite
mercato poggia su una regolazione relativamente debole e quest’ultima sulla
legittimazione ancora più debole dell’autorità centrale. La dinamica
dell’integrazione europea potrà superare questa strozzatura solo se gli
eurofederalisti – superando lo status quo voluto dagli europeisti del mercato
– sapranno progettare per l’Europa un futuro che dia ali alla fantasia e che
nelle diverse arene nazionali scateni un ampio, pubblico e drammatizzato
dibattito sopra il tema comune." [p. 82-83].
Per quanto riguarda il modello istituzionale da realizzare torna qui il
riferimento all’esperienza tedesca. Occorre che l’Europa del dopo euro passi
dai trattati intergovernativi a una costituzione modellata, con le opportune
correzioni, sulla carta fondamentale tedesca, che tolga ai singoli stati la
libertà d’azione in quelle materie, nelle quali possa sorgere un conflitto
con altri stati.
Il problema maggiore, nel prendere a modello la costituzione federale tedesca,
risiede nella salvaguardia delle identità nazionali degli stati membri e nel
mantenimento del sistema della contrattazione tra stati nelle materie in cui il
trasferimento dei poteri decisionali all’autorità sovranazionale non sia
strettamente necessario. Si tratta, dunque, di applicare il principio
federalista di sussidiarietà al nuovo sistema europeo, creando più
livelli di amministrazione coordinati e indipendenti nelle loro sfere
d’azione. Habermas non punta, infatti, allo smantellamento dello stato
nazionale, al quale riconosce un ruolo fondamentale nell'aver reso possibile la
democrazia, bensì alla salvaguardia del suo ruolo, attraverso una chiara
ridefinizione dei suoi compiti entro un quadro politico di dimensioni
continentali.
La questione della riforma-potenziamento delle istituzioni europee deve andare
di pari passo con un allargamento della base di legittimità delle istituzioni
stesse. Una volta stesa la costituzione europea, sarà indispensabile ottenere
dai cittadini la "solidarietà civica" fino ad ora riservata agli
stati nazionali. Solo così i popoli dell’Unione sapranno accettare gli
inevitabili sacrifici e gli interventi del governo europeo su quei terreni prima
gestiti dai poteri nazionali.
La possibilità di realizzare questa solidarietà civica europea, e dunque
giungere alla nascita di un popolo europeo, è uno dei punti di divisione tra
Habermas e gli euroscettisci. Per il primo un popolo non è altro che una libera
associazione di consociati giuridici (Rechtsgenossen) volta
principalmente all’esercizio di diritti, per i secondi il concetto di
popolo ha premesse prepolitiche ("comunità dell’origine") che
spingono uomini che si riconoscono come "compagni di destino" (Schicksalsgenossen)
a rispettare determinati doveri. Per Habermas il popolo ha natura
artificiale e può fondarsi su due semplici requisiti: una costituzione a
garanzia dei diritti della comunità e un dibattito politico esteso dai media e
dai partiti a buona parte della popolazione. E’ dunque possibile immaginare un
sentimento di appartenenza, una nozione di cittadinanza politica, non esclusivi
ma a più livelli (stati-Unione). Il tentativo del Trattato di Maastricht di
fondare una "cittadinanza dell’Unione", accanto alla cittadinanza
degli stati è dunque teoreticamente fondato.
Fornire al popolo europeo la possibilità di stringersi in una vera comunità
civile è una sfida da affrontare al più presto, convincendo i partiti
nazionali a spostare la lotta politica in una prospettiva continentale e
favorendo, con progetti di riforma della pubblica istruzione, la nascita di un
vero dibattito politico europeo.
3. Necessità di una
politica interna mondiale
Se a livello europeo, Habermas, vede come urgente l’unificazione, a livello
mondiale definisce, invece, "non auspicabile" un governo mondiale e
riconosce le difficoltà insite nella speranza di universalizzare il rispetto
dei diritti umani e dei valori democratici.
La decisa scelta costituzionale per l’Europa non si allarga a una proposta
federale di tipo mondialista, sul tipo della repubblica federale di Otfried Höffe
(cfr. Demokratie im Zeitalter der Globalisierung, München : Beck, 1999).
Dice Habermas: "Se si tratta semplicemente di allargare al solidarietà
nazionale e la politica di welfare alle dimensioni di uno stato federale
postnazionale, io non vedo alcun ostacolo di tipo strutturale. Ma la cultura
politica della società mondiale non ha quella dimensione etico-politica comune
che sarebbe necessaria a una globale socializzazione identificante [Vergemeinschafttung]
e a una corrispondente formazione d’identità." [p. 96].
La nuova "politica interna mondiale" (Weltinnenpolitik) dovrà
quindi svolgersi attraverso la semplice contrattazione tra stati che però, sul
modello ideale dell’Unione europea, dovranno trovare forme di cooperazione che
allarghino il raggio d’azione della politica per adeguarlo alle dimensioni del
fenomeno della globalizzazione. Organizzare il sistema intorno a poche grandi
unità permetterà di passare dalla logica di adattamento alla globalizzazione a
quella di condizionamento.
La democratizzazione delle decisioni a livello planetario sarà assicurata
dall’ammissione di organizzazioni non governative (verso le quali Habermas
mostra ancora di nutrire una fiducia forse eccessiva) negli incontri di
programmazione e dallo svolgimento di referendum mondiali su determinate materie
(pp. 99-100). La risposta cooperativa alla globalizzazione, che Habermas
propone, è dunque incentrata sulla creazione di un sistema di stati transnazionali,
il quale faccia fronte all’invecchiamento dello stato nazionale senza
implicare una rinuncia ad esso.
Come nel caso europeo, la realizzazione di questo nuovo quadro politico
internazionale è legata ad un presupposto centrale, già individuato da
Habermas in Jenseits des Nationalstaats? (contributo a U. Beck, Politik
der Globarisierung, 1997): gli stati nazionali devono "essere
vincolati, in modo percepibile sul piano della politica interna, alle procedure
di cooperazione di una comunità di stati che obbliga ad adottare una
prospettiva cosmopolitica. La questione decisiva è dunque se nelle società
civili e nelle opinioni pubbliche di paesi ad ampia base territoriale possa
nascere la consapevolezza di un’inevitabile solidarietà cosmopolitica. Solo
sotto questa spinta ad una trasformazione politica della consapevolezza dei
cittadini potrà mutare anche l’autoconsapevolezza degli attori capaci di
agire globalmente, in modo tale che essi si concepiscano sempre più come membri
di una comunità costretti senza alternative alla cooperazione e quindi a tenere
reciprocamente in considerazione i rispettivi interessi". Gli stati
transnazionali diventano possibili solo in virtù del divenire consapevoli della
necessità degli stati transnazionali.
Si tratta di proposte solo abbozzate che non celano le obiettive difficoltà di
definizione di questo nuovo potere mondiale, ma attestano anche il coraggio e
l’onestà intellettuale di Habermas nell’affrontare temi non facili e la cui
attualità ne rende ancora più complessa la trattazione. Contro lo stallo
concettuale del monopolio politico-nazional-statale e l’inerzia intellettuale
"che vede la realtà come qualcosa di immutabile, nulla è così importante
– e andrebbe fatto almeno tre volte al giorno! – come continuare a
interrogarsi sulle possibili alternative" (U. Beck, op. cit.).
Di fronte al costante indebolimento delle istituzioni sovranazionali oggi
esistenti (Onu in testa), Habermas non può ignorare il sapore utopico delle sue
proposte internazionaliste. Ma nella fiducia nel processo di unificazione
europea egli pare trovare quel "nucleo federale" su cui edificare un
nuovo ordine internazionale di cui parlava già Kant.
La riflessione di Habermas su questi temi appare comunque non ancora conclusa, e
vista la prolificità dell’autore, gli avvenimenti di Seattle (successivi a La
costellazione postnationale) e il crescente interesse del mondo tedesco per
il tema della globalizzazione non sono da escludere futuri interventi.