CI VORREBBE UN BEL CORTEO PRO GLOBAL (EDITORIALE DEL RIFORMISTA) |
Peccato che non ci sia un movimento pro-global. Avrebbe potuto organizzare un corteo a San Giuliano di Puglia, per chiedere l'estensione al nostro Appennino povero, così "local", di standard di civiltà globali nelle tecniche costruttive delle scuole pubbliche. Avrebbe potuto solidarizzare con quella maestra che aveva portato la scolaresca a celebrare Halloween, incidentalmente salvandola, accusata dalla sinistra corretta di adeguarsi a un "rito pagano e anglosassone". Ci saremmo andati, a un corteo pro global.
Non andremo invece a quello no global in programmazione a Firenze. E non perché temiamo incidenti, che pure temiamo. Ma perché pensiamo che si tratti di un movimento conservatore e bi-millenarista che potrebbe piacere a Bossi; e non capiamo – proprio non capiamo – perché la sinistra italiana, presumibilmente internazionalista e mondialista, senta tanto il bisogno di accodarsi.
Il movimento no global ce l'ha con la rivoluzione capitalista che sta trasformando il globo in un unico mercato. Questo processo, pur imperfetto, diseguale e incompiuto, ha prodotto uno spettacolare balzo del prodotto e del reddito mondiale. Secondo dati della Banca Mondiale, i paesi appena globalizzati hanno conosciuto negli anni Ottanta una crescita del Pil pari al 3,5% contro lo 0,8% dei paesi non globalizzati. Negli anni Novanta il divario si è ulteriormente allargato: più 5% per gli integrati contro l'1,4% degli esclusi. L'India e la Cina (rileggete il testo dell'economista indiano Baghwati pubblicato da "il Riformista") hanno drasticamente ridotto povertà e disuguaglianza grazie a questo
sviluppo. Chi è rimasto al palo sono i paesi dove la globalizzazione non è arrivata. "Paesi che dovrebbero essere ricchi rimangono poveri" scrive George Soros. "Benché abbiano avuto in dono minerali preziosi come olio, diamanti e oro, in Angola, Nigeria, Kazakistan e altrove, la gente comune sprofonda nella povertà mentre prosperano i funzionari corrotti". La globalizzazione porta con sé anche un irresistibile impeto alla libertà, per questo i tiranni le resistono.
Se esistesse, il movimento pro global avrebbe molti nemici contro cui mobilitarsi. Alcuni sorprendenti. Per esempio potrebbe prendersela con l'Unione Europea, disunita su molte cose ma non sulla protezione della sua agricoltura. Abbiamo appena festeggiato la rinascita dell'asse franco-tedesco, trascurando il fatto che si è rinsaldato sulla conferma dei generosi sussidi agli agricoltori europei fino al 2013. Il 5% della popolazione del Vecchio Continente si mangia la metà del bilancio comunitario: il risultato è che noi paghiamo patate e pomodori a prezzi molto più alti del dovuto, e i contadini del resto del mondo non possono competere sui nostri mercati. Li affamiamo per proteggere i nostri (vero, Bovè?).
Se esistesse, il movimento pro-global avrebbe molti alleati da difendere contro la "rabbia disinformata" dei no global: per esempio il Wto, sì, proprio quello contestato a Seattle. Perché è il Wto che sta tentando nel "Doha round" di contrastare le tendenze protezioniste della Casa Bianca (aiuti alla siderurgia, aiuti ai farmers) e di tenere in vita le speranze dei paesi più poveri di una vera liberalizzazione dei mercati, che consentirebbe magari al Madagascar (l'ha scritto in un bell'articolo Gianni Riotta sul Corriere) di venderci i suoi splendidi tessuti senza dazi.
Il movimento no global non è di sinistra. Al contrario. Nasce dalle viscere di un mondo ricco che ha paura di perdere i suoi privilegi. Che ha già i McDonald's ma non vuole che arrivino in Africa, dove almeno esportano igiene e qualità. Che mal sopporta la concorrenza dei paesi emergenti, i quali producono (lo ha segnalato Fazio) auto migliori delle Fiat e a un costo più basso. Sfruttando la mano d'opera? Certo, come all'alba della rivoluzione industriale in Europa. Ma date fabbriche al Terzo Mondo, se volete che arrivino anche sindacato, democrazia, diritti e contratti.
Una nostra lettrice, Francesca Costa, ci ha spedito una citazione di Amartya Sen, l'economista che ha inventato il concetto di "libertà positiva", premio Nobel nel 1998: "L'antitesi della globalizzazione sarebbe un persistente separatismo e un'irriducibile anarchia". Sottoscriviamo.
Il Riformista, 4 novembre 2002
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