NEGLI
USA CONVEGNO SULLE MIGRAZIONI (31/07/2008) |
Ascolta
l'intervista con l'arcivescovo Agostino Marchetto
La
fede è un grande sostegno per i migranti, accogliendo lo
straniero si accoglie il Signore. Così, l’arcivescovo
Agostino Marchetto, a Washington per il Congresso
nazionale sulle migrazioni
Il
Congresso nazionale sulle migrazioni 2008, che si chiude
oggi a Washington, ha analizzato tra i vari aspetti anche
la precaria situazione di tanti stranieri in cerca di
migliori condizioni di vita. Durante l’incontro,
organizzato dalla Conferenza episcopale degli Stati Uniti,
si è sottolineato che spesso la realtà di chi affronta
le insidie dell’emigrazione è costellata da grandi
difficoltà, insidie che talvolta diventano drammi. Ma la
ricchezza della fede può aiutare l’emigrante a superare
la miseria, il disagio di aver abbandonato la propria
terra? Risponde l’arcivescovo Agostino Marchetto,
segretario del Pontificio consiglio per i Migranti e gli
Itineranti, raggiunto telefonicamente a Washington da Amedeo
Lomonaco:
R. – Qualcuno ha detto che la fede è una marcia in
più: io credo che, nelle situazioni particolarmente
difficili, e delicate la fede aiuta molto ad affrontare
queste difficoltà; se nei migranti c’è fede, anche
passando attraverso questi tunnel oscuri, il Signore è
con loro. Il Signore si identifica con lo straniero.
Dobbiamo accoglierlo come accoglieremmo il Signore.
Sicuramente la fede è una realtà che aiuta i migranti e
fa sì che ci sia la speranza nel futuro, che ci sia un
destino di carità, di amore.
D. – Perché nel messaggio del cardinale Martino che
lei ha letto, a Washington, si sottolinea che il fenomeno
delle migrazioni rende ancora più visibile il volto della
Chiesa universale?
R. – Perché quello che era lontano adesso diventa
vicino. Dunque, c’è una nuova visibilità
dell’universalità della Chiesa. Ma c’è anche una
visibilità della famiglia umana universale. Oggi, in una
città abbiamo rappresentato il mondo intero.
D. – Secondo lei, è moralmente giustificabile che
Paesi sviluppati, tra cui l’Italia ma anche gli Stati
Uniti, adottino misure restrittive per contrastare
l’emigrazione, fermare o rimpatriare chi per
disperazione ha dovuto abbandonare la propria terra?
R. – Io credo che la Chiesa presenti dei principi. Il
principio fondamentale è che le persone non debbano
emigrare per sfuggire alla fame e al sottosviluppo. Il
secondo principio è che c’è una libertà di migrare e
questa libertà bisogna che sia tenuta in considerazione.
Terzo punto: è vero anche che gli Stati hanno il diritto
di regolare i flussi migratori, tenendo conto del bene
comune del Paese in cui questi emigrati vanno. Però - io
aggiungo sempre - questo bene comune di un Paese deve
essere inserito in un contesto del bene comune universale.
Oggi si pone una questione molto grave perché le
situazioni in cui ci troviamo attualmente lasciano a
desiderare per quanto riguarda una visione del bene comune
universale.
D. – Anche perché c’è il rischio poi che la
necessità di garantire la sicurezza indebolisca quelle
iniziative orientate verso l’accoglienza, come se
l’accoglienza fosse secondaria rispetto alla
sicurezza...
R. - Credo che sia il ministero difficile della Chiesa
valutare l’equilibrio tra accoglienza e sicurezza: se
c’è una tendenza esagerata verso la sicurezza, la
Chiesa deve ricordare l’importanza dell’accoglienza. E
vice versa, se questa tendenza è esageratamente spostata
verso l’accoglienza, si deve sollecitare una maggiore
attenzione alla sicurezza dei cittadini.

|
|