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CONTROVERTICE DI PORTO ALEGRE (1 e 2/02/2001)

 

"Non dobbiamo andare appresso alla globalizzazione ma precederla: e possiamo farlo iniziando dalle città ". Sembra coincidere con le conclusioni del Forum dei Sindaci tenutosi nei giorni precedenti, l'appello che Peter Marcuse, celebre urbanista della Columbia University, ha fatto a conclusione della sua lucida analisi su come le globalizzazione va mutando gli scenari urbani mondiali.

Domenica mattina al Forum di Porto Alegre si era discusso soprattutto del mutare del ruolo degli Stati nazionali nella globalizzazione e della necessità di non accettarne la scomparsa visto che (come ha sottolineato il filosofo tedesco Muller) per molti popoli - come i Curdi - rappresentano ancora un sogno, e la loro riforma costituisce una sfida per porre un argine alle derive del neoliberismo, ed evitare che la competizione fra migliaia di stati regionali dia l'ultimo colpo alla possibilità di rispettare un'etica nei rapporti fra popoli e nello sviluppo delle tecnologie.

Dal pomeriggio in poi, invece, e' iniziata la lunga sessione dedicata al trasformarsi dei territori urbani e dell'ambiente, che ha visto soprapporsi decine di interessanti iniziative nonostante la defezione dell'ultima ora delle attese testimonianze di due grandi vecchi delle discipline territoriali, bloccati da impedimenti fisici: l'ultranovantenne architetto Oscar Niemeyer e il geografo Milton Santos.
Peter Marcuse - applauditissomo esponente della 'parte buona' del grande 'nemico americano' - e' partito dall'esempio della Silicon Valley per analizzare come la globalizzazione aumenta la segregazione e la frammentazione sociale delle citta' rendendo gli abitanti incapaci di vivere nelle comunita' dove lavorano. Hai poi sottolineato il valore strategico dell'educazione contro le partizioni sociali, il radicarsi della poverta' nelle metropoli che la ritengono un modo (grazie all'accettazione di salari bassi) per ottenere dei vantaggi comparativi nella competizione fra citta' globalizzate, e l'uso ideologico delle forze di polizia interessate solo a parare ogni evento che interferisca coi poteri finanziari e il turismo globalizzato. 

"La globalizzazione restringe la democrazia perche' trasforma le decisioni in accordi sottobanco fra potenti, e attraverso la pauperizzazione impedisce ai poveri di essere cittadini realmente attivi rubando loro il tempo per sopravvivere". Le sue proposte: concentrarsi su alcuni obiettivi strategici, come la riforma delle polizie a servizio di tutti i cittadini, la lotta per servizi pubblici a servizio delle necessita' e non della produzione di nuovi redditi, la sostituzione della lotta per il 'diritto alla proprieta' con quella per la 'sicurezza dell'alloggio', anche in forma collettiva. 

"La tecnologizzazione e l'internationl trading - ha detto Marcuse vagheggiando un'internazionale dei lavoratori - non sono di per se' negative, e' l'uso deviato che ne fa la concentrazione di poteri e la mancanza di controllo che le rende pericolose. Nelle citta' c'e' molto di fattibile, e cosa c'e' da fare e' ormai chiaro: e' come arrivarci il problema, e si puo' iniziare dalle reti solidali e non competitive di citta' e da una battaglia politica quotidiana di tutti noi".


Gli fa eco Ermiia Maricato, ex-assessore all'Urbanistica di San Paolo e grande esperta della citta' informale che definisce le piu' pericolose 'bombe eco-sociali' per il futuro: "Oggi i Piani Regolatori sono fatti per le citta' ufficiali , per le rappresentazioni sociali che i media e l'universita' hanno del territorio, e non per quei 4/5 di cittadini che godono del diritto di fatto all'invasione di aree rigettate dal mercato ma non del diritto alla citta'. Il paradosso del sistema moderno e' che oggi anche molti lavoratori del terziario avanzato sono costretti a vivere in baracche, ma noi non lo sappiamo, accettiamo i dati di istituti di analisi che sottostimano i fenomeni informali di oltre il 50% come e' stato dimostrato dalla recente 'Mappa delle favelas' realizzato a Porto Alegre. Noi preferiamo sentirci sentirci mondo sviluppato guardando come a soluzioni salvifiche ai Piani di Barcellona, che ripropongono invece ideolologie corporative basate sull'idea di citta' come attore competitivo globalizzato: ma non conosciamo le nostre citta'. Cosi' facciamo piani non basati sul reale che raddoppiano gli scarti sociali. O guardiamo superficialmente agli slogan del Vertice ONU di Istanbul realizzandone solo la parte che va incontro agli interessi del capitale che concepisce solo una citta' impresa/patria/mercato. Se guardassimo tra le righe scopriremmo che esiste invece uno strumento utile suggerito a Istanbul: quel Piano di Azione che lega la conoscenza olistica dei territori all'orientamento degli investimenti, della gestione e del controllo permanente della sua realizzazione".


Ancora una volta Porto Alegre diventa riferimento per i relatori, con la sua rara riforma dell'imposta progressiva sui suoli, ed il coordinamento fra politiche ambientali, abitative e fondiarie discusse con i cittadini. E ancora una volta si approfondiscono nelle '100 Officine di lavoro' giornaliere sperimenti esemplari che provengono da Paesi che hanno avuto il tempo di mettere a frutto soluzioni progressiste, facendo leva su un secolo di solida tradizione democratica cosciente e ribelle.
Ad esempio, nell'ambito della descrizione delle politiche dell'alloggio - che per il veto USA ad Istanbul '96 non riusci' ad ottenere il riconoscimento di 'diritto fondamentale" se non in forma "progressiva" - grande interesse ha riscosso l'officina organizzata dalla FUCVAM, la Federazione Uruguayana delle Cooperative di Abitazione, che oggi danno alloggio ad oltre 16000 famiglie. L'esempio e' quello di un movimento trasversale a comparti sociali molto diversi, con un forte afflato politico ma non partitico (visto che conta su aderenti di ogni schieramento) che da oltre un ventennio si batte per forme di proprietà collettiva e solidale, intenzionate a non insediarsi nelle città secondo logiche di appropriazione privatistica, ma di contribuire alla costruzione di comparti urbani progettati dai cittadini.


A vedere i risultati concreti di questo movimento - dicono polemicamente gli animatori - si puo' erroneamente lamentare la mancanza di creatività e innovazione estetica, su cui oggi sembra esaurirsi ogni giudizio di merito sulla costruzione dell'habitat urbano. Ma nella realtà il modello organizzativo usato resta rivoluzionario, sia per aver ottenuto il difficile risultato di trasformare le competenze professionali in solidarietà, sia per il modo in cui le fasi costruttive e gestionali degli insediamenti prestano attenzione all'integrazione fra sessi, età ed energie sociali diverse e propugnano la valorizzazione di rapporti orizzontali e di scambi internazionali. Tramite una formazione continua dei suoi affiliati e la sua organizzazione assembleare permanente, il movimento cooperativo uruguayano riformula costantemente i suoi obiettivi e le sue strategie di lotta, arricchendosi di proposte di economia solidale che valorizzino la funzione sociale della città e della proprietà. 

E la meraviglia che ancora oggi il lavoro della FUCSAV suscita e' il suo afflato per nulla minoritario, che e' riuscito nel tempo a porsi come aggregatore di decine di battaglie, dalla raccolta di 330.000 firme del 1980 (10% degli abitanti dell'Uruguay) per la lotta contro la "privatizzazione obbligatoria della proprietà" voluta dalla Dittatura, fino alla promozione dell'istituto del referendum, alla creazione della 'Banca delle Terre' destinate alle realizzazioni cooperative e alla battaglia del '92 che rallento' il ritmo delle privatizzazioni nel Paese. Le officine sui movimenti brasiliani di autocostruzione per 'aiuto reciproco' (mutirões) mostrano la grande distnza che sepra il modello uruguayano da forme ancora poco 'politiche', che appaiono compartimentate nel settore dell'habitat e vincolate al mito della 'casa propria' che caratterizza ormai quasi tutto il pineta.


Di grande interesse sono risultati anche alcuni esperimenti brasiliani per l'attenuazione dei conflitti urbani attraverso un riformulazione dei servizi locali al cittadino. E' il caso dei 'Centri di Ascolto Comunitario' di Fortaleza che hanno visto ridursi allo 0,2% i conflitti tra familiari e vicini di casa in alcune favelas della metropoli nordestina attraverso un impegno minimo del Comune, consistente nella cessione di alcuni locali e in un'opera attenta di formazione volontaria dei leader di quartiere all'ascolto, al dialogo e ai linguaggi della mediazione. O ancor di piu' e' il caso dei CIC (Centri Integrati di Cittadinanza) di San Paolo dove - come ha spiegato il celebre avvocato Miguel Reale - 'vengono messe insieme strutture giudiziarie, avvocati, polizia municipale e militare e assistenza sociale per creare dei riferimenti urbani per quartieri dispersi e ricreare una vicinanza fiduciosa tra cittadini e poteri di solito percepiti come centralizati, ostili e lontani'. Accarezzato da tempo con caparbietà da Reale, il progetto ha dato ottimi risultati nei suoi primi 3 esperimenti pilota, mostrando la capacità di non allontanare semplicemente altrove molti crimini comuni, ma di ridurli 'verticalmente' attraverso la lotta alla 'giustizia fai-da-te' e la ricucitura di un rapporto di stima e dialogo fra cittadini e istituzioni. Addirittura in alcuni quartieri la media di omicidi al mese si e' ridotta allo zero, dando impulso all'immediata moltiplicazione dei CIC in altri 7 quartieri della metropoli paulista.


Il tema del rapporto fra ambiente/cittadini/giustizia e' stato al centro anche dell'intervento di Luiz Eduardo Soares, ex-coordinatore della Commissione Giustizia e Cittadinanza di Rio De Janeiro che ha tuonato - applauditissimo - contro i 'circoli sanitari' fatti nel mondo intorno alle baraccopoli, che accentuano il bisogno dei cittadini invisibili di autoaffermarsi in modo 'corporeo' ed ottenere una 'densita' ontologica' attraverso la partecipazione attiva alla 'costruzione della paura'. "La violenza e l'indifferenza degli arcipelaghi baronali delle polizie di citta' come Rio - ha concluso Soares - non fa che richiamare altra violenza. Dobbiamo riqualificare professionalmente e moralizzare le forze di polizia, non tramite mere epurazioni ma aprendole al controllo dei cittadini. Perche' senza poterle monitare e' impossibile proporre alternative e cancellare la dicotomia oggi imperante fra polizie e diritti umani".

Grandissima partecipazione ed interesse (con grandi code di esclusi per sovrannumero) hanno riscosso poi i laboratori serali proposti dal Forum Nazionale per la Riforma Urbana, un'associazione-ombrello brasiliana che da decenni lotta per la democratizzazione della città, delle sue istituzioni e delle politiche dei suoli, e che nel 1988 ha contribuito fortemente a costruire alcune parti della Nuova Costituzione. Oggi la grande sfida che il Forum si pone e' la lotta alle 'Commissioni invisibili' che studiano le preparano riforme urbanistiche lontane dalla partecipazione popolare, e l'azione di lobbying perche' venga approvata a mggioranza semplice la Legge sullo 'Statuto delle città' approvata alla Camera ma bloccata al Senato dalle paure dei partiti conservatori. 

Le due battaglie sono considerate dai movimenti urbani non delle battaglie settoriali, bensi' degli strumenti 'angolati' di lotta globale alle politiche neoliberali del Governo Cardoso: perche' ne mettono in discussione una gran parte delle misure adottate, a partire da quelle sul blocco della negoziazione sul debito dei municipi che rende le autorità locali vessate di responsabilità ma impossibilitate ad intervenire concretamente e significativamente sui propri territori, e soprattutto sulle polarizzazioni e le diverse forme di esclusione urbana. Per lottare piu' incisivamente, i piu' celebri urbanisti e amministrativisti del fronte progressista brasiliano hnno scelto il Forum di Porto Alegre per creare delle Reti di collegamento Internazionale con colleghi e movimenti urbani che gia' in passato hanno lottato per obiettivi analoghi o lo stanno oggi facendo altrove.

di Giovanni Allegretti

 

 

 

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