"Non
dobbiamo andare appresso alla globalizzazione ma
precederla: e possiamo farlo iniziando dalle città
". Sembra coincidere con le conclusioni del Forum dei
Sindaci tenutosi nei giorni precedenti, l'appello che
Peter Marcuse, celebre urbanista della Columbia
University, ha fatto a conclusione della sua lucida
analisi su come le globalizzazione va mutando gli scenari
urbani mondiali.
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Domenica
mattina al Forum di Porto Alegre si era discusso
soprattutto del mutare del ruolo degli Stati
nazionali nella globalizzazione e della necessità
di non accettarne la scomparsa visto che (come ha
sottolineato il filosofo tedesco Muller) per molti
popoli - come i Curdi - rappresentano ancora un
sogno, e la loro riforma costituisce una sfida per
porre un argine alle derive del neoliberismo, ed
evitare che la competizione fra migliaia di stati
regionali dia l'ultimo colpo alla possibilità di
rispettare un'etica nei rapporti fra popoli e
nello sviluppo delle tecnologie. |
Dal
pomeriggio in poi, invece, e' iniziata la lunga sessione
dedicata al trasformarsi dei territori urbani e
dell'ambiente, che ha visto soprapporsi decine di
interessanti iniziative nonostante la defezione
dell'ultima ora delle attese testimonianze di due grandi
vecchi delle discipline territoriali, bloccati da
impedimenti fisici: l'ultranovantenne architetto Oscar
Niemeyer e il geografo Milton Santos.
Peter Marcuse - applauditissomo esponente della 'parte
buona' del grande 'nemico americano' - e' partito
dall'esempio della Silicon Valley per analizzare come la
globalizzazione aumenta la segregazione e la
frammentazione sociale delle citta' rendendo gli abitanti
incapaci di vivere nelle comunita' dove lavorano. Hai poi
sottolineato il valore strategico dell'educazione contro
le partizioni sociali, il radicarsi della poverta' nelle
metropoli che la ritengono un modo (grazie
all'accettazione di salari bassi) per ottenere dei
vantaggi comparativi nella competizione fra citta'
globalizzate, e l'uso ideologico delle forze di polizia
interessate solo a parare ogni evento che interferisca coi
poteri finanziari e il turismo globalizzato.
"La
globalizzazione restringe la democrazia perche' trasforma
le decisioni in accordi sottobanco fra potenti, e
attraverso la pauperizzazione impedisce ai poveri di
essere cittadini realmente attivi rubando loro il tempo
per sopravvivere". Le sue proposte: concentrarsi su
alcuni obiettivi strategici, come la riforma delle polizie
a servizio di tutti i cittadini, la lotta per servizi
pubblici a servizio delle necessita' e non della
produzione di nuovi redditi, la sostituzione della lotta
per il 'diritto alla proprieta' con quella per la
'sicurezza dell'alloggio', anche in forma
collettiva.
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"La
tecnologizzazione e l'internationl trading - ha
detto Marcuse vagheggiando un'internazionale dei
lavoratori - non sono di per se' negative, e'
l'uso deviato che ne fa la concentrazione di
poteri e la mancanza di controllo che le rende
pericolose. Nelle citta' c'e' molto di fattibile,
e cosa c'e' da fare e' ormai chiaro: e' come
arrivarci il problema, e si puo' iniziare dalle
reti solidali e non competitive di citta' e da una
battaglia politica quotidiana di tutti noi". |

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Gli fa eco Ermiia Maricato, ex-assessore all'Urbanistica
di San Paolo e grande esperta della citta' informale che
definisce le piu' pericolose 'bombe eco-sociali' per il
futuro: "Oggi i Piani Regolatori sono fatti per le
citta' ufficiali , per le rappresentazioni sociali che i
media e l'universita' hanno del territorio, e non per quei
4/5 di cittadini che godono del diritto di fatto
all'invasione di aree rigettate dal mercato ma non del
diritto alla citta'. Il paradosso del sistema moderno e'
che oggi anche molti lavoratori del terziario avanzato
sono costretti a vivere in baracche, ma noi non lo
sappiamo, accettiamo i dati di istituti di analisi che
sottostimano i fenomeni informali di oltre il 50% come e'
stato dimostrato dalla recente 'Mappa delle favelas'
realizzato a Porto Alegre. Noi preferiamo sentirci
sentirci mondo sviluppato guardando come a soluzioni
salvifiche ai Piani di Barcellona, che ripropongono invece
ideolologie corporative basate sull'idea di citta' come
attore competitivo globalizzato: ma non conosciamo le
nostre citta'. Cosi' facciamo piani non basati sul reale
che raddoppiano gli scarti sociali. O guardiamo
superficialmente agli slogan del Vertice ONU di Istanbul
realizzandone solo la parte che va incontro agli interessi
del capitale che concepisce solo una citta'
impresa/patria/mercato. Se guardassimo tra le righe
scopriremmo che esiste invece uno strumento utile
suggerito a Istanbul: quel Piano di Azione che lega la
conoscenza olistica dei territori all'orientamento degli
investimenti, della gestione e del controllo permanente
della sua realizzazione".
Ancora una volta Porto Alegre diventa riferimento per i
relatori, con la sua rara riforma dell'imposta progressiva
sui suoli, ed il coordinamento fra politiche ambientali,
abitative e fondiarie discusse con i cittadini. E ancora
una volta si approfondiscono nelle '100 Officine di
lavoro' giornaliere sperimenti esemplari che provengono da
Paesi che hanno avuto il tempo di mettere a frutto
soluzioni progressiste, facendo leva su un secolo di
solida tradizione democratica cosciente e ribelle.
Ad esempio, nell'ambito della descrizione delle politiche
dell'alloggio - che per il veto USA ad Istanbul '96 non
riusci' ad ottenere il riconoscimento di 'diritto
fondamentale" se non in forma "progressiva"
- grande interesse ha riscosso l'officina organizzata
dalla FUCVAM, la Federazione Uruguayana delle Cooperative
di Abitazione, che oggi danno alloggio ad oltre 16000
famiglie. L'esempio e' quello di un movimento trasversale
a comparti sociali molto diversi, con un forte afflato
politico ma non partitico (visto che conta su aderenti di
ogni schieramento) che da oltre un ventennio si batte per
forme di proprietà collettiva e solidale, intenzionate a
non insediarsi nelle città secondo logiche di
appropriazione privatistica, ma di contribuire alla
costruzione di comparti urbani progettati dai cittadini.
A vedere i risultati concreti di questo movimento - dicono
polemicamente gli animatori - si puo' erroneamente
lamentare la mancanza di creatività e innovazione
estetica, su cui oggi sembra esaurirsi ogni giudizio di
merito sulla costruzione dell'habitat urbano. Ma nella
realtà il modello organizzativo usato resta
rivoluzionario, sia per aver ottenuto il difficile
risultato di trasformare le competenze professionali in
solidarietà, sia per il modo in cui le fasi costruttive e
gestionali degli insediamenti prestano attenzione
all'integrazione fra sessi, età ed energie sociali
diverse e propugnano la valorizzazione di rapporti
orizzontali e di scambi internazionali. Tramite una
formazione continua dei suoi affiliati e la sua
organizzazione assembleare permanente, il movimento
cooperativo uruguayano riformula costantemente i suoi
obiettivi e le sue strategie di lotta, arricchendosi di
proposte di economia solidale che valorizzino la funzione
sociale della città e della proprietà.
E la
meraviglia che ancora oggi il lavoro della FUCSAV suscita
e' il suo afflato per nulla minoritario, che e' riuscito
nel tempo a porsi come aggregatore di decine di battaglie,
dalla raccolta di 330.000 firme del 1980 (10% degli
abitanti dell'Uruguay) per la lotta contro la
"privatizzazione obbligatoria della proprietà"
voluta dalla Dittatura, fino alla promozione dell'istituto
del referendum, alla creazione della 'Banca delle Terre'
destinate alle realizzazioni cooperative e alla battaglia
del '92 che rallento' il ritmo delle privatizzazioni nel
Paese. Le officine sui movimenti brasiliani di
autocostruzione per 'aiuto reciproco' (mutirões) mostrano
la grande distnza che sepra il modello uruguayano da forme
ancora poco 'politiche', che appaiono compartimentate nel
settore dell'habitat e vincolate al mito della 'casa
propria' che caratterizza ormai quasi tutto il pineta.
Di grande interesse sono risultati anche alcuni
esperimenti brasiliani per l'attenuazione dei conflitti
urbani attraverso un riformulazione dei servizi locali al
cittadino. E' il caso dei 'Centri di Ascolto Comunitario'
di Fortaleza che hanno visto ridursi allo 0,2% i conflitti
tra familiari e vicini di casa in alcune favelas della
metropoli nordestina attraverso un impegno minimo del
Comune, consistente nella cessione di alcuni locali e in
un'opera attenta di formazione volontaria dei leader di
quartiere all'ascolto, al dialogo e ai linguaggi della
mediazione. O ancor di piu' e' il caso dei CIC (Centri
Integrati di Cittadinanza) di San Paolo dove - come ha
spiegato il celebre avvocato Miguel Reale - 'vengono messe
insieme strutture giudiziarie, avvocati, polizia
municipale e militare e assistenza sociale per creare dei
riferimenti urbani per quartieri dispersi e ricreare una
vicinanza fiduciosa tra cittadini e poteri di solito
percepiti come centralizati, ostili e lontani'.
Accarezzato da tempo con caparbietà da Reale, il progetto
ha dato ottimi risultati nei suoi primi 3 esperimenti
pilota, mostrando la capacità di non allontanare
semplicemente altrove molti crimini comuni, ma di ridurli
'verticalmente' attraverso la lotta alla 'giustizia
fai-da-te' e la ricucitura di un rapporto di stima e
dialogo fra cittadini e istituzioni. Addirittura in alcuni
quartieri la media di omicidi al mese si e' ridotta allo
zero, dando impulso all'immediata moltiplicazione dei CIC
in altri 7 quartieri della metropoli paulista.
Il tema del rapporto fra ambiente/cittadini/giustizia e'
stato al centro anche dell'intervento di Luiz Eduardo
Soares, ex-coordinatore della Commissione Giustizia e
Cittadinanza di Rio De Janeiro che ha tuonato -
applauditissimo - contro i 'circoli sanitari' fatti nel
mondo intorno alle baraccopoli, che accentuano il bisogno
dei cittadini invisibili di autoaffermarsi in modo
'corporeo' ed ottenere una 'densita' ontologica'
attraverso la partecipazione attiva alla 'costruzione
della paura'. "La violenza e l'indifferenza degli
arcipelaghi baronali delle polizie di citta' come Rio - ha
concluso Soares - non fa che richiamare altra violenza.
Dobbiamo riqualificare professionalmente e moralizzare le
forze di polizia, non tramite mere epurazioni ma aprendole
al controllo dei cittadini. Perche' senza poterle monitare
e' impossibile proporre alternative e cancellare la
dicotomia oggi imperante fra polizie e diritti
umani".
Grandissima
partecipazione ed interesse (con grandi code di esclusi
per sovrannumero) hanno riscosso poi i laboratori serali
proposti dal Forum Nazionale per la Riforma Urbana,
un'associazione-ombrello brasiliana che da decenni lotta
per la democratizzazione della città, delle sue
istituzioni e delle politiche dei suoli, e che nel 1988 ha
contribuito fortemente a costruire alcune parti della
Nuova Costituzione. Oggi la grande sfida che il Forum si
pone e' la lotta alle 'Commissioni invisibili' che
studiano le preparano riforme urbanistiche lontane dalla
partecipazione popolare, e l'azione di lobbying perche'
venga approvata a mggioranza semplice la Legge sullo
'Statuto delle città' approvata alla Camera ma bloccata
al Senato dalle paure dei partiti conservatori.
Le due
battaglie sono considerate dai movimenti urbani non delle
battaglie settoriali, bensi' degli strumenti 'angolati' di
lotta globale alle politiche neoliberali del Governo
Cardoso: perche' ne mettono in discussione una gran parte
delle misure adottate, a partire da quelle sul blocco
della negoziazione sul debito dei municipi che rende le
autorità locali vessate di responsabilità ma
impossibilitate ad intervenire concretamente e
significativamente sui propri territori, e soprattutto
sulle polarizzazioni e le diverse forme di esclusione
urbana. Per lottare piu' incisivamente, i piu' celebri
urbanisti e amministrativisti del fronte progressista
brasiliano hnno scelto il Forum di Porto Alegre per creare
delle Reti di collegamento Internazionale con colleghi e
movimenti urbani che gia' in passato hanno lottato per
obiettivi analoghi o lo stanno oggi facendo altrove.
di
Giovanni Allegretti